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Jan Brokken, Mimma Forlani, Bergamo e Gaetano Donizetti

Articolo. Nel libro «L’anima delle città» lo scrittore olandese racconta tante città del mondo e gli artisti o i filosofi che le abitarono. Fra queste, anche la nostra, grazie alla spinta appassionata della signora delle «Letture sotto il berceau». E insieme alla città la vicenda umana del suo compositore-simbolo, «l’uomo che conobbe ben poco amore». Ma che fece grande il luogo dove nacque povero e visse vari periodi della sua vita. Fra trionfi e tormenti

Lettura 6 min.
Gaetano Donizetti

Capita a volte che Facebook riservi delle sorprese, dando informazioni utili per scoprire cose, e non sia solo uno stillicidio di autoreferenzialità, commenti tossici e giudizi sparati ai quattro venti come se fossimo al bar. Conta molto come ci si sceglie gli amici, certo, e a quali diamo più attenzione – sembra, in qualche modo, che l’esoterico algoritmo che lo governa funzioni anche così. In altre parole è importante avere una filter bubble “pulita”, sana, feconda di spunti utili. Personalmente non mi perdo un post della pagina di Massimo Onofri, uno dei maggiori critici italiani, che ho avuto la fortuna di intervistare tre anni fa per il suo bel libro «Isolitudini».

Elegante nello scrivere, ironico, e – quando è il caso – tagliente, Onofri con i suoi numerosi post dispensa consigli letterari preziosi: fra questi, qualche settimana fa, uno riguardante Jan Brokken, scrittore olandese che forse i più conoscono per il suo «Anime baltiche» (Iperborea, 2014) e che nel 2021 ha pubblicato una raccolta di racconti di viaggio, «L’anima delle città » – o, come ha scritto Onofri nel presentarlo, un libro in cui «Brokken non può fare a meno di dire “Io”: perché è proprio la prima persona singolare ad autorizzare ogni suo discorso». Insomma, un libro di esperienze di viaggio molto personale, fortemente incentrato sullo sguardo dell’autore, che racconta il rapporto di alcune città con musicisti, pittori, scrittori e filosofi, accorpando fotografie (un po’ alla Sebald), riflessioni e curiosità. Dalla Amsterdam di Mahler alla Bologna di Morandi, passando per la Vilnius di Čiurlionis, la Archachon di Debussy e di sua figlia Claude-Emma (detta «Chouchou»), la Düsseldorf di Beuys, la Parigi di Satie e tante altre città, fra cui Bergamo. Con Gaetano Donizetti.

Il racconto su Bergamo e Donizetti scritto da Brokken passa inevitabilmente da una persona, che i bergamaschi più appassionati di letteratura forse conoscono e alla quale si deve gran parte del merito per la presenza di Bergamo in questo libro: Mimma Forlani, (ex?) insegnante di liceo, appassionata lettrice e soprattutto agitatrice culturale con le sue «Letture sotto il berceau», rassegna che per tanti anni ha portato in città (precisamente sotto il pergolato del Circolino di Città Alta) tanti nomi importanti della letteratura italiana contemporanea. Forlani è un’appassionata di Brokken, che nel libro scrive: «L’ho incontrata due volte a Milano, l’ho incontrata ai Festival letterari di Mantova, Sarzana, Torino, e ogni volta mi ha chiesto se volevo andare a Bergamo e tenere una conferenza». E alla fine a Bergamo ci viene: «Un giorno le chiesi che cosa ci fosse di così interessante a Bergamo». Lei non ci pensa due volte a dirglielo e a fare scattare la molla: «“La morte di Donizetti”. A quel punto abboccai».

E mai abboccamento fu più fecondo. Perché Brokken arriva a Bergamo e, aiutato da Forlani, si mette sulle tracce di Donizetti. Ma lo fa a suo modo, ovvero, scrive Onofri, «come il più sperimentato dei saggisti Brokken parla sempre di qualcosa, ma per parlare di tutto». Così all’inizio mette le mani avanti: «io appartengo a una generazione che trovava l’opera un tantino eccessiva, e che apprezzava soltanto un’opera rock come “Tommy” (degli Who, ndr), nella versione cinematografica». Poi cita la definizione di Bergamo che ne diede Stendhal («il più bel luogo della terra e il più affascinante mai visto»). Rimpiange di non aver mai sentito Maria Callas «cantare l’aria della follia del terzo atto della “Lucia” alla Scala di Milano (per la regia di Luchino Visconti), o “Poliuto”». Descrive lo storico albergo «Il Sole», «le due stanze sul davanti danno sulla Piazza Vecchia, della quale l’architetto Le Corbusier, uno di quegli innovatori che avrebbero voluto distruggere tutto ciò che precedeva il 1900, disse che sarebbe stato un vero e proprio crimine rimuovere anche solo una pietra degli edifici che si affacciano su quella piazza». E in mezzo a tutto questo e molto altro (Freud, Quarenghi) traccia un profilo di Donizetti quanto mai gustoso da leggere e, per chi non è un melomane come il sottoscritto, inedito.

Donizetti nacque povero, anzi poverissimo, «nella stretta via Borgo Canale», in uno scantinato, come scrisse lui stesso: «scendevasi per una scala di cantina dov’ombra di luce non mai penetrò. E siccome gufo presi il mio volo, portando a me stesso or triste or felice presagio». Brokken racconta poi l’istruzione gratuita che a Donizetti venne impartita da Simone Mayr, sottolinea il talento del ragazzo («in campo musicale per chi aveva talento le cose erano più facili»), che lo portò a diventare un fenomeno: «a Bergamo erano tutti strabiliati dalla facilità con cui componeva, dote riconducibile a una sublime sensibilità per la melodia e a una sovrumana capacità di concentrazione». Non manca però di riportare le critiche del tempo: l’accusa di essere «uno che scrive troppo. Uno che scrive di fretta» oppure quelle di Liszt («Scrive musica piacevole, semplice, melodica, che si ascolta senza sforzo e si ascolta senza fatica: musica che piace praticamente a tutti»).

Jan Brokken

Accanto ai successi, al favore del pubblico e ai flop, Brokken poi racconta anche il Donizetti uomo. Lontano da qualsiasi agiografia, una persona che provò molta sofferenza: «L’uomo che conobbe ben poco amore. Si sposò tardi, a trentun’anni, con Virginia Vasselli, figlia di un illustre avvocato di Roma. […] Donizetti la sposò soprattutto per la sua posizione sociale. Subito dopo le nozze lui si ammalò gravemente. All’inizio i sintomi non fecero pensare a una sifilide trascurata. Trasmise la malattia alla moglie, ed è probabile che ciò causò anche la morte prematura dei suoi figli: tutti e tre morirono subito prima o subito dopo la nascita». La malattia segnò il suo percorso artistico, la sua produzione, fu causa d’infelicità ma non compromise il successo del tempo: «A partire dal suo quarantesimo anno venne tormentato da terribili dolori di testa e da sintomi di paralisi. E quindi è vero: il sentimento di felicità espresso nell’aria della furtiva lacrima è un desiderio che rimase inappagato. Così si conclude l’aria:

Cielo, si può morir!
Di più non chiedo, non chiedo!

Ah, cielo! Si può, si può morir!

Di più non chiedo, non chiedo.

Si può morir, si può morir d’amor!

Donizetti ebbe una carriera con alti e bassi, ma perse la battaglia per la celebrità. La sua vita personale conobbe drammi, la sua fine fu terribile, ma la sua musica era come un vino leggero e frizzante che il pubblico voleva bere fin troppo volentieri: il pubblico italiano, e presto anche quello francese, austriaco, tedesco, russo…».

Di Donizetti Jan Brokken ama ricordare, fra le altre cose, anche l’indole particolare delle donne “protofemministe” delle sue opere: «Non solo con la “Lucia”, anche con “Anna Bolena”, “Lucrezia Borgia” e “Maria Stuarda” Donizetti mette in scena donne che si rifiutano di essere solamente dei buoni partiti per un matrimonio d’interesse e prendono in mano il proprio destino; la follia e la morte ne sono la conseguenza».

A un certo punto le difficoltà di salute s’incrociarono con quelle lavorative: «All’apice della sua fama Donizetti crollò. Aveva lasciato Napoli perché “Poliuto” non aveva superato la censura e il tenore che avrebbe dovuto interpretare il ruolo principale, il celebre Adolphe Nourrit, ne era rimasto così deluso da buttarsi dalla finestra della sua camera d’albergo. Una volta a Parigi, Donizetti ebbe la sensazione di avere una seconda possibilità e non ebbe pace finché, come scrisse Berlioz, non ebbe in pugno l’intera scena musicale».

Museo Donizettiano

La morte lo colse a cinquantuno anni, dopo una vita di avventurosa, fatta di gioie, sofferenze, memorabili trionfi e cadute. Nel racconto ampio e pieno di curiosità di Jan Brokken (con la fondamentale guida di Mimma Forlani), di cui ho riportato solo alcuni piccoli stralci, c’è l’uomo e il suo dolore, l’uomo e il suo genio, l’uomo e la sua fine. Com’è ritratta nel quadro impressionante di Ponziano Loverini, «La morte di Donizetti», oggi esposto all’Accademia Carrara e riportato nel libro, opera che Brokken vide al Museo Donizetti. «Lì, con il compositore morente sullo sfondo, Mimma mi porge un libro scritto da lei e che parla della famiglia Scotti (la famiglia che ospitò Donizetti fino agli ultimi giorni, ndr). Il quadro è appeso nella ricostruzione della stanza in cui Donizetti trascorse i suoi ultimi mesi. […] Nel quadro il pianoforte a coda è a sinistra e viene suonato da una giovane ammiratrice. La baronessa è appoggiata sullo strumento e guarda Donizetti che sembra non avere reazioni: sta seduto su una poltrona realizzata appositamente per lui, con un sostegno per la testa che non riesce più a tenere dritta per via di alcuni colpi apoplettici. Tutti gli oggetti presenti nel quadro – il pianoforte, la poltrona – si ritrovano nella stanza, cosa che crea un buffo effetto Droste. Per il resto, tutto è profondamente triste».

«L’anima delle città» è un libro che racconta Bergamo e Donizetti dal punto di vista di un olandese colto, che ha girato il mondo, un po’ snob, ma capace di cogliere l’internazionalità della nostra città molto più dei suoi stessi abitanti. Il ritratto che fa del compositore bergamasco è appassionato e originale, riporta alla luce un Donizetti leggermente diverso da quello che conosciamo e totalmente nuovo per chi ne ignora la biografia.

A volte chi viene da fuori riesce a cogliere meglio l’essenza di un luogo. A carpirne quanto ancora brulichi di storia, di curiosità, di musica. Brokken in questo è un maestro: in certi passaggi del suo racconto a qualcuno Bergamo non sembrerà nemmeno Bergamo; a qualcun altro fin troppo. È la forza unica della scrittura, quella di dirci chi siamo attraverso le pietre, gli uomini geniali come Donizetti, le campane, il legno. O di suggerirci chi dovremmo essere nel custodire e scoprire sempre di più una città che è un tesoro. Il nostro.

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