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“Niente dirà dove sei” di Stefano Calafiore, il mestiere divino di cercarsi ogni giorno di più

Articolo. L’esordio poetico del libraio milanese-bergamasco per Manni editori raccoglie una sequenza di poesie per lo più brevi, dove lo sguardo, il corpo e i ricordi nutrono versi spesso semplici, ma di profonda meditazione

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Street in Venice, John Singer Sargent, 1911

C hi frequenta le librerie della città di Bergamo forse conoscerà, perlomeno di vista, Stefano Calafiore , da oltre vent’anni libraio, prima alla libreria Fabula, poi alla Feltrinelli di Via XX Settembre e oggi al Legami Concept Store di Largo Nicolò Rezzara. Stefano è un libraio vero , che conosce la materia e sa che non è mai possibile conoscerla tutta e del tutto. Per questo forse arriva a pubblicare il suo primo libro di poesie a quarantasette anni. Perché sa quanti libri brutti e inutili e, fra questi, quanta poesia (autoprodotta e non), vengano pubblicati a sproposito ogni settimana.

“Niente dirà dove sei” (Manni editori) è un libretto “timido” nella quantità (solo 58 pagine) ma straordinariamente profondo nella qualità di un verso asciutto, mai sopra le righe, dove il non-detto e i silenzi contano quasi quanto le parole preziose di ogni verso . Sono poesie che rispecchiano la persona che le ha scritte, se è vero che gli stessi aggettivi si potrebbero usare per l’uomo, sempre gentile, attento alle persone che ha di fronte, portatore di un sorriso sereno ma con un filo d’inquietudine. Dunque chi lo conosce lo ritroverà in questi testi e chi ne ha fin d’ora ignorato l’esistenza avrà tra le mani un modo semplice, ma tutt’altro che veloce, per conoscerlo.

La breve ma bella prefazione di Corrado Benigni sottolinea quanto sia centrale in Calafiore “l’atto del vedere [che] per l’autore non è una semplice funzione fisiologica, meccanica e passiva, ma un modo di leggere il mondo e di dare un senso alla realtà” . Parole precise, che individuano l’importanza del corpo “come luogo dell’incontro con l’altro” e nella prima delle due parti ( “Passaggi” , con esergo dal Libro Tibetano dei Morti ) sembrano costruire una trama di sovrapposizioni di voci, fra quella di chi scrive e quella di John Singer Sargent , pittore americano morto a Londra nel 1925, considerato fra i maggiori ritrattisti dell’Ottocento.

“Ho dato le spalle / a me stesso / in un gioco di specchi / incessante // Ho nascosto la parte indolente / preferendo la linea più neutra / poggiata al mestiere divino / di cercarsi ogni giorno di più” . È forse la poesia più intensa della raccolta quella appena citata, che Stefano Calafiore posiziona poco dopo la metà della prima parte, chiudendo con altri versi che accennano un sobrio gettito di futuro ( “Quell’aria / tocca le guance / rosee / e si fanno fresche / al tempo bello / che verrà” ).

Stefano Calafiore

La seconda parte ( “Appartenenze” , con esergo dal premio Nobel Tomas Tranströmer ) sta seduta, per parafrasare lo svedese, sulla barca dei ricordi: sono lampi ungarettiani che trafiggono di luce ( “L’ho toccata / con un dito / l’ho sfiorata / che pareva l’infinito” ), segnature quasi diaristiche ( “Mi osservo / le mattine / per scoprirmi / isolato e lontano” ), concretezze dalla memoria dell’infanzia ( “Abbracciavamo il caldo / lucidavamo i pianerottoli / per raccogliere delicatamente le voci // Così ci insegnavano i grandi” ) che, insieme alla prima parte, rendono “Niente dirà dove sei” un libro semplice, ma da meditazione solitaria e lettura ricorrente , dove il poeta maneggia la materia con buona perizia, amministrando al meglio gli enjambement e gli spazi bianchi.

E come accade sempre nella buona (o nella grande) poesia, è proprio la campitura di bianco a farsi invito alla condivisione e alla riflessione a partire dalle parole (mai troppe e sempre senza punteggiatura) di Calafiore, nuovo poeta di sostanziale lirismo di una “scena” bergamasca sempre più vivida. Guardare il bianco della pagina significa fermarsi ad ascoltare l’eco interiore dei versi appena letti o riletti, magari ad alta voce, per rendersi corpi sonanti della musicalità dei versi, come sonante – e visivo – è stato il corpo di chi li ha scritti. In fondo, attraverso la musica, proprio anche a questo serve la poesia: a “cercarsi ogni giorno di più” .

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