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Poetessa, sostantivo femminista

Articolo. Dalla bergamasca Lesbia Cidonia a Mariangela Gualtieri, cinque nomi per ribadire che la poesia è anche donna

Lettura 5 min.

Entro in libreria ed afferro la prima antologia poetica che incontro. Non leggo nulla, solo l’elenco degli autori inseriti; uso “autori”, declinato al maschile, non per convenzione linguistica, ma per evidente rappresentazione di genere nella raccolta. Ne afferro un’altra, qui una donna compare, Saffo (630 a.C. circa – Leucade, 570 a.C. circa), ma gli uomini sono una trentina. Mi vengono in mente Emily Dickinson e Christine de Pizan di cui abbiamo parlato negli scorsi mesi. Un’altra antologia ancora: Cristina Campo, Alda Merini, Patrizia Valduga e quattrodici uomini.

Dove sono le poetesse? Sebbene nel Novecento sia stato dato più spazio alle donne rispetto ai secoli precedenti – del resto la situazione generale è cambiata in meglio, anche se non abbastanza (e mi sto riferendo solo all’Occidente) – lo scarto è ancora grande e soprattutto esemplificativo. La poesia è uomo, e qualche donna.

Perché questa differenza numerica, che conta un 90% di presenza maschile, quando va bene? Nomi femminili di studiose che hanno dedicato la vita alle parole, spuntano come erbe selvatiche tra le rocce indiscutibili della letteratura italiana. Se volessimo farne una questione di merito, verrebbe da pensare che le donne non sappiano scrivere poesie, ma nessuno sarebbe d’accordo con questa tesi. La criticità sta dunque nella credibilità: alle donne è stato dato meno spazio perché siamo abituati, tutte e tutti, ad un punto di vista narrativo maschile.

Da lettrice, donna, mi sono chiesta come rappresentare con giustizia un panorama ampio e variegato, composto da scrittrici che non hanno avuto le stesse possibilità dei loro compagni di studi e colleghi uomini. La lista è tanto lunga, che ciò che segue non è altro che un percorso di scoperta di alcune figure femminili che hanno dato un contributo fondamentale alla letteratura italiana. Non meglio degli uomini, ma in egual misura, ed in egual misura meriterebbero di essere raccontate. Loro e moltissime altre che mancano. Anche questo è femminismo.

Lesbia Cidonia, Paolina Secco Suardo

Chiudo le luci al sonno, e indarno spero
trovar quiete all’agitata mente
che mentre io dormo avvien ch’anzi più fiero
stuolo d’affanni contro me si avvente.

Paolina nasce nel 1746 a Bergamo, figlia dei conti Bartolomeo e Caterina dei Terzi, nobildonna estremamente acculturata ed indipendente, dalle ampie prospettive culturali, aperta alle teorie illuministiche francesi, a suo tempo era considerata una delle menti più illustri della società culturale bergamasca.

Paolina Secco Suardo Grismondi (Dal libro “Poesie”, Bergamo, 1822 riprodotta in “Francesco Tadini, Lesbia Cidonia, Società, moda e cultura nella vita della contessa”)

Nel 1779 venne iscritta alla accademia romana dell’Arcadia con lo pseudonimo di Lesbia Cidonia e fece parte dell’Accademia degli Affidati. Sebbene le opere di Lesbia Cidonia fossero apprezzate da letterati dei salotti italiani ed europei, nonostante anche il supporto e l’amicizia, basata su reciproca stima, con Lorenzo Mascheroni, non fu esente da accuse di plagio, per lo stile poetico considerato “troppo maschile”.
Nei versi di Lesbia Cidonia si incontra uno stile classico, caricato della presenza di archetipi, che non trascura però uno sguardo più intimo sulle fragilità personali.

Lalla Romano

Musiche nascono e muoiono
sono ancora parole
soli ardono si spengono
sono ancora tempo

Solamente il silenzio
oltre il gelo dei mondi
oltre il solitario passo dei vecchi
oltre il sonno dimenticato dei morti

solo il silenzio vive.

Poetessa e scrittrice di diversi romanzi, amante della pittura, dal carattere riservato e determinato. Su esortazione di Montale, nel 1941, pubblica la sua prima raccolta di poesie “Fiore”, edita da Frassinelli, dopo essere stata scartata dalla Einaudi. Rifiuto che non passò inosservato alla sua determinazione, Lalla Romano, infatti, inviò una copia del volume alla casa editrice, accompagnato dalla dedica “a chi non ha voluto stampare questo libro”.

Lalla Romano

Dopo la maturità classica, s’iscrive all’Università di Torino dove ha come amici e compagni di studi diversi nomi noti della letteratura, tra cui Cesare Pavese. Descritto nei suoi diari come: “un giovane occhialuto, pallido, magro”, il poeta nel 1943 le commissiona la traduzione dei “Tre racconti” di Gustave Flaubert. Durante la seconda guerra mondiale diventa attivista del movimento Giustizia e Libertà, prendendo parte attiva nella Resistenza e nei gruppi di difesa della donna. Nel dopoguerra riprende il lavoro di insegnante, parallelamente inizia a pubblicare opere di narrativa. Il suo romanzo “Le parole tra noi leggere” vince il Premio Strega nel 1969.

La penna di Lalla Romano, in poesia e in narrativa, è spesso autobiografica, descrive la complessità e l’austerità nei rapporti familiari della borghesia settentrionale, attraverso il suo sguardo profondo e introverso, dall’infanzia nella campagna cuneese, agli amori adulti.

Antonia Pozzi

O velo
tu – della mia giovinezza,
mia veste chiara,
verità svanita –
o nodo
lucente – di tutta una vita
che fu sognata – forse –

oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano –
il ramo morto di tutti i giorni che restano,
che servono
per piangere te
.

Poetessa e fotografa, figlia di una famiglia agiata, cresciuta tra aristocrazia ed ambienti accademici, nei quali però non si è mai sentita a suo agio. Nonostante i numerosi tentativi, Antonia Pozzi, in vita, non ha ottenuto il consenso sperato verso le sue opere. Poetessa proficua già dagli anni del liceo classico, continua a scrivere durante l’università, fino alla morte, poco dopo. La prima edizione poetica della raccolta “Parole” fu stampata in trecento copie distribuite privatamente, edite poi Mondadori 1943 e nel 1948, con la prefazione di Eugenio Montale, che così ne scrisse: “Si può leggerlo come il diario di un’anima e si può leggerlo come un libro di poesia”.

Antonia Pozzi

Trattandosi esclusivamente di pubblicazioni postume (morì nel 1938), va considerato che non esiste poesia, pagina di diario, bozza narrativa, né lettera, che non sia stata accuratamente selezionata, censurata, talvolta definitivamente revisionata, dal padre di Antonia.

La poesia dell’autrice milanese ci parla di un tormento privato ed interiore, di uno sguardo interrogativo e giovane verso l’esistenza, nutrito e risollevato dal suo legame con la natura alpina. Questa la ragione dell’appellativo “forever young”, affibbiatole da Montale. Quella di Antonia Pozzi è una poesia ermetica, spesso affidata ai correlativi oggettivi, che si inserisce pienamente nella linea lombarda del realismo di inizio novecento.

Amelia Rosselli

Conto di farla finita con le forme, i loro
bisbigliamenti, i loro contenuti contenenti
tutta la urgente scatola della mia anima la
quale indifferente al problema farebbe meglio
a contenersi. Giocattoli sono le strade e
infermiere sono le abitudini distrutte
da un malessere generale.

La gola della montagna si offrì pulita al
mio desiderio di continuare la menzogna indecifrabile
come le sigarette che fumo.

Poetessa e musicologa, nasce a Parigi nel 1930, figlia dell’esule Carlo Rosselli, teorico del Socialismo Liberale, e dell’inglese Marion Catherine Cave, attivista del partito laburista britannico, dai quali eredita il carattere apolide ed autodeterminato, che trasmetterà anche nelle sue opere. Dopo la morte del padre, ad opera delle milizie fasciste Cagoulards, si muove tra Svizzera, Stati Uniti ed Inghilterra, dove si forma in studi letterari, filosofici e musicali, fino al rientro in Italia nel 1946.

Amelia Rosselli
(Foto Dino Ignani)

Nella vita si dedica alla teoria musicale, all’etnomusicologia ed alla composizione, materie sulle quali scrive diversi saggi. Le prime poesie di Amalia Rosselli vengono pubblicate nel 1963 sulla rivista letteraria il Menabò di letteratura. L’anno successivo esce “Variazioni Belliche” la sua prima raccolta di versi, edita da Garzanti. Dal 1966 inizia ad occuparsi di recensioni letterarie per quotidiani nazionali, mentre continua la produzione poetica che la porta ad ottenere pubblicazioni fino agli anni novanta.

La poesia di Amelia Rossetti riflette un’esperienza musicale profonda ed appassionata, tracciando un parallelismo tra grammatica e componimento musicale. I versi sono contaminati dall’unicità del plurilinguismo, dove la lingua si trasforma in una rappresentazione del pensiero di diverse culture e forme di apprendimento, riflesse nella quotidiana e personale esperienza di vita.

Mariangela Gualtieri

Ma se non sto più
attenta se non tento di stare
nel presente tutta dentro
finirò vecchiamente con occhio
spento e la gioia che sento diventerà
marrone sulla testa e sarò morta
nel camposanto fra gli altri morti
dell’indifferenza.

Mariangela Gualtieri è nata a Cesena e nel 1983 ha fondato, insieme a Cesare Ronconi, il Teatro Valdoca. Di tutte le poetesse citate è sicuramente colei che gode di maggior popolarità anche al di fuori dell’ambiente accademico. A partire dagli anni novanta, ha all’attivo numerose pubblicazioni con Einaudi, per le quali ha ricevuto premi e riconoscimenti.

Mariangela Gualteri, Teatro Dimora di Mondaino

La sua poetica è legata all’essenza della vita, allo sguardo osservante, talvolta grato, sempre attraversato dalla moltitudine delle emozioni umane, contrastanti tra loro. I versi apparentemente immediati e dal ritmo rapido, rivelano significati celati dalle metafore.

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