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Silvano Petrosino: le fiabe dicono alcune verità essenziali dell’esperienza umana

Intervista. È “La legge dell’incontro”: la fiaba offre un senso e un significato; sta a te lettore andargli vicino. Il filosofo milanese ci parla delle fiabe come racconti tanto belli quanto crudi

Lettura 5 min.
“Cappuccetto Rosso”

Ne abbiamo lette tantissime, ci siamo emozionati e abbiamo sognato insieme a loro. Sono le fiabe, racconti così apparentemente semplici che celano dietro di sé un mondo che non si può e non si deve ridurre in “…e vissero tutti felici e contenti”. Perché sono complesse e profonde, e dicono di noi e della vita. Ne abbiamo parlato con Silvano Petrosino, filosofo e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che sull’argomento terrà tre incontri (riservati ai possessori della Card) per Molte fedi sotto lo stesso cielo.

GB: “Le fiabe non sono racconti per bambini”, eppure da centinaia di anni e forse per altrettanti hanno avuto e avranno come unico pubblico proprio i bambini. Perché?

SP: Innanzitutto dal punto di vista storico e filologico è accertato: le fiabe non sono state scritte per i bambini. Sono racconti orali molto antichi, di cui non si sa l’origine. Pensi che in un racconto del 1100 c’è un accenno a una bambina con la cappa rossa che si perde in un bosco. Le fiabe, come tutta la grande letteratura, dicono alcune verità essenziali dell’esperienza umana. Non della vita umana, come dicono molti; le fiabe non parlano della vita dell’uomo, ma dell’esperienza. Non è da tanto che sono utilizzate per i bambini, saranno due secoli circa; ciò succede probabilmente per la stessa ragione per cui io le uso in università: perché sono dei testi brevi, molto densi e molto caratterizzati. C’è il lupo cattivo, la bambina buona e innocente ma non troppo; questo secondo me è il motivo per cui questi testi, non fatti per bambini, si adattano per iniziare a parlare ai più piccoli di alcuni temi fondamentali dell’esperienza umana. I bambini inconsapevolmente e inconsciamente già vivono questi temi; il bambino vive per esempio l’esperienza dell’abbandono ogni volta che la mamma non è con lui.

GB: Le fiabe che sono arrivate a noi sono frutto di riscritture avvenute negli anni; le versioni originali erano decisamente più crude. Questo cambiamento è legato alla presa di coscienza del bambino come categoria protetta, da difendere?

SP: Secondo me questa è una menzogna, un delirio dei nostri giorni. Non c’è bisogno di eliminare qualcosa per proteggere il bambino; il bambino non va protetto, va esposto. La vita è meravigliosa e tremenda, nella vita si muore. Le fiabe iniziano ad introdurre il bambino a queste verità dell’esperienza umana non dicendo le cose con il loro nome e con un finale positivo, ma le dicono. Alla fine arriva il principe che salva Biancaneve, però, intanto, la fiaba ti dice che Biancaneve è morta avvelenata. Per quanto riguarda la riscrittura in forme meno crude, i fratelli Grimm ne hanno fatta una a metà Settecento: hanno attuato una sorta di modernizzazione delle fiabe, però senza stravolgerne l’essenza. La grande menzogna, secondo me, è quella prodotta da Walt Disney: per rendere il prodotto digeribile ed accettabile da tutti, toglie tutti gli aspetti più tremendi dalle fiabe e ottiene un prodotto paragonabile a una lasagna dietetica. Senza colesterolo, senza glutine, senza lattosio… insomma ci capiamo. È la società di massa, che implica un abbassamento e una banalizzazione.

“Bianca neve e i sette nani” nella versione Disney

GB: Umberto Eco nei suoi studi di semiotica parla di lettore modello, cioè un lettore tipo che aiuta lo scrittore nel momento in cui allestisce il percorso di lettura, aiutandolo a stabilire cosa deve restare implicito e cosa invece va esplicitato. Chi è, quindi, il lettore modello delle favole, se esiste? È l’adulto?

SP: L’adulto vede delle cose che il bambino non vede, ma che inizia a sentire. La differenza tra il bambino e l’adulto dovrebbe essere proprio questa. Le fiabe non vanno modificate, edulcorate, cambiate; come il Vangelo e le parabole, chi cambia le parabole? Nessun pastore lascia andare 99 pecore per salvarne una. Però, in quel modo, Gesù inizia a dire una cosa che se l’ascoltatore ha voglia capisce. Esattamente nello stesso modo, le fiabe sono racconti e come tali vanno raccontati, non spiegati, proprio per iniziare a parlare di certe cose.

GB: Lei sul tema ha scritto un libro, “Le fiabe non raccontano favole” (Il nuovo melangolo, 2013)…

SP: Nel mio libro riporto una versione di Perrault di Cappuccetto Rosso, fatta verso la fine del Seicento. In questa, il lupo vestito da nonna dice alla bambina: “Ma che cosa fai lì? Spogliati e vieni a letto di fianco a me”. Si inizia a dire la cosa, si butta lì; un adulto capisce il senso di questa frase, un bambino meno. Eppure, ognuno collabora come vuole e come può al senso di una fiaba. Non esiste quindi un lettore modello unico; l’autore scrive l’opera che va messa in atto dal lettore. Gesù, quando gli si chiese perché parlasse in parabole, rispose “Ognuno capisca secondo il suo cuore”. È così anche per le fiabe.

GB: La storia di Cappuccetto Rosso altro non è se non un lupo che mangia viva una bambina che non ha rispettato l’ordine della mamma. La morale sembra proprio quella di ascoltare i propri genitori o Cappuccetto Rosso è in qualche modo attirata dal lupo?

SP: Nel libro parlo di doppia nascita: si viene alla vita senza deciderlo ma non si diventa uomini senza deciderlo. Le fiabe raccontano il passaggio di bambine che diventano donne e, per farlo, devono attraversare il bosco. Nel bosco dobbiamo passarci tutti; il bosco è la vita. La mamma dice a Cappuccetto Rosso di attraversarlo, perché non lo si può evitare per diventare grandi, e di non allontanarsi dalla via maestra. Il problema, quindi, non è che Cappuccetto Rosso abbia disobbedito, ma è molto più interessante: in ogni bosco ci sono i lupi, in ogni vita ci sono tentazioni e difficoltà. La morale della fiaba è di non cedere al fascino per il male. Il problema non è il lupo, ma il fascino che ha. L’uomo non fa il male perché sbaglia o perché è distratto, ma perché gli piace, perché lì trova qualcosa. Allora la morale è: non puoi eliminare il lupo dal bosco, né puoi evitare di incontrarlo; lo devi lasciare fuori dalla casa, dalla vita perché se, per ipotesi, ti metti a parlare con lui, alla fine ti perdi.

GB: Cappuccetto rosso è una bambina, Biancaneve una ragazza, Cenerentola pure. Perché questa differenza tra l’uomo, che è spesso ridotto al ruolo del principe, e la donna?

SP: Il ruolo della donna è un ruolo pazzesco. Fino adesso, e adesso sta cambiando, la donna è l’unica che può generare la vita. È una possibilità che la eleva e, al tempo stesso, la abbassa. La fiaba racconta la realtà, quello che vede; non si parla di maschilismo e femminismo, di donna da proteggere e cacciatore cattivo. Tutto ci che si concentra di meraviglioso e di terribile intorno alla donna è da ricondurre a questo potere inimmaginabile che è quello di generare vita.

“Cappuccetto Rosso”
(Foto Collaboratore Eppen)

GB: In Biancaneve di uomini, in realtà, ce ne sono tanti: ben sette. Che significato hanno questi sette personaggi un po’ ambigui?

SP: I sette nani sono figure falliche, perché indicano l’assenza del fallo. Sono degli uomini piccolini, che stabiliscono un contratto con Biancaneve dicendole: tu puoi restare qui a casa nostra se prepari da mangiare e rigoverni. Prendono, della donna, l’aspetto della sorella e della madre; cosa manca? La moglie. La fiaba ci dice che quell’aspetto è essenziale per la pienezza, completezza; abbiamo bisogno di un uomo e di una donna per portare avanti la vita. Ma non si può vivere sempre e solo con la lasagna dietetica… a un certo punto c’è bisogno del vino: di una vera donna, di un vero uomo. La fiaba ci dice che con i sette nani non si conclude nulla; con i sette nani la vita non va avanti.

GB: Ma il significato di una fiaba sta nella fiaba stessa o nell’interpretazione che se ne fa?

SP: Ognuno capisce ciò che vuole, nel senso ciò che il cuore permette. Bisogna aver studiato, letto per capire certe cose. La Bibbia, come le fiabe, racconta delle storie; cosa ognuno ci legge dipende dall’atto di lettura in sé. Io la chiamo “la legge dell’incontro”: qualcosa ti viene incontro solo nella misura in cui tu gli vai incontro. Questo riguarda anche il cielo: in Paradiso c’è un ufficio dedicato agli spettacoli, che ne organizza continuamente. Il suo problema, però, è che la gente spesso non se ne accorge. Stamattina alle sei, per esempio, ce n’era uno: una nebbiolina bellissima sul cielo di Milano. È uno spettacolo, ma chi se ne accorge? Speriamo che se ne accorgano. Speriamo di accorgerci.

Silvano Petrosino

L’ultimo libro di Silvano Petrosino, uscito quest’anno ed edito da Vita e Pensiero, è “Dove abita l’infinito. Trascendenza, potere e giustizia”.

Sito Molte fedi sotto lo stesso cielo

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