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«Sul confine» di Alberto Marzocchi. Un giallo sulle orme dei reporter del futuro

Articolo. L’ex miglior cronista d’Italia vive in un futuro inquietante dagli squarci ironici inaspettati. Un giovane giornalista con il pallino per i gialli, invece, trascorre le sue giornate alla scrivania di una nota testata nazionale a Milano. Il primo si chiama Ernesto Catania ed è protagonista di «Sul confine», un libro distopico di spie e omicidi scritto dal secondo, Alberto Marzocchi, bergamasco impegnato dietro le quinte dell’online Il Fatto Quotidiano

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Italia, 2055. L’Unione Europea è polverizzata. Un misterioso omicidio rischia di innescare una guerra tra la Francia e l’Italia, guidata da un governo dispotico. Ai vertici c’è un fantomatico «Ministero del tempo libero» e la «potentissima lobby dei bar». Un’accusa di cospirazione contro lo Stato diretta al Presidente e il ritrovamento del cadavere del suo vice saranno gli eventi scatenanti di «Sul confine. Una storia pericolosa di giornalisti, ubriaconi e spie cattivissime», un libro di Alberto Marzocchi edito da Scatole Parlanti. Ed è proprio in quel «cattivissime» del titolo del giallo che il giornalista e scrittore bergamasco classe 1990 rivela da subito un’indole ironica. Un’attitudine che ritorna nella biografia scritta di suo pugno per Il Fatto Quotidiano, testata dove lavora dal 2018.

«Sono cresciuto in un paese dove finisce la strada, in cima a una montagna, che curiosamente si chiama Piazzatorre, ma non ha né una piazza né una torre. Ora vivo a Milano – scrive – In mezzo sono passato da L’Eco di Bergamo, dove ho scoperto che presentarsi con rasta, maglietta zapatista e bermuda dal maresciallo dei carabinieri non è saggio. Poi Repubblica, Radio Capital e, infine, alla redazione de ilfattoquotidiano.it».

Tra l’incontro reale con il maresciallo e quello fittizio con i carabinieri del 2055, l’autore ha tagliato i rasta, cambiato maglietta (quando è in servizio) e durante il Covid è tornato a vestire i panni dello scrittore per la seconda volta. «Nessuna resa» è il suo primo titolo, un volume d’attualità edito da Piemme nel 2018, frutto di un lavoro a quattro mani con Claudio Locatelli, combattente italiano che ha liberato Raqqa dall’Isis, di cui il libro racconta la storia.

«Sul confine» invece racconta una vicenda di un futuro possibile, nata sull’onda di un bisogno di un altrove duro da raggiungere nei limiti del secondo lockdown, un romanzo seguito a un’idea naufragata: un instant book sul Covid a Bergamo dal taglio giornalistico. «Dopo aver trascorso il primo lockdown in 50 metri quadri a Milano, ero riuscito a ritornare a Piazzatorre in tempo, fiutando come si stavano evolvendo le cose – ricorda Marzocchi – Emotivamente, come tanti, avevo necessità di evasione e scegliere un futuro che non esiste mi dava la libertà di scrivere senza rischiare di essere contestato, con più leggerezza».

Nella storia catapultata oltre trent’anni in avanti, accanto all’ironia che attraversa la vicenda, alcuni passaggi prendono la forma di presagi, a partire dalla tensione Italia-Francia, che fa subito pensare a quella innescata dalla Presidente del Consiglio Meloni con il Premier francese sul tema delle migrazioni. «Mi ha contattato il vicedirettore de Il Fatto che ha letto il libro – racconta divertito Marzocchi – “Avevi previsto tutto” mi ha detto scherzando. “Speriamo che non si avveri nulla di ciò che ho scritto” gli ho risposto, un po’ meno ironico».

La scelta di un genere distopico porta con il pensiero subito a un visionario George Orwell o ai roghi dei libri di «Fahrenheit 451», capolavoro di Ray Bradbury. «Anche se sono dei grandi, i miei riferimenti vanno in un’altra direzione, non ho pensato a loro scrivendo – spiega – mentre lavoravo al libro stavo leggendo Landsdale, scrittore americano che con grande ironia racconta di un Texas dove accadono cose molto stravaganti». Tra i suoi successi la trilogia horror «Drive in», «Non aprite quella morta» o «Moon lake», libri che rientrano nel «genere hard boiled, fatto di morti ammazzati e sangue, raccontati con tono leggero e divertito».

Una grande fonte di ispirazione per Marzocchi, insieme all’autore statunitense, è anche Paolo Nori, scoperto a 15 anni perché incluso nella rosa dei finalisti del Premio di Narrativa Bergamo, «scrittore che amo per il suo stile colloquiale». Un tratto che il giovane giornalista ha fatto suo, cercando di ricreare la realtà tramite dialoghi il più possibile vicini al vero, tanto da scegliere di «dare voce ai miei personaggi con una lingua che comprendesse anche gli errori che comunemente vengono fatti nel parlato».

Nel quotidiano distopico di Marzocchi rientrano anche elementi del suo vissuto, compresa l’esperienza professionale nel mondo del giornalismo, «la prima a cui pensa qualcuno che legge il libro e sa cosa faccio nella vita quando incontra Ernesto Catania, “l’ex miglior giornalista del Nord Italia” ». È lui il protagonista della vicenda insieme un sommelier diventato astemio e a un giovane studentessa di Storia contemporanea a cui entrambi fanno la corte. «In realtà Ernesto non è un personaggio autobiografico, ma è ispirato a un mio collega di Repubblica – spiega – Poi certo, mentirei se dicessi che l’unico mestiere che riesco a fare non mi abbia assolutamente influenzato».

Epica, ironica e amara in questo senso è proprio la figura di Ernesto Catania, giornalista mobbizzato senza più una scrivania, costretto a lavorare da casa, l’unico a fare ancora il giro di nera. A un certo punto del libro, il lettore lo trova solo, seduto su una sedia, l’unico reporter presente a una conferenza stampa. «Una scena che riflette il giornalismo attuale, in cui si esce sempre più di rado dalle redazioni, dove si va poco sul posto e invece si guarda sui social cosa c’è – spiega l’autore – Un giornalismo in cui si investe sempre di meno in termini di soldi e risorse, in un’Italia in cui non esistono editori puri e l’editoria è debolissima. Nel libro porto tutto questo all’estremo, ma salvo i giornali di carta, li faccio esistere ancora, anche nel 2055. Speriamo sopravvivano davvero».

Dopo la prima prova di «Sul confine», Marzocchi punta a un secondo romanzo: l’idea è di proseguire con la narrativa di genere, prendendo un taglio molto più cruento. «Sono arrivato a gialli e noir relativamente tardi, solo da tre o quattro anni, ma ora che li ho scoperti li divoro – racconta – Prima leggevo solo libroni come quelli di Proust, Steinbeck o Haruf. Oggi invece tra i miei favoriti c’è il padre del noir James Ellroy: il suo Dalia nera” è entrato nella mia Top 10 assoluta».

Dai gialli alla cronaca nera è un attimo: il passaggio dalla finzione al giornalismo passa dal podcast. Marzocchi ascolta quelli sui grandi fatti di cronaca e consiglia capolavori di inchiesta come «Veleno», dedicato ai Diavoli della Bassa, «Il Dito di Dio» che ricostruisce la storia della Costa Concordia, oppure quelli su noti casi di omicidio come «Meredith» sul delitto di Perugia e Amanda Knox o ancora «Polvere», che racconta le indagini connesse all’assassinio di Marta Russo.

Il lavoro, la passione per i casi da risolvere e quella per la lettura si intrecciano per Alberto Marzocchi, che durante il giorno si occupa delle attività di desk nella redazione milanese de Il Fatto Quotidiano, quella dedicata all’online: un’attività definita di “cucina”, in cui si preparano i pezzi per la pubblicazione, tra ricerca, verifica delle fonti, revisione e titolazione a cui si aggiunge «meno spesso di quanto vorrei, anche la scrittura di articoli miei – spiega – Gli orari sono quelli di un giornale, ci sono turni e spesso si va a casa dopo le 23, se accade qualcosa o in caso di elezioni o eventi particolari le ore non si contano. Trovare del tempo per scrivere altro non è semplice, ma l’idea ce l’ho. In qualche modo riuscirò a ritagliarmi dei momenti per il nuovo libro».

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