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Crocifisso Dentello, «il dolore è memoria»

Intervista. «Tuamore» è un piccolo grande romanzo che attraverso il ricordo consacra chi non c’è più: Melina, la madre dell’autore, morta nel novembre 2020 a causa di un tumore al seno. Dentello sarà ospite della rassegna «Presente Prossimo» lunedì 21 novembre alle 21 presso la Biblioteca di Villa di Serio (ingresso gratuito)

Lettura 6 min.

Un libro sulla morte può essere pieno di vita. Nonostante il dolore di un figlio davanti alla scomparsa prematura della madre. Il corpo di chi ti ha generato che non esiste più: come un esilio, la consapevolezza cruda di tutto ciò che non potrà più essere, la consacrazione di tutto ciò che è stato. Dentro «Tuamore» di Crocifisso Dentello, edito da La nave di Teseo, ci sono la morte e il dolore, ma anche un amore profondissimo che dalla disperazione riesce a trovare lo slancio vitale. Tutto scorre in flusso denso di memorie e frammenti di vita dolci e amari. Un racconto onesto e commovente.

MR: Come ci si predispone a raccontare una storia così delicata e personale? È una materia che va fatta sedimentare e raffreddare o trattata quando ancora è calda e pulsante? Per te come è stato?

CD: Il mio è un caso proprio atipico perché la quasi totalità della bibliografia sul lutto e sulla perdita degli affetti – ho letto molti libri per prepararmi al mio testo – sono tutti scritti a distanza di molti anni, proprio perché di solito c’è questa piccola regola di mettere una distanza tra noi e il dolore. Io invece ho voluto fare l’operazione inversa. Quando è morta mia madre, il 16 novembre del 2020, ho subito scritto al mio editore Elisabetta Sgarbi e le ho chiesto di poter scrivere a caldo, con le viscere che ancora mi bruciavano, con la memoria fresca di mia madre. Volevo fare questa operazione, volevo mettere nel libro quanta più autenticità possibile.

MR: Quella famosa funzione terapeutica della letteratura?

CD: Il legame con mia madre era fortissimo e la sua morte per cancro, sebbene attesa, mi ha devastato completamente. È stato un periodo terribile, sono stato attraversato anche dai pensieri più cupi. Dovevo in qualche modo salvarmi, e la salvezza me l’ha data questa mia vocazione di scrittore che mi porto fin da bambino. Scrivere di lei mi ha messo in tensione, durante i mesi di stesura mi alzavo per consacrarmi alla sua memoria scrivendo. Questo mi ha salvato. Sai, ogni tanto si sentono quelle frasi che appaiono retoriche come quella della letteratura che “salva la vita”: per me è stato così. Scrivere di mia madre per me è stato più che terapeutico, mi ha proprio salvato, messo in una condizione di riprendere uno slancio che dopo la sua morte avevo perso completamente.

MR: Ti sei messo a scrivere subito dopo la morte di tua mamma Melina, eppure mi pare tu sia riuscito a trovare un bell’equilibrio fra trasporto emotivo e il tentativo razionalizzare gli eventi. È qualcosa che si è costituito nell’atto stesso di scrivere?

CD: No, purtroppo. Anzi, il libro che è uscito è una seconda versione. Io ho attraversato tutto il 2021 scrivendo, sei mesi e sei mesi: nella prima metà dell’anno ho scritto la prima versione, che mi è stata bocciata: Elisabetta Sgarbi mi ha chiamato e mi ha detto: «Questo libro è impubblicabile». E lo era perché ero concentrato sul mio di dolore, un dolore rancoroso e infelice; e nell’atto della scrittura sono venute fuori davvero le viscere. È come se in quella prima scrittura avessi liberato le tossine. Depurato di tutta la rabbia – perché ho vissuto come un’ingiustizia del destino la morte di mia madre – mi sono rimesso a scrivere, e forse proprio perché avevo buttato tutto il fiele nella prima versione ho potuto raccontare lei con maggiore controllo. Prima c’ero io. Quando nei sei mesi successivi ho riscritto «Tuamore», l’ho fatto con la gioia di ricordare mia madre, e ho messo in primo piano Melina. Ringrazio Elisabetta Sgarbi perché quella prima versione era effettivamente sbagliata e ha avuto un’intuizione felice. Scrivere con le viscere è pericoloso.

MR: Il corpo e la memoria sono due grandi temi del libro. Un tumore è uno di quegli eventi che ci sbatte in faccia la consapevolezza più cinica della nostra vulnerabilità: del corpo e quindi dell’esistenza, di tutto ciò che ci sembra una certezza immutabile.

CD: Quella sul corpo è un’altra mia ossessione, ed è un argomento molto delicato. Io ho visto il corpo di mia madre annientato dal tumore, il seno si è ritirato, metà del torace è stato assorbito dal tumore in una lebbra sanguinolenta. Vedere il corpo annientato di mia madre ovviamente ha acuito il mio dolore. Io non penso che i sentimenti possano sopravvivere senza la fisicità di un corpo: mia madre è sempre stata qualcosa di fisico, nell’abbraccio, nei suoi gesti quotidiani, nelle faccende domestiche, nella cucina. Quando ho visto quel suo corpo annientato, fermo, immobile, non più autosufficiente, in qualche modo sono venuti meno anche, se vuoi, i sentimenti che lei poteva esprimere. Il corpo è importante anche per esprimere la lucidità di una mente, non credo a due cose separate e distinte.

MR: Tuttavia l’esistenza è anche memoria. È dunque la memoria, il ricordo e la sua costruzione quotidiana, che redime tutto? L’antidoto a quella vulnerabilità?

CD: C’è una frase di un libro che dice «i morti sono davvero morti quando nessuno più li ricorda». Questa frase mi ossessiona, è vera: nel momento in cui io ricordo mia madre nella quotidianità spiccia o consacrandola in un libro... È soltanto la memoria che, agitandola ed evocandola di continuo, consente ai nostri cari che sono scomparsi di esserci ancora. Questa è una cosa importante. Io dico nel libro una frase un po’ forte, ma ci credo: «Il dolore è memoria». Fintanto che proverò un nodo o un piccolo grumo di dolore per mia madre che non c’è più, io continuerò ad averla accanto, a ricordarla: il dolore non mi fa paura, sono pronto ad affrontarlo tutto.

MR: Nel rapportarsi agli affetti che vivono un dramma come una malattia terminale può capitare di trovarsi in bilico tra trasparenza e opacità, o di chiedersi cosa sia meglio tra l’onestà e l’ambiguità. La crasi nel titolo del libro, «Tuamore», forse un po’ parla anche di questo. Da figlio che è anche scrittore, e quindi abituato a osservare, descrivere le cose e cercare l’esattezza delle parole, come hai vissuto questo aspetto? Come ti sei comportato?

CD: Nel libro è solo accennato ma ti dico che è stato un dolore, un dolore che si aggiungeva. Capisci che tua mamma se ne sta andando, che quelli sono gli ultimi momenti che trascorrerai con lei e hai una fame assoluta di verità, però capisci che la verità nuda e cruda può determinare qualche problema, e pensi possa in qualche modo peggiorare le cose, i suoi sentimenti. E allora cerchi di fingere, di simulare, di fare dei discorsi con il futuro dentro, anche se il futuro sai che non c’è. E io mi sono trovato nella condizione tremenda di doverle dire qualche piccola bugia, ma era un copione ridicolo perché lei lo sapeva, sapeva della sua fine. In realtà pronunciare quelle bugie è stato il più grande atto d’amore tra me e lei: sapeva che lo facevo per amore nei suoi confronti, e quindi accoglieva le mie bugie come un atto d’amore. È un paradosso ma è così. Io accoglievo la sua finta consapevolezza come un atto d’amore. Era come se tutte e due volessimo toglierci dall’imbarazzo che di lì a poco ci saremmo detti addio. Madre e figlio.

MR: È terribilmente complicato.

CD: Molto. Poi lei che era una comica involontaria se l’è cavata con una battutaccia – come racconto nel libro – dicendo: «Guarda che come attore sei pessimo, peggio di Alberto Tomba in quel film là con la Hunziker». Per dire che lo scarto umoristico per lei è sempre stato un modo per aggirare il male, lo spettro della fine. Ridere era un modo per sfidare la morte e abbracciare ancora la vita. E anche per questo l’ho amata, la amo e l’amerò sempre.

MR: Credi sia rimasto qualcosa di inconosciuto tra di voi, qualcosa che ti rammarichi di non aver chiesto o confessato?

CD: Certo, anche se devo dire che ho avuto un rapporto speciale con mia madre e non vivo di rimpianti. In un altro libro è scritto che i morti non pesano tanto per la loro assenza quanto per ciò che tra loro e noi non è stato detto. Con mia madre il rapporto è stato molto bello e intenso, però certo che restano delle zone d’ombra, non ho detto proprio tutto fino in fondo e lei nemmeno, ma forse questo fa anche parte della vita, proprio tutto non possiamo raccontarci, ma l’amore c’è stato. Forse io vivo anche una condizione di privilegio, so bene che ci sono anche rapporti deteriorati tra genitori e figli. Io ho avuto la fortuna di avere una madre veramente immensa, immensa. E il fatto di averla vista morire prematuramente per me è un trauma, perché volevo invecchiare insieme a lei, come scrivo, e questo non sarà più possibile.

MR: I lettori, invece: c’è qualcosa che hai raccolto da loro che ti spiegato meglio qualcosa di te, del tuo rapporto con tua mamma Melina?

CD: Lo dicevo proprio nella presentazione siciliana da cui sono reduce: spesso sia ha la tendenza a nasconderlo il dolore, si dice sempre che è qualcosa di intimo, che non si fa, che non si dice. Invece io sono stato spudorato, ma condividendo questo dolore ho imparato ad accettarlo, ad esorcizzarlo, tant’è vero che ho ricevuto centinaia di messaggi, anche dopo la mia partecipazione in TV su Rai Uno, messaggi di persone che avevano vissuto lo stesso dramma. E ci siamo confrontati e consolati, questo credimi fa molto bene.

MR: Nascondere il dolore non è necessariamente una virtù.

CD: Anzi, secondo me più ci affondiamo le mani e più, forse, impariamo ad accettarlo. Il dolore e la morte. Da questo punto di vista il rapporto con i lettori mi ha aiutato. E poi in questo mondo orrendo nel quale viviamo ci sono state delle lettrici che mi hanno commosso, che mi hanno detto che pregano per Melina; una addirittura mi ha fatto piangere perché mi ha detto: «Melina è anche mia madre, sono anche io orfana di Melina dopo aver letto “Tuamore”». Insomma, una comunione che uno non pensa possa accadere con un libro: per fortuna c’è ancora chi è sensibile al dolore degli altri, che se lo prende in carico e lo fa suo. E questa è una cosa molto bella, per chi soffre: il dolore resta, ma è un aiuto vero, concreto.

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