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#cult: a psichedelica ventata di soul dei Vanarin

Articolo. L’uscita del nuovo singolo “Care”, con un bel video animato, anticipa un nuovo lavoro in studio che si preannuncia ricco di novità. Ne abbiamo parlato con i diretti interessati

Lettura 4 min.

Tra le realtà più valide e interessanti del panorama musicale bergamasco, i Vanarin tornano a un anno dal loro ultimo album breve “Ep2” con il nuovo singolo “Care”, che anticipa un nuovo disco. Si intitolerà “Treading Water” e uscirà per Dischi Sotterranei nel corso del 2021, con diverse novità rispetto al percorso del gruppo. Abbiamo fatto una bella chiacchierata con il cantante e frontman David Paysden, che ci ha raccontato genesi e direzione di questo nuovo lavoro tra spunti filosofici e infiltrazioni black, chiedendogli anche di partecipare alla nostra rubrica #cult.

LR: “Care” anticipa il vostro nuovo album “Treading Water”. Come è nato il disco, e che direzione avete seguito?

DP: Abbiamo preso una strada secondo me più introspettiva: ci sono più canzoni che si chiedono “perché?”, che provano ad andare più a fondo in discorsi anche filosofici, approfondendo pensieri che credo tutti abbiamo nella nostra vita. Insomma, non ci limitiamo alla solita canzone d’amore. Parliamo anche di social media e del mondo virtuale, della vita e della morte, del tempo che passa, dei successi e dei rimpianti. Abbiamo scelto “Care” come primo singolo perché crediamo sia una perfetta introduzione al disco. Parla proprio del tempo che passa: “Time is a missle”, non riesci nemmeno a battere le palpebre che la vita ti è già passata davanti. In questo senso affronta anche il tema del rimpianto, o più precisamente la realizzazione delle cose che non hai fatto, e dell’indifferenza (il ritornello dice “I don’t want to seem like I don’t care”).

LR: Lo scorrere del tempo e le opportunità perdute sono temi molto attuali vista la situazione sanitaria attuale. Quanto ha influito nella sua realizzazione il fatto che questo disco sia nato in lockdown?

DP: In realtà al tempo del primo lockdown eravamo già quasi a metà lavoro. È stato un grande colpo, anche se oggi ci siamo tutti abituati a portare le mascherine, non poterci muovere liberamente e non poter abbracciare i nostri cari. Chi avrebbe mai immaginato che avremmo vissuto una pandemia del genere nel ventunesimo secolo? Poi Bergamo è stato uno dei posti colpiti più duramente: vedere persone care o parenti di amici morire per il virus è stato difficile. Siamo riusciti comunque a portare avanti il lavoro nonostante tutto, ma sicuramente ha influenzato noi come tutti. È una cosa che ha portato ad avere tante giornate no, ad avere meno “spinta” e abbattersi di frequente. Ma se il risultato finale è stato inevitabilmente influenzato, non c’è stata nessuna canzone scritta “apposta” per il Covid.

LR: Tematiche come appunto lo scorrere del tempo, lo sfumare di tante opportunità, sono purtroppo molto attuali.

DP: Senz’altro. Ma sono comunque tematiche che tutti noi affrontiamo tutti i giorni, quando arrivi a una maturità in cui l’innocenza e l’ingenuità dell’essere ragazzini un po’ si sfumano, e ci si rende conto di cosa significhi vivere nel mondo reale.

LR: Il video di “Care” è molto espressionista nella scelta dei colori, e vive di questa continua contrapposizione tra il mondo mentale del protagonista e il grigiore dell’ambiente metropolitano che lo circonda.

DP: Ci tenevamo a creare qualcosa che riprendesse l’immaginario di un tramonto, perché per noi il disco è questo a livello visivo. È una persona seduta in cima a una collina, che osserva il tramonto scendere. Quindi colori caldi e oscurità, contrasto di luci: anche con il video abbiamo voluto catturare questa cosa. Abbiamo lavorato con Mirko Conte e Giovanni Pagani, ed è emersa questa idea di un viaggio metaforico di questa persona che non è chiaro se stia andando verso o stia scappando da qualcosa, in questo continuo conflitto tra mondo reale e immaginario.

LR: Nella vostra musica sono sempre più importanti le influenze black. So che tu sei un grande fan di Blood Orange e Tyler the Creator.

DP: Assolutamente, e anche di Steve Lacy, Mormor, insomma amiamo tutto quel movimento East Cost di nu-soul. Anche Frank Ocean e Toro Y Moi. Infatti non so quanto ci definirei ancora un gruppo alt-rock. Non credo che il rock ci appartenga più di tanto: sì abbiamo delle chitarre nelle nostre canzoni, ma ci definirei più alt-pop: mescoliamo r&b e soul a tutte quelle cose più britanniche.

LR: A livello di tuo cantato, è possibile che ci sia in futuro qualche infiltrazione rap, in continuità con questo discorso?

DP: Nel disco che verrà ci sarà qualche pezzo in cui toccheremo questa sfera. Quindi assolutamente sì. In realtà anche ai tempi del nostro primo disco ci eravamo già passati: c’è un pezzo funky in cui faccio una parte rappata, abbastanza anni ’80. Ma nel nuovo disco ce ne saranno diverse, a metà tra rappato e semi-cantato, ma sempre con quell’attitudine lì.

LR: Tornando alla situazione contingente: come pensate di promuovere il disco prossimamente, epidemia permettendo?

DP: La volontà sarebbe anzitutto quella di tornare a suonare in estate, se le cose migliorano abbiamo già qualche idea in ballo. Ci piacerebbe anche riprendere in mano il nostro tour, che avrebbe dovuto avere date in Germania e America. Sicuramente ci piacerebbe espandere un po’ il nostro territorio. In ogni caso l’idea è quella di suonare e farci sentire il più possibile.

La copertina di Care

LR: A te l’onore (o l’onere?) di rispondere alla nostra rubrica #cult.

#1disco
“Pet Sounds” dei Beach Boys

Un album che ci ha sicuramente influenzati moltissimo tutti e quattro. Lo ha fatto in un modo molto interessante, essendo Brian Wilson uno scrittore così particolare, per il periodo che era ma anche in generale. Abbiamo sicuramente preso un po’ della loro “pazzia” a livello di arrangiamenti, e nel modo di introdurre piccoli strumenti in piccoli spazi, facendo valere un certo tipo di sperimentazione.

#1film
“I Goonies” di Richard Donner

In sé non è un film che ci abbia ispirati a livello artistico, ma piuttosto ci ha legati come persone. È un film che conoscevamo già tutti ma che abbiamo anche visto insieme, e parla di questi amici anche un po’ improbabili che si mettono insieme a fare qualcosa: praticamente la nostra storia!

#1libro
“Alice in Wonderland” di Lewis Carroll

A me personalmente piace moltissimo come scrive e come si approccia al mondo Lewis Carroll. Questo libro poi è bellissimo perché è come se fosse una sorta di costante rivalutazione della realtà: Alice sta sempre guardando le cose da un punto di vista assurdo, e quando pensi di aver capito in realtà non hai capito niente, sempre in mezzo a questo mondo plasmato dalla follia. Quindi ci ha influenzati molto in questa fantasia artistica che poi cerchiamo di riversare nella nostra musica.

#1viaggio
Londra

È stato un viaggio che ci ha legati molto: qui abbiamo fatto una bellissima esperienza tutti insieme, per fare i master del nostro primo EP. È stato indimenticabile, abbiamo passato tre o quattro giorni in cui la nostra amicizia si è rafforzata e il nostro legame è diventato ancora più magico.

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