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Francesco Micheli, “Donizetti oggi sarebbe il regista di una serie tv Netflix”

Intervista. Doppio appuntamento con il grande operista bergamasco firmato dal direttore artistico di Donizetti Opera, in scena l’11 luglio con “Lucia Off” e il 22 agosto con “Nel cuore di Gaetano” per Lazzaretto on stage. L’obiettivo: (ri)scoprire Donizetti in chiave pop e tutta la modernità dell’opera lirica

Lettura 5 min.

Per Francesco è un peccato non potersi prendere un caffè con Gaetano. Quando parla di lui è chiaro che gli vuole bene e lo stima tantissimo. L’ha introdotto al pubblico bergamasco in questi anni con la stessa naturalezza con cui si porta un amico una sera a una festa. Un amico romantico, estremo e appassionato, che ha avuto una vita difficile, costellata di perdite, ma avventurosa, tra Bologna, Venezia e Parigi. Un amico che secondo Francesco oggi sarebbe un brillante regista di Netflix che non se la tira.

Gaetano però è nato nel 1797. Francesco nel 1972. Entrambi a Bergamo, ma con qualche decina d’anni di distanza, che rendono difficile quel tanto desiderato caffè. Il primo di cognome fa Donizetti ed è uno dei più grandi compositori d’opera al mondo. Il secondo invece si chiama Micheli ed è un direttore artistico di fama internazionale, regista e insegnante.

Dal 2014 alla guida di Donizetti Opera, Francesco Micheli ha saputo rivoluzionare la percezione della figura del grande operista, facendo innamorare i bergamaschi che non lo conoscevano e diffondendone le opere e il valore nel mondo. Convinto del valore dell’opera come bene comune, Micheli, con il suo approccio approfondito e accessibile allo stesso tempo, ha fatto innamorare il vasto pubblico della lirica: tra programmi su Sky Classica e Sky Arte, la regia di spettacoli alla Fenice di Venezia, all’Arena di Verona e all’National Center of Performing Arts di Pechino. In quattro anni tra il 2012 e il 2017 ha rilanciato il Macerata Opera Festival e lo stesso ha fatto con successo anche a Bergamo rileggendo i lavori donizettiani in chiave contemporanea, portandoli in scena con la stessa spregiudicata brillantezza del suo amato Gaetano.

Francesco Micheli in “Lucia off”
(Foto Rota)

Così Micheli farà anche nelle due serate in programma al Lazzaretto per la rassegna Lazzaretto on stage di “Torniamo in scena. Estate duemila[e]venti”. Sabato 11 luglio porterà il pubblico alla scoperta della “Lucia di Lammermoor” con “Lucia Off” (21.30, ingresso 7 €), a cui seguirà il 22 agosto “Nel cuore di Gaetano” (21.30, ingresso 7 €), una serata presentata dallo stesso Micheli e dedicata alle melodie più celebri del Maestro con Carmela Remigio (soprano), Paolo Bordogna (baritono) e Sem Cerritelli (pianoforte).

SV: Perché non perdersi questi due eventi?

FM: Questi appuntamenti riflettono i due modi tipici con cui da subito ho cercato di avviare il dialogo con i bergamaschi su Donizetti. Primo: raccontarne il capolavoro, la “Lucia di Lammermoor”, l’opera da portarsi su un’isola deserta. Se si vuole conoscere qualcosa di suo deve essere lei. Secondo: mostrare l’attualità della lirica. Se si pensa all’opera oggi, si pensa alla sua forma più vecchia, il galà lirico-sinfonico alla Pavarotti con tanto di foulard. Al Lazzaretto invece vedremo tre bravissimi cantanti di fama mondiale, che proporranno i pezzi di Gaetano e io interagirò con loro, facendo un po’ una sorta di regia in scena.

SV: Come ogni grande opera d’arte anche “Lucia di Lammermoor” sa parlare al presente. Cosa ci dice?

FM: Dalla Scozia dell’antichità alla Bergamo di oggi, essere donne è una bellissima avventura, ma molto difficile. Lucia è il classico esempio di donna che avrebbe tutto per essere felice, ma è infelice, perché circondata da un mondo maschile vuoto. Gaetano è un romantico, un vero romantico, uno tosto, uno estremo, capace di scrivere sulla spinta dei sentimenti e portare in scena negli anni Trenta dell’Ottocento la condizione femminile in tutta la sua tragicità. Mi viene in mente “Unorthodox”, la serie di Netflix. Lucia è quella cosa lì, purtroppo non ha incontrato una donna che l’ha aiutata a scappare e le cose sono andate in un altro modo.

SV: Se incontrasse oggi Donizetti, chi sarebbe?

FM: Magari potessi prendermi un caffè con lui! Sarebbe un vero talento, un regista di Netflix tostissimo, che non se la tira. Sarebbe ingiustamente accusato di essere commerciale e di produrre troppo velocemente, come accadde anche all’epoca.

Gaetano Donizetti

SV: E chi è stato Donizetti?

FM: Direi uno dei primi, se non il primo grande autore internazionale. Fino a Rossini tutti prendevano spunti da storie classiche di ambientazione mediterranea, provenienti dalla cultura romana e greca. Lui è il primo che importa storie dal mondo: Scozia, India, Santo Domingo, immaginari nuovi ed esotici. È il primo che ha avuto la curiosità di conoscere il mondo e farlo conoscere anche agli italiani. Lui ha iniziato quasi subito a viaggiare: prima gli studi a Bologna, poi il debutto a Venezia e ancora Napoli, Palermo, Parigi e Vienna, pur restando tra i grandi quello più attaccato alla sua terra.

SV: C’è anche un Donizetti del sacro e del lutto. Molti bergamaschi e italiani hanno avuto occasione di ascoltarlo pochi giorni fa durante la serata in memoria delle vittime della pandemia...

FM: Dalla musica sacra emerge il legame di Donizetti con Bergamo. In Santa Maria Maggiore da ragazzo aveva preso lezioni dal compositore tedesco Mayr, che aveva una conoscenza della scrittura molto elaborata, proveniente da Bach. Una capacità pazzesca, che anche Donizetti ha saputo coltivare e far sua e che possiamo sentire nella sua musica religiosa. Nei cori del Requiem c’è una dimensione molto spirituale, intensissima, mentre nei solisti senti il cuore, l’anima e i desideri che Donizetti ha saputo far parlare con una capacità comunicativa fortissima attraverso una lingua semplice, di una schiettezza bergamasca, in cui si citano quasi le canzoni popolari.

SV: Negli anni lei ha portato avanti un grande lavoro di divulgazione su Donizetti in città. Come è cambiata la percezione del pubblico nel tempo?

FM: Condividere l’amore per un autore così grande con un nuovo pubblico ha fatto sì che chi già amava Donizetti non si sentisse più il tenutario esclusivo del suo verbo, ora c’è meno integralismo. Qualche anno fa bastava fare una cosa un po’ strana per essere fischiato. Oggi abbiamo spettacoli molto aggiornati e amorevolmente spregiudicati. L’opera non è più tempio dove rischi di essere blasfemo, ma un luogo appassionato, poetico e alto. Io ho scoperto Donizetti fuori Bergamo, poi sono arrivato in città da bergamasco a far innamorare di lui i miei concittadini. C’era chi, tra di loro non sapeva chi fosse, o pensava “Ah, la lirica che palle!”. Ora invece sono sempre di più le persone che ne apprezzano la grandezza.

SV: Ha detto che ha scoperto Donizetti fuori Bergamo. Cosa ci dice del vostro primo incontro?

FM: Alla Scala c’era la sua Lucia. Era il lontano 1992. Avrebbe dovuto dirigere la serata Gian Andrea Gavazzeni (direttore d’orchestra bergamasco di fama internazionale scomparso nel 1996, ndr). Mi dissi “Ostrega, non posso perderlo!”. Poi Gavazzeni non lo diresse per divergenze col teatro, ma quel primo grande amore non mi ha più lasciato e parlarne al Lazzaretto sarà una grande emozione.

L'ange de Nisida
(Foto Carlo Dignola)

SV: Che sorprese le ha riservato Donizetti nel tempo?

FM: Senza dubbio “L’Angelo di Nisida”, un capolavoro incredibile, rimasto in soffitta e poi presentato al mondo lo scorso anno e premiato a livello nazionale. Un’opera scritta per una compagnia privata di Parigi, pensata per un teatro che non ha problemi di censura, con un pubblico ricco, spregiudicato e colto. Proprio per questo non l’abbiamo conosciuto. Ho imparato ad amare quest’uomo così rivoluzionario, a cui il successo non importava, per lui contava solo il lavoro fatto bene, a prescindere dal risultato.

SV: Cosa le piacerebbe valorizzare ancora del suo Gaetano?

FM: A parte che ha scritto un sacco di opere non ancora abbastanza apprezzate, tra cui “Marino Faliero” che faremo quest’anno. Arrivato a Parigi, Donizetti ha saputo aggiornare il linguaggio operistico alla contemporaneità: era l’epoca dei ballabili e lì la gente andava a teatro anche per ballare. Quindi mi piacerebbe portare l’elettronica da clubbing in scena.

SV: Cosa ci insegnerebbe Donizetti oggi in questo momento?

FM: Quello che ha detto nelle sue opere: la vita non è una parabola che sale all’infinito, è un percorso accidentato, dove si cade e ci si rialza ogni volta, più forti, più ricchi e più umili, proprio grazie a quelle cadute.

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