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Giulio Casale canta e racconta De André, «per me la sfida è ancora quella di dire una parola nuova»

Intervista. Sarà il protagonista venerdì 6 maggio dello spettacolo «In direzione ostinata e contraria» all’Auditorium “Don Renato Mazzoleni” di Cisano Bergamasco. «Ogni tanto bisogna ripassare dai maestri. Siamo un Paese che ha avuto tante eccellenze ma ne ha poca memoria»

Lettura 6 min.
Giulio Casale

Chi come me è nato negli anni Ottanta e ha seguito il rock italiano a cavallo fra i Novanta e i primi Anni Zero non può non conoscere gli Estra e Giulio Casale. Animale da palco e intellettuale di raro spessore nel mondo della musica, Giulio dopo l’esperienza con la band cult veneta ha intrapreso un percorso da cantautore (con tre dischi all’attivo), ma anche da attore di teatro-canzone (rifacendo «Polli d’allevamento» di Gaber), riprendendo a modo suo alcuni dei nostri maggiori cantautori. Come Fabrizio De André (organizza l’associazione Andech, biglietti qui).

LB: Giulio, perché De André?

GC: Il perché mi sembra quasi scontato. Ogni tanto bisogna ripassare dai maestri. Siamo un Paese che ha avuto tante eccellenze ma ne ha poca memoria. Vive dei trend e delle mode del momento senza appunto ricordare, senza riattivare il cuore rispetto a certe cose. Da cantautore ritengo che uno dovrebbe sapere bene la storia dell’arte di questo Paese prima di dire una cosa sua, e in questo senso De André è un’eccellenza assoluta.

LB: C’è stata ad un certo punto, dopo la sua morte, una sorta di “moda di De André”, che però è stata una sorta di riduzione e addomesticamento del suo pensiero insieme a una santificazione del personaggio. Sei d’accordo?

GC: Sono d’accordissimo, infatti ogni volta che lo porto in scena cerco di evitare il pericolo della santificazione post mortem. De André è un cantautore che è anche pieno di contraddizioni, è un cantautore che per esempio ha dovuto sempre circondarsi di grandi collaboratori, lungi da me quindi farne l’immagine di un genio solitario rinchiuso nella sua torre, e ci sono tante altre cose in lui che andrebbero indagate. Resta il fatto della grandezza del suo canzoniere, probabilmente il più grande del nostro Paese, per coerenza coi propri valori, per l’importanza culturale delle sue canzoni, e per l’evoluzione della sua musica nel corso degli anni, anche grazie ai collaboratori di cui parlavo prima.

LB: Come lo affronterai?

GC: Sarò assolutamente da solo, la maggior parte dello spettacolo sarà voce e chitarra con brevi narrazioni di raccordo. In passato per un certo periodo ho lavorato su queste canzoni e ho riarrangiato alcuni pezzi spostandoli un po’ di più nel mio sentire, con un vago sapore rock-blues. Alcuni brani inoltre vennero arrangiati full band e quindi userò in due o tre momenti delle basi: il pubblico così sentirà dei brani completamente arrangiati e non solo voce e chitarra.

LB: Accanto alla tua carriera di cantautore tu ti sei preso il compito di preservare e mantenere vivo il lavoro di certi grandi nomi italiani: oltre a De André, penso a quando hai ripreso «Polli d’allevamento» di Gaber o allo spettacolo su Fernanda Pivano. Ma il tuo non è mai stato semplicemente un fare delle cover…

GC: No, non è solo fare cover, ma reinterpretare. E a quel punto allora c’è un proprio fattore autoriale di base. Questo me lo ha insegnato il teatro, dove un classico attraversa il sentire di chi sul palco lo interpreta. È come fai le cose che dà un senso o no al tuo affrontare questi grandi nomi. Poi c’è il discorso che facevamo prima: per me è chiaro che la sfida è ancora quella di dire una parola nuova, interpretare il nostro tempo che è sempre più complesso e contraddittorio.

LB: Non sembra facile oggi però dire qualcosa di nuovo.

GC: Da un certo punto di vista sembra che un’evoluzione artistica oggi non sia possibile. Però bisogna sempre avere memoria. La parola nuova e l’estetica contemporanea dovrebbero sempre tenere conto di quello che c’è già stato. In quello che faccio io si intrecciano due sfide: da un lato una forte memoria, una forte coscienza civile del nostro Paese, delle nostre miserie e eccellenze; dall’altro ciò che provo a fare quando scrivo io, quando mi metto in proprio e cerco di fare un minimo di umile avanguardia, di portare avanti di un millimetro in più ciò che i nostri maestri ci hanno lasciato.

LB: Prima parlavi di riappropriarsi in modo personale di De André, però con «Polli d’allevamento» di Gaber fosti quasi filologico…

GC: È un discorso interessante, che riguarda delle scelte differenti ma sempre ponderate. Quello con «Polli d’allevamento» è stato un lungo “corpo a corpo” notevole, replicato più di duecento volte, con il testo e la regia di Gaber, usando le meravigliose basi originali di Battiato. Questo corpo a corpo mi ha lasciato senza via d’uscita, per cui non è vero che lo faccio identico, però mi sono reso conto che con Gaber era diverso. Gaber era una vera e propria maschera teatrale, quindi in qualche modo portarlo completamente al di fuori di sé significava addirittura depotenziare il testo, usando una vecchia parola “il messaggio”. Perché certe ironie, certi drammi e sofferenze, che stavano nella maschera di Gaber in scena, sono imprescindibili, e tutte le volte che mi trovavo a farlo in modo diverso mi rendevo conto che parte del testo, proprio il senso più profondo, veniva a mancare. Di conseguenza ho fatto una scelta diversa, ho cercato di indossare quella maschera facendo cose che lui non avrebbe mai fatto, ma mantenendo una coerenza con essa.

LB: Come cantautore solista hai fatto tre dischi. A mio giudizio non hai ricevuto quello che meritavi. Cosa ne pensi?

GC: Beh intanto grazie, perché c’è dell’affetto in questa tua affermazione. È vero, i miei dischi solisti non hanno avuto un gran successo popolare, questo è evidente. Siamo in un momento storico in cui sembra che chi fa canzone d’autore non sia più in grado di intercettare le masse, perciò chi fa le programmazioni dei concerti, chi decide i grandi ospiti, insomma chi fa la grande comunicazione, non pensa a me come a tanti altri miei colleghi. Si capisce che la musica rischia di essere sempre di più puro intrattenimento, e va benissimo. Ma sappiamo che una canzone può contenere molto di più di un piccolo sentimento o di piccole vicende personali. Tuttavia non mi dispero, perché comunque faccio ancora tante serate con molte persone, c’è chi mi segue e mi conosce, si ricorda ancora degli Estra. Quindi un piccolo segno forse lo sto lasciando, nonostante tutto.

LB: Tutte le volte che ti ho visto dal vivo ho avuto l’impressione che tu sia una specie di antenna altamente sensibile, capace di captare lo spirito dei tempi. Mi riferisco agli Estra, ma anche ai tuoi dischi in solitario e agli spettacoli su Gaber e De André. E anche quello che scrivi sulla tua pagina Facebook…

GC: Che bello (ride, ndr). Sì, un po’ sì, è un qualcosa che mi viene anche imputato. La cosa bella però è che qualche volta mi è stato riconosciuto, ad esempio quando ci riunimmo con gli Estra sette anni fa qualche critico riconobbe come quelle canzoni, scritte molti anni prima, sembrassero in realtà parlare del nostro tempo, quella è la cosa che mi dà più spinta. Riuscire a intercettare il disagio delle persone, il dibattito interiore individuale che ci accompagna, riuscire a metterlo in musica senza retorica, con tutto il massimo della durezza ma anche con tutto il massimo della dolcezza. Questo per me è il massimo della vita, poi poco importa se apparentemente tutto passa invano. In realtà non è così.

LB: Dopo la pandemia, quando la cultura poteva essere decisamente sostenuta meglio, come stai oggi, in questo tempo?

GC: Beh, ci sto decisamente a fatica sempre più, perché la cultura e tutto ciò che ruota intorno vengono ritenuti superflui e i tempi sono sempre più incerti e difficili per tutti. Al contrario di quello che sarebbe giusto, siamo tutti relegati nel frou frou quotidiano, come se fossimo in una lunga vacanza dalle cose che contano. Quando invece la cultura e l’arte servirebbero soprattutto in momenti come questo. Su questa cosa ho scritto uno spettacolo che si chiama «Lettere da lontano», che ho portato in giro l’estate scorsa e parte proprio dall’esperienza del confinamento da cui ponevo delle questioni, cioè cosa resta, quale occasione è stata la pandemia e quale occasione avremo davanti dopo che il mondo si è fermato, e quindi si è visto che si può fermare, e provare magari a farlo ripartire in un modo più umano, solidale, onnicomprensivo. Con un nuovo modello economico, con maggiore attenzione all’ambiente che sta per esplodere. Sento però che spesso ci si richiude in un sentimento di evasione da tutto questo ed è un peccato. I momenti di crisi sono momenti di occasioni. Invece siamo continuamente distratti, come accade in questi giorni, da eventi sempre maggiori e catastrofici.

LB: La pandemia prima e la guerra in Ucraina adesso ci hanno mostrato come sia sempre più difficile avere un pensiero divergente, complesso…

GC: Questa è una delle caratteristiche del nostro tempo, certo. C’è qualcosa di tremendo nella contrapposizione tra pro-vax e no-vax, se non sei di qua sei di à, quando invece è la complessità di pensiero una delle caratteristiche principali degli esseri umani. Ad esempio mi è piaciuto molto quando il presidente dell’Anpi, dopo tutte le polemiche sul 25 aprile, ha detto che dovremmo uscire dalla logica amici/nemici, perché è una logica di guerra e noi siamo invece quelli che pongono la guerra come soluzione dei conflitti. Questo è un pensiero complesso, che non si riduce a un sì o a un no, a un mi piace o a un non mi piace.

LB: Che poi è la stessa complessità che si trova nelle canzoni di De André.

GC: Il pensiero di Fabrizio De André tiene insieme un enorme complessità. Tiene insieme la pietà, la compassione, la comprensione per chi ruba e uccide, ma anche le storture del potere, la bellezza dell’umanità ai confini e li rilancia a un livello altissimo. Non si può ridurre tutto a bianco o nero, non è mai stato così.

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