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Il suono cangiante ed evocativo de «Le Città Invisibili»

Intervista. Rendere in musica l’immaginifico viaggio ideato da Italo Calvino nel suo «Le Città Invisibili»: un progetto tanto ambizioso quanto affascinante. Ci ha provato Claudio Angeleri, compositore, pianista e docente bergamasco tra i nomi più illustri e rispettati del mondo jazz italiano. Ma anche architetto. Il concerto dal festival «Le Primavere» sabato 28 maggio alle 21 su Bergamo TV

Lettura 6 min.
Claudio Angeleri (Butti)

Nel 2004 nasce infatti «Musiche dalle Città Invisibili», uno spettacolo multi-disciplinare a cavallo tra letteratura, musica, architettura e rappresentazione teatrale, in cui alcune delle tante città immaginate dal genio di Calvino sono rese in musica grazie all’onnivora duttilità del jazz.

Andato in scena al Teatro Sociale di Como lo scorso 3 maggio all’interno della decima edizione de Le Primavere, lo spettacolo verrà trasmesso da Bergamo TV sabato 28 maggio alle 21. Quale libro migliore da cui attingere infatti per parlare di «Città Ideali», tema portante dell’edizione 2022 del festival? Ne abbiamo parlato proprio con Claudio Angeleri, l’ideatore principale dello spettacolo, che ci ha raccontato la nascita, le suggestioni e l’attualità di queste sue composizioni, e dell’importanza senza tempo del capolavoro che le ha ispirate.

LR: Da dove nasce «Musiche dalle città invisibili»?

CA: Nasce come omaggio al libro di Italo Calvino «Le Città Invisibili», che esattamente nel 2022 compie cinquant’anni dalla prima pubblicazione. Un’opera rivoluzionaria sia dal punto di vista letterario che architettonico, per la sua visionarietà. Ha saputo descrivere tanto le città di allora quanto gli sviluppi che le stesse avrebbero seguito in questo mezzo secolo, anche ipotizzando soluzioni ad alcune delle criticità delle città odierne: il rapporto tra uomo e natura, i rapporti umani inseriti nella non-neutralità del luogo “città”.

LR: È uno spettacolo che non nasce oggi, ma ha già una storia di oltre vent’anni…

CA: Nasce nel 2004 come lavoro multi-disciplinare: c’è la musica, c’è la parte teatrale a base di estratti e letture del libro, e una parte di immagini che dialogano tra loro. Il testo originario è molto denso, e difficile da rendere come rappresentazione teatrale. Quindi ho cercato nel testo di Calvino la musicalità delle parole, con brevi estratti letti all’inizio e alla fine di ognuna delle otto città scelte. La sfida è stata quindi duplice: giocare sulla musicalità delle parole da un lato, e sulla descrittività della musica dall’altro.

LR: Direi che è stato un successo…

CA: È stata una scommessa vinta su tutti i fronti: lo spettacolo è stato portato in diversi festival in Italia e anche negli Stati Uniti. Ad esempio nel 2005 ho tenuto un seminario all’università di Berkeley in California, dove ho spiegato in dettaglio il progetto.

LR: Nel libro le città sono 55: con quale criterio ha scelto le 8 città da rappresentare nel suo spettacolo?

CA: «Bauci» è la città che sta al centro del libro ed è un po’ il cuore del significato più profondo delle città invisibili, perché parla del rapporto tra gli abitanti di questa città e la città stessa, oltre che con la terra. Parla di questi cittadini che abitano in cima a delle palafitte, forse metafore dei grattacieli, perché così possono vedere dall’alto la terra senza inquinarla, in un certo senso. Quindi c’è questo grande rispetto della terra e del costruito. Poi ho cercato di trattare le famiglie delle «Città invisibili», che sono divise in gruppi: le città sottili, le città continue, eccetera. Alcune di queste si prestavano meglio di altre ad essere musicate: essendo un compositore comunque c’è molta soggettività nella scelta.

LR: Ha collaborato con qualcuno nello svolgere questo lavoro sul testo di Calvino?

CA: Ho avuto l’aiuto di due collaboratori fondamentali: Mario Bertasa e Tiziana Sallese, che mi hanno dato una mano soprattutto dal punto di vista della selezione e della riduzione testuale.

LR: Potrebbe definire “jazz” queste composizioni?

CA: Se intendiamo il jazz come quella musica capace di cogliere degli stimoli diversi e metabolizzarli, allora sì. Per esempio «Eutropia» la città che continua a cambiare, l’ho resa con un blues, che grazie alla sua struttura circolare consente di inserire cambiamenti continui. Il jazz fa tutto questo nel nome dell’improvvisazione: il musicista, a differenza della musica classica, autografa la musica che viene prodotta. Nella musica classica il musicista esegue musica di altri. In questo senso le composizioni di «Musiche dalle Città Invisibili» sono jazz, per la capacità di cogliere diversi stimoli culturali e rielaborarli.

LR: Lei accademicamente viene anche dall’architettura, e in questo progetto come abbiamo detto si intersecano diverse discipline. Anche in certe sonorizzazioni di ambienti tipiche della musica ambient avviene questa compenetrazione. Anche nel suo progetto c’è questa idea di un luogo reso in musica.

CA: La musica ambient non è un settore che seguo. I miei riferimenti sono di altra natura: ad esempio ne «La Città Continua» c’è un riferimento che potrebbe quasi guardare alla cultura indiana, con questo continuo cambiamento del beat. C’è stato da parte mia un interesse più transculturale che relativo a generi precisi. Anche perché come dicevo il jazz fa della sua forza proprio questo suo essere senza confini di genere.

LR: Restando su «La Città Continua»: la ripetizione ossessiva alla base del brano sembra effettivamente un mantra. In tutti i brani ha seguito questo tentativo di resa formale del testo originario?

CA: Ho usato la parola per la musicalità: come capita a volte con le lingue straniere, quando magari non capiamo esattamente il significato della frase, ma ci piace il suo suono. Infatti le parole sono state messe all’interno della partitura.

LR: Come se si scambiassero significante e significato.

CA: Esatto, abbastanza alla Umberto Eco. Il discorso è che la musica è descrittiva. C’è una corrente francese degli anni Settanta che si chiama «etnia immaginaria» che dice che già la scelta di una scala, o di un ritmo o di un colore musicale già ti porta in una determinata cultura o periodo storico, e questa è l’abilità del compositore. Ad esempio ne «La Città Perfetta» sono partito da un’idea quasi di musica classica, che però poi pian piano si modifica. La storia parla di questa città perfetta creata da filosofi e architetti, in cui anche gli abitanti sono rigidamente selezionati arrivando poi ad accoppiarsi unicamente tra loro per preservarne la purezza. Così la città perfetta diventa rapidamente una città di mostri. Ecco nel brano il ritmo che inizia in 4/4 poi si spezzetta, rompendo la simmetria iniziale. Spesso sono dei giochi da un punto di vista compositivo.

LR: Città ideali, città possibili: direi che Calvino è invecchiato bene, anche in riferimento alle riflessioni stimolato dagli incontri di quest’edizione.

CA: Calvino è attuale non perché ti dia delle risposte: la sua genialità sta nel suscitare tante domande, nel far riflettere. Così anche noi abbiamo dato questo senso di sospensione. Anche se l’ultimo pezzo, «La Città Possibile» contiene un testo che non è di Calvino ma è stato scritto da Mario Bertasa nel quale si danno indicazioni, con riferimenti alla storia delle città, cercando di immaginare soluzioni che riguardino la vivibilità sul pianeta e il rispetto della natura. Un’ecologia intesa sia intesa in senso ambientale che sociale.

LR: Questo suo progetto è un’opera multi-disciplinare in cui come abbiamo detto l’improvvisazione è centrale. Esiste anche però in una forma cristallizzata su disco.

CA: Il disco ferma su un supporto quel momento lì, e anche l’improvvisazione è quella di quel preciso momento. Il bello di ogni nuova esecuzione è proprio che nascerà dall’interplay tra i vari musicisti e anche dagli stimoli che si creano con la gente tra il pubblico. Quindi è un prodotto che viene sì fissato, ma anche continuamente rinnovato.

Il concerto

Grande successo al Teatro Sociale ieri sera per l’appuntamento più atipico del festival «Le Primavere». Non un incontro, non un dibattito, ma un concerto spettacolo dedicato alle «Città invisibili» di Italo Calvino che compiono, proprio nel 2022, cinquant’anni.

Lo spettacolo
Sul palco, dopo l’introduzione della curatrice della rassegna Daniela Taiocchi e del direttore de La Provincia Diego Minonzio, l’ideatore del progetto, il pianista e compositore Claudio Angeleri. Con lui la voce narrante Maurizio Franco, Paola Milzani (voce), l’attore Oreste Castagna, Giulio Visibelli al flauto e al sax soprano, Gabriele Comeglio al sax alto e al flauto, Marco Esposito al basso elettrico e Matteo Milesi alla batteria con la visual art di Virna Rossetto, Chiara Giunti e Tommaso Angeleri.

La narrazione ripercorre i temi del capolavoro del grande scrittore, con la storia di Marco Polo a Kublai Khan, con le pagine musicali di Angeleri che punteggiano il racconto e poi lo interpretano lasciando libero spazio ai musicisti che hanno il compito di sonorizzare non solo lo scritto, ma anche le immagini ispirate a questi luoghi immaginari. Una scelta appropriata posta quasi a suggello della rassegna, che è stata tutta tesa verso l’individuazione della città ideale.

Una città, quella perfetta, che accontenta tutti, che forse non esiste, proprio come quelle di Calvino. Dopo le città a misura d’uomo, quelle ipertecnologiche, quelle smart, quelle dove tutto deve essere a quindici minuti, ecco delle città volatili, impalpabili come una musica che attinge volentieri al jazz, disegnando una suite che non sarebbe spiaciuta a grandi autori del passato.

La scansione non segue quella ipotizzata da Calvino nei nove capitoli che incorniciano le 55 città («D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda», dice Marco Polo), ma il racconto segue le suggestioni delle frasi inseguite a suon di musica. Come sosteneva lo scrittore, proprio in questo testo, «È delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure», e la musica e le immagini esprimono proprio questi desideri, queste paure. E si susseguono «Bauci», «Zoe», «Smeraldina», «Isaura», «Zenobia», «Armilla», «Sofronia», «Ottavia» e le altre città che ne nascondono altre, naturalmente, ma idealizzate o trasfigurare. «Viaggiando – spiega il grande viaggiatore al sovrano – ci s’accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti».

Pubblico attento
E il pubblico si è lasciato sedurre volentieri da questa spettacolo inedito per Como. Si scorgono anche volti che non avevano partecipato agli incontri, ma sono stati catturati dalla voglia di musica, di ascoltare qualcosa di speciale e di diverso. Non è la prima volta che la musica invade «Le Primavere» che si dimostrano vincenti anche nella loro capacità di mescolare le proposte che, quest’anno, si sono alternate giorno dopo giorno, salutate sempre da un pubblico generoso e attento.

(Alessio Brunialti, da La Provincia di Como, 4 maggio 2022)

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