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La cultura in quarantena – Carlo Pinchetti (Lowinsky): “Non dobbiamo fermarci. La musica in questa fase ha il compito di ricordarci che siamo umani”

Articolo. Anche se per il leader della band bergamasca la musica non è una professione ma una passione importante, il lockdown è stato qualcosa con cui fare i conti: “Il nostro piccolo mondo è basato al 90% sulla passione, siamo una categoria di idealisti, buttiamo il cuore al di là dell’ostacolo e pure l’anima e le speranze”

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Mi chiamo Carlo e suono da una vita, rappresento però in un certo senso una categoria particolare, una sorta di “via di mezzo”, condizione che forse rende la mia testimonianza interessante, almeno questo è quello che abbiamo pensato Luca ed io. Se così non fosse vi prego sin d’ora di scusarmi.

Provo ad inquadrare un attimo la mia realtà, per chiarire la situazione: ho 38 anni, una moglie, due figli e un onesto lavoro da impiegato, che poi è quello che mi permette concretamente di pagare affitto, bollette e cibo.

Per tanti anni mi sono detto che purtroppo la musica non è in grado di farmi sopravvivere, ora mi trovo per necessità di cose a dire “per fortuna”, ciononostante anch’io sono stato colpito duramente da quest’emergenza che ha bloccato praticamente qualsiasi aspetto della vita. Ho una band indie rock che si chiama Lowinsky, abbiamo fatto uscire un EP nel 2017 e poi, tra alcuni alti e parecchi bassi, abbiamo lavorato due anni per scrivere, provare, arrangiare, registrare e comunicare un vero e proprio disco. Qualsiasi musicista, indipendente o meno, potrebbe facilmente testimoniare le difficoltà, il tempo, i soldi e l’impegno che stanno dietro alla realizzazione di un disco.

Il release party è stato il 22 febbraio all’Edonè, ricordo che durante la cena arrivavano le prime notizie da Codogno e si scherzava con un po’ di sfrontatezza, sicuri che non sarebbe stato un grosso problema e che, insomma, di certo non ci avrebbero cancellato tutto il tour, impossibile.

E invece sappiamo tutti com’è andata.

Se per un musicista di professione il lockdown significa non avere ricavi, sapendo che ormai i pochi guadagni sono legati quasi esclusivamente ai live, per noi vuol dire molto semplicemente non rientrare nelle spese, non poter pagare chi ci ha prodotto il disco, l’ufficio stampa o chi ci ha fatto video, foto, etc… stessa cosa per la nostra etichetta che ha sostenuto dei costi per stampare i dischi e sperava quantomeno di non andare in perdita, potendoli vendere durante i concerti.

Il nostro piccolo mondo è basato al 90% sulla passione, siamo una categoria di idealisti, buttiamo il cuore al di là dell’ostacolo e pure l’anima e le speranze. Ci consideriamo musicisti e ci comportiamo come tali, pur non essendolo realmente, il che comporta che, in fin dei conti, ci troviamo a portare avanti due lavori con lo stesso impegno.

Perché lo facciamo? Perché non possiamo non farlo, perché la musica è la cosa più importante tra quelle “non importanti”.

Il contagio e il lockdown ci hanno fatto uno sgambetto mica da poco, soprattutto a livello psicologico, però così è, e non si può fare altrimenti, almeno al momento. Questo però, almeno per me, non significa stare necessariamente fermi, anzi. E qui ci addentriamo su un terreno scivoloso. A differenza di quanto affermato ad esempio da Nick Cave, non credo affatto che dovremmo fermarci e riflettere, io penso sia il momento per riflettere ed essere creativi. Innanzitutto perché abbiamo bisogno di tenere il cervello acceso, non solo di rimanere vivi, e poi perché proprio dalle difficoltà è possibile trarre l’energia e l’ispirazione necessaria a creare. La musica in questa fase ha il compito di ricordarci che siamo umani, nell’accezione migliore del termine, abbiamo bisogno di emozioni e di sentimenti per vivere, non solo della imprescindibile salute fisica.

Ho in mente l’immagine stupenda di Vedran Smailović che suona tra le macerie di una Sarajevo assediata, a testimonianza dell’importanza vitale della cultura nella resistenza umana, e se poteva farlo lui in quelle condizioni, allora perché non tutti noi, nel nostro piccolo?

Molte persone sono turbate o addirittura infastidite da questo fiorire di dirette social, live improvvisati con una chitarra classica e un cellulare, ed è un’opinione assolutamente legittima e rispettabile. Io invece ci trovo conforto, bellezza, affetto. Non si guadagna da queste dirette, inutile specificarlo, le facciamo (sì anch’io le faccio, cercando di non esagerare) perché per definizione un musicista suona, molto semplicemente, e immaginiamo, speriamo, che a qualcuno possa fare piacere sentirci, nulla di diverso da questo.

Per quanto mi riguarda posso affermare serenamente che la possibilità di suonare, ma soprattutto di scrivere, mi sta aiutando in maniera determinante a mantenere una buona salute mentale, aspetto questo un po’ dimenticato dalla narrazione del lockdown, ma non certo da trascurare, sarà probabilmente una delle tante emergenze collaterali da gestire dopo l’emergenza principale.

Sto scrivendo e registrando in maniera compulsiva e molto ispirata, non credo di essere mai stato cosi tanto stimolato in un periodo specifico della mia vita, e questa è una benedizione. Ho in casa un vecchio portatile, una vecchia scheda audio, un paio di microfoni e un sacco di chitarre, colleziono canzoni che mando ad un amico a Bologna, che si occupa di mixarle con gusto e perizia.

Dell’industria culturale italiana e delle istituzioni preferisco non parlare troppo, sono mondi che con me non hanno niente a che fare, noialtri musicisti indipendenti siamo praticamente invisibili e un po’ ci sta anche bene così. Capisco le grosse difficoltà dei miei amici promoter, proprietari di locali e agenti, temo però che nessuno si occuperà di loro, la cultura da noi non è certo considerata imprescindibile e nemmeno importante. Auguriamoci che alla fine di tutto questo disastro ci possano essere ancora gli spazi per suonare, spazi piccoli e creativi, non parlo delle arene o dei grandi teatri, quelli riprenderanno esattamente come prima, senza troppe difficoltà, mi riferisco a chi è un po’ meno “industria” e un po’ più “cultura”, “arte”.

Non so se questa situazione mi stia insegnando qualcosa di nuovo, se mi stia dando qualche indicazione morale o filosofica, non vedo strade nuove da seguire, non ho avuto illuminazioni. Ho avuto però una stupenda conferma, che probabilmente vale molto di più: senza musica non posso vivere altrettanto bene.

Carlo Pinchetti nasce a Lecco, e nel corso della sua vita si trasferisce a Parigi, a Milano e infine a Bergamo, dove mette su famiglia. Da anni milita in varie formazioni della scena indipendente locale, oggi nei Lowinsky. Dal 2011 al 2016 ha curato una rassegna live mensile all’Edonè.

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