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La cultura in quarantena – Silvia Briozzo: “ci sarebbe da incontrarci, carbonari, e gettare le basi di un nuovo destino”

Articolo. L’attrice bergamasca d’adozione ragiona sulle possibilità “politiche” del teatro e dell’arte in generale. Intensità, pensiero, azione: “Ho sempre fatto scelte radicali, azzardate e tremendamente antieconomiche per ridare dignità a quelli come me”

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Mi chiamo Silvia Briozzo.
Ho 52 anni e lavoro in teatro e per il teatro da quando ne avevo 21.
Come attrice sono molto brava a fare ridere.
Ho sempre amato i personaggi estremi e fragili.
E questo amore me lo sono portato anche nelle centinaia di laboratori teatrali che ho condotto in contesti sempre di confine.
Ho fondato nel 1999 un laboratorio teatrale multietnico permanente insieme ad un centro accoglienza migranti.
Qualche anno dopo uno per persone con disabilità.
Ho lavorato in Kossovo tra le ferite della guerra.
In psichiatria, per i Sert, per gli Sprar, nelle Rsa, lottando contro la violenza di genere, e per la parità di genere, per i diritti Lgbt, ultimamente stavo seguendo un meraviglioso progetto per il dormitorio pubblico.
Ho sempre fatto scelte radicali, azzardate e tremendamente antieconomiche.
Per ridare dignità a quelli come me.
Quelli dimenticati. Quelli che non contano un cazzo.
“Te sei la regina dei disperati!” Così mi burlano gli amici. Oh, a me piace assai.

Fare dei corpi invisibili un evento artistico, poetico.
Questo so farlo veramente bene.
Quanto mi piacciono le persone!
Io proprio le amo.
Poi per fortuna sono anche una brava attrice, perché ormai posso dirlo a più di 50 anni, no?
E così tiro su qualche soldo anche così.

Tutto questo per dire che ora è finito tutto.
Tutto quel che facevo è proibito.
La mia sopravvivenza sta nella vicinanza negli abbracci, negli sguardi, nei corpi vivi.
E mò che faccio?
Dice: evvabbè usa i video.
I video? Ma io a imparare il mestiere mio ci ho messo trent’anni e ancora non ho finito.
Anche i video sono un’arte (che si chiama cinema per altro) e prima di imparare ad usare il mezzo dovrei studiare ancora per gli stessi anni. E comunque non è quello che voglio.

Qui la situazione è drammatica.
Teatri e scuole che non riaprono e distanza sociale.
Sono tre mesi che non ho uno stipendio.
No bonus. Per adesso niente cassa integrazione.

C’è un grande silenzio per noi.
C’è da ripensare il senso del nostro fare.
Ci sarebbe da incontrarci, carbonari, e gettare le basi di un nuovo destino.
Ora noi non esistiamo più.
Bisogna dirlo.
Forse sarebbe il tempo di pensare alla metamorfosi che siamo chiamati ad attraversare. Ecco questo mi piacerebbe tantissimo.

Io faccio molta fatica e non sono la sola.
Sono troppo impegnata a pensare a come sopravvivere.
C’è qualcuno che è veramente interessato alle sorti del teatro? Io credo di no. E soprattutto chi sta là a decidere non ne sa un cazzo di cosa sia il teatro. Soprattutto quello essenziale, piccolo, che entra davvero negli interstizi sociali e li cambia.

L’attenzione, il desiderio, la generosità, il pensiero che s’impara facendo questo faticoso mestiere non è per nulla contraccambiato dalle istituzioni.
Ma io sto.
Finché resisto.

Silvia Briozzo attrice, regista, formatrice. Ha iniziato a lavorare in teatro a 21 anni. Ha lavorato tra gli altri con Antonio Catalano, Marco Baliani, Stefano Accorsi, Paolo Virzì. Da vent’anni si occupa di teatro sociale costruendo una metodologia laboratoriale per corpi poetici.

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