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La stagione irripetibile dei concerti al Castello di Solza

Articolo. Lì dove nacque Bartolomeo Colleoni. Per un paio di stagioni, ci furono due concerti ogni sabato sera. Una sala bar, separata dalla sala concerto (così, niente casino). E un luogo magico dove la musica diventava un modo per riconoscersi

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Marco Parente - foto dal profilo il cantiere di Flickr (Fabio Stefanini)

A Solza, un paesino di poco più di duemila abitanti nell’Isola bergamasca, qualche anno fa accadde un piccolo miracolo. O meglio, il miracolo (mica tanto piccolo, a dirla tutta) avvenne il Primo maggio 2008 a Calusco d’Adda, nell’ampio piazzale di fronte all’Italcementi, dove un gruppo di persone, capitante da un cinico organizzatore di concerti con il gusto dell’impresa di nome Alessandro “Alez” Giovanniello (scelto come direttore artistico dell’evento) organizzò il nostro concertone del Primo Maggio – che poi si ripetè al Live Club di Trezzo d’Adda, al Bloom di Mezzago e alla Latteria Molloy di Brescia..

Quell’anno c’erano – vado a memoria – Fabrizio Coppola, gli Amor Fou ancora al primo disco “Il periodo ipotetico”, i Marta sui Tubi, Il Teatro degli Orrori con quel manrovescio potente che era il loro disco d’esordio, i Marlene Kuntz, Morgan (che dovevo intervistare, ma mi diede buca). C’era un backstage vero con tanto di pass per i giornalisti (lo avevamo io e Barto perché probabilmente pensavamo di andare a Glastonbury), un ufficio stampa (Nora di Fleisch Agency), la birra un po’ annacquata e le salamelle: insomma tutto quello che potevi trovare ad un festival musicale nella Bassa bergamasca (se non sapete chi è Barto, una specie di istituzione della musica indipendente italiana, seguite il suo profilo Facebook).

C’era pure un sacco di gente molto esaltata dalla situazione. La provincia di Bergamo non aveva mai vissuto una cosa simile, per giunta gratis. Arrivarono persone dal Piemonte e dalla Liguria, non c’erano di mezzo le tre sigle sindacali (come succede a Roma) e non c’era nemmeno l’esigenza (assolutamente legittima) di giustizia e tutela ambientale del concertone di Taranto – anche se a ripensarci ora, anche noi quel giorno avevamo respirato aria non esattamente floreale: avevamo un cementificio alle spalle, va beh.

Marlene Kuntz a Neverland PrimoMaggio (fonte Wikipedia)

Per farla breve era un festival per noi, quelli giovani-alternativi-che-amano-la-musica, e che al seguito di uno con una capacità di organizzazione rara (l’Alez di cui sopra) mettevamo su un concerto con nomi grossi, senza fare spendere un euro al pubblico e trasformando per un giorno un posto molto grigio in un posto molto colorato (il verde acido delle grafiche e poi le luci, il fumo come a un concerto dei Pooh).

Fu un giorno che rimase nella memoria di tanti perché non solo avevamo sentito dei bei live (me ne ricordo almeno uno straordinario de Il Teatro degli Orrori, ancora al primo disco) ma pure perché quel giorno nacque qualcosa che ci vide, ciascuno nel suo ruolo, protagonisti – chi? Sempre noi, i giovani-alternativi-che-amano-la-musica, i quali se non avevano trovato ancora un posto, quantomeno odoravano nell’aria un’intenzione che sarebbe arrivata a breve.

Eventi di questo tipo infatti non si esauriscono in un giorno e basta. Ma generano possibilità, occasioni e congiunture irripetibili grazie alle quali riconoscersi. Come quella fra il Comune di Solza, l’Associazione Luna Nuova e Neverland: quest’ultima non è mai stata un’associazione vera e propria ma una sigla che rappresentava un gruppo di persone che più o meno avevano gli stessi obiettivi e si ritrovava sotto la bandiera di quel concerto del Primo maggio. Neverland, l’isola che non c’è (capito il giochetto?) ma anche la mega villa di Michael Jackson. Ci eravamo ribattezzati così, senza chiedercelo troppo, ma soprattutto senza pensare a Jackson. Erano i primi anni Zero, c’era tanto romanticismo e non quella progettualità finto imprenditoriale di oggi. Compravamo addirittura i dischi, a volte sulla fiducia (alla Fnac c’era un reparto tutto dedicato all’indie italiano). Organizzare bei concerti, in un posto magnifico, dove la musica fosse al centro di tutto: questo voleva Alez e questo volevamo noi. Anche perché allora, in fatto di concerti in autunno, inverno e primavera, c’era una specie di buco da riempire.

Dopo quel concertone del 1 maggio Neverland, la stagione nacque così: il primo anno (2009) vennero organizzati pochi concerti (Paolo Benvegnù, Alessandro Grazian, Giuliano Dottori, Terje Nordgarden) e una mostra di fotografie relative a quel Primo maggio della bravissima Silva Rotelli, una che quando ti fotografa sa dirti veramente chi sei. Poi l’anno dopo una stagione intera, dall’autunno alla primavera successiva, almeno due concerti ogni sabato, a volte quattro a settimana. Facevamo tutti i ponti del calendario ed anche qualche venerdì. Insomma eravamo dei folli, Neverland a Solza e da qualche altra parte, in pratica un secondo lavoro.

Il Castello di Solza, dove nacque Bartolomeo Colleoni, faceva da location con due sale: una sala bar, gestita da Luna Nuova, e una sala concerti, gestita da Neverland – che nel frattempo sarebbe diventato Neverlab, un modo per dire che stavamo diventando seri e avevamo tutte le intenzioni del caso. In pratica stavamo vivendo una specie di sogno: in Italia uno dei tanti problemi della musica live è che spesso la gente ci va, magari paga pure un biglietto, e chiacchiera mentre il musicista suona. Questioni di educazione musicale? Questioni di educazione e basta? Non lo so, so però che a Milano succede e ad esempio a Berlino no.

Noi risolvemmo il problema “chiacchiera” semplicemente separando il bar dal concerto, così in quella piccola stanza (rigorosamente illuminata di verde acido) con la gente seduta sul divano o sui cuscini a terra, e una vicinanza quasi cardiaca ai musicisti, chi provava a fiatare veniva fulminato. Tutti in silenzio sino al termine della canzone e poi applausi, urla etc. Nacque così un posto unico dove accadeva una cosa memorabile: Neverlandinverno, i concerti al Castello di Solza, e fra un live e l’altro la possibilità di andare al bar e di fare due chiacchiere. In quelle 3 o 4 stagioni al Castello di Solza nacquero amicizie, amori e anche litigi. Ma era vita, era un posto che sapevi esistere e dove ci si trovava per condividere una passione e, sotto sotto, una speranza: che quella sarebbe diventata La musica italiana.

Cesare Basile (foto dal profilo il cantiere di Flickr)
(Foto Fabio Stefanini)

Di quel periodo ho una marea di ricordi. Non li posso citare tutti altrimenti facciamo notte, ne cito però alcuni, che forse sono quelli che più mi sono rimasti dentro e mi hanno formato come persona. Un concerto di Edda stratosferico del periodo del suo primo disco da solo, “Semper Biot”. Due live acustici dei Virginiana Miller e dei Non Voglio Che Clara super emozionanti – anche perché li anticipammo con due belle videointerviste nella biblioteca del Castello. Max Manfredi che con una manciata di canzoni insegnò come si scrive, si suona e si sta sul palco (dimostrando che lui fra i cantautori classici eredi di De André è semplicemente il migliore). N.A.N.O. che portò le canzoni dei suoi dischi “Mondo | Madre” e “I racconti dell’amore malvagio” e Barto che le cantava tutte a memoria a volume mille (glielo concedemmo: N.A.N.O. era il suo idolo indiscusso).

Quella volta che con una band semi-esordiente, erano forse i Santo Barbaro?, fingemmo per una buona ventina di minuti che io fossi l’allora Direttore del Premio Tenco Enrico De Angelis (pubbliche scuse a Enrico in questa sede). I Bachi da Pietra e i Ronin, grandi musicisti e ottimi anche a tavola, Cesare Basile e Marco Parente. Quella volta che con il mio gruppo, i Bancale, presentammo il nostro primo disco “Frontiera” in apertura agli Uncode Duello del nostro produttore Xabier Iriondo, che salì con noi sul palco, dietro di me, e al primo tocco di chitarra mi fonò letteralmente. E via dicendo: potrei continuare ancora, ma in fondo tutti questi ricordi servono a dire una cosa semplice, quasi scontata. E quel racconto esilarante di Iosonouncane, allora all’esordio, per cui la salma di Mike Bongiorno era stata trafugata, chiedendo un riscatto, che era stato pagato. E allora la salma venne fatta ritrovare. Tutta tatuata.

Quella del Castello di Solza fu una stagione magica, piena di momenti da custodire gelosamente. A ripensarci oggi la nostalgia che sovviene per un posto inimitabile durante una delle stagioni migliori della musica indipendente italiana non è andata persa. A Solza venivano da Milano – era semplice, uscivi a Capriate ed era quasi tutta dritta – a dirla tutta se ne parlava non solo a Bergamo, perché in fondo quando ti ricapita di poter organizzare dei concerti in un Castello, in Italia, una specie di sottoprovincia dell’Impero musicale? E se l’esperienza del Motion è stata fondamentale per ciò che esiste oggi, i Dpcm nonostante, così gli anni del Castello di Solza, insieme a tante altre cose musicali che avvengono a Bergamo durante un anno – dai locali come Edoné, Ink Club Joe Koala ai tantissimi festival – hanno formato e fatto crescere un pubblico, non enorme ma pronto a ripartire quando sarà il momento.

Complici i Verdena , qualcuno ha scritto che Bergamo è la Seattle d’Italia. Non so se sia vero. So però che ci sono tanti motivi per storcere il naso di fronte a Bergamo e alla sua provincia. Tuttavia fra questi, non c’è la musica, che da un po’ di anni a questa parte è passione, sorrisi, differenze feconde che continuano a sfornare band di ottimo livello. E fa niente se, come per tutti i sogni, anche quello del Castello di Solza è finito e forse voi ve lo ricordate in modo diverso. Non possiamo mica sognare tutti lo stesso sogno. Invece io, noi, voi, tutti siamo ciò che abbia vissuto. E se li guardate bene oggi i giovani-alternativi-che-amano-la-musica – ormai invecchiati, disillusi, con figli o senza, che storcono il naso dinanzi a Spotify (ma lo usano) e comprano ancora di dischi – hanno una piccola aurea verde acido che li circonda. Una cosa tipo la pubblicità dell’AIDS negli anni ’80. Ma non è un virus che fa morire. È un contagio che riguarda la vita. “E sabato dove andate?”, “A Solza, no?”.

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