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Michele Gazich canta Turoldo: «La fede non è una caramella»

Intervista. «Il vecchio e la notte» è la canzone che il compositore ha scritto per il sacerdote-poeta che per tanti anni visse presso l’abbazia di Fontanella a Sotto Il Monte, dove si svolgerà il concerto domenica 2 ottobre per «Molte fedi sotto lo stesso cielo»

Lettura 7 min.
Michele Gazich (foto Sofia Pavan)

Sarà all’alba, alle ore 6, il concerto spirituale «Il vecchio e la notte» nel quale Michele Gazich (voce, violino, viola e percussioni psicoacustiche) presenterà l’omonimo brano inedito e un’ampia selezione dal suo repertorio di brani “verticali”. Michele da anni è un amico, e con lui ho dialogato riguardo a questo appuntamento e ai «poeti e i veri artisti che sono sempre imperdonabili. Difficilmente vengono perdonati un cuore puro e uno sguardo onesto e pulito». Con lui Marco Lamberti (chitarra, bouzouki e voce) e Giovanna Famulari (violoncello e voce). Ingresso gratuito, prenotazioni a questo link.

LB: Caro Michele, vorrei partire in questa chiacchierata chiedendoti cosa ha significato per te David Maria Turoldo, tanto da dedicargli un brano – «Il vecchio e la notte» – che presenterai per la prima volta a Fontanella.

MG: Caro Luca, so che Turoldo è per noi una lettura condivisa. Direi anzi che è stato ed è il bordone sempre presente tra me e te: la nota base su cui abbiamo costruito, in più di un decennio, le nostre conversazioni, le nostre opere di scrittura artistica e di riflessione e, in ultima istanza, la nostra vita. Turoldo, credente sul crinale del buio, ha urlato la sua dolorosa fede fino all’ultimo giorno. Il suo buio riusciva faticosamente ad essere un «lucido buio» e la fede in Dio non è mai stata per lui una comoda poltrona in cui sprofondare in quiete meditazioni, ma piuttosto un «dramma». Ben so che entrambi, tu ed io, siamo ciclicamente ritornati a Turoldo con crescente fedeltà e ci siamo fatti turbare dalle non rassicuranti domande dei suoi libri. Sono dunque davvero felice di svolgere proprio con te questa chiacchierata e che l’argomento sia, fatalmente, Padre Davide.

LB: Il brano è a due voci: la tua, che canta parole che hai scritto appositamente, e quella del tuo fidato chitarrista Marco Lamberti, che canta alcuni versi di Turoldo. Ci racconti come è nata la canzone? Peraltro ha una gestazione piuttosto lunga: dal 2017 al 2021…

MG: Il brano è ancora inedito. Mi è piaciuto condividerne l’ascolto in anteprima con te. La prima esecuzione pubblica sarà a Fontanella in occasione del concerto dedicato a Turoldo, che ho intitolato appunto, come la canzone, «Il vecchio e la notte». La canzone è nata e si è sviluppata come nota a margine della mia costante rilettura di Turoldo. Temevo di non concluderla mai! E comunque avrebbe avuto un senso per me: cercavo di far risuonare nella mia anima e nella mia gola i versi di Turoldo. Ho riscritto la musica più volte, nel corso degli anni, puntando a semplificarla progressivamente. Ho poi progressivamente denudato le parole, cercando di spogliarle di ogni sfoggio retorico. Ho cercato «L’osso, l’anima» dentro le parole, per usare l’espressione di un poeta che ho sempre sentito complementare a Turoldo, l’oggi quasi dimenticato Bartolo Cattafi (anche a lui ho dedicato una canzone: «Barcellona, Sicilia», da «La Via del Sale», 2016). Turoldo è presente sia in ciò che canta Marco che in ciò che canto io: alle volte citato quasi letteralmente, alle volte parafrasato, alle volte rivissuto nella mia lingua. La canzone si configura come un dialogo a due voci tra Turoldo e me, ma anche tra me/Turoldo e Dio. Può essere ascoltata e ha senso in entrambe le prospettive. In realtà, però, nella canzone c’è anche una terza voce: il violoncello di Giovanna Famulari, che per me rappresenta quella vibrazione tutta interiore che si produce quando uomo e Dio abitano uno nell’altro. Gli ebrei hanno un’espressione per definire questo stato: «Shekinah».

LB: Nel brano è molto importante il silenzio. È il silenzio di Turoldo, delle sue «ultime notti», come dice la dedica del brano. Un silenzio meditativo ma anche combattuto, contrastato. Sbaglio o questo è anche il tuo silenzio?

MG: Il silenzio ha sempre accompagnato la mia scrittura, fin dall’infanzia, fin da quando ho cominciato a scrivere. Ho scritto le mie prime poesie a sette anni: le conservo ancora. Le scrivevo già allora in silenzio e in qualche modo come reazione al silenzio. Il silenzio è sempre stato il grembo che accoglieva le mie parole, la condizione nella quale guardarmi dentro e scrivere, ma al contempo è sempre stata una minaccia: il buco nero che, da un momento all’altro, poteva ingoiare e nullificare le mie parole. Lo scrivere, poi, sempre più mi appare come un atto di vanità: è vanità ritenere la propria parola più importante del silenzio. Sento, mano a mano che la mia vita avanza, aumentare il silenzio attorno e nella mia scrittura. Le parole sono sempre meno, sempre più dolorosamente strappate al silenzio, tra mille dubbi sulla moralità di questa operazione. Sì: sicuramente mi sento un artista “immergente”.

LB: Soprattutto nell’ultimo Turoldo c’è una fede contrastata, certamente non pacificata. È così anche per te? «Se scrivi nel fuoco / È là che mi trovi» sono due versi di Turoldo nella canzone, a me sembra, conoscendoti, che ti rappresentino molto…

MG: «L’ideale di tutta la mia vita fu quello di scrivere e testimoniare tanto da fratello di chi crede quanto da fratello di chi cerca. Consapevole che il Signore fu buttato fuori dalla Sinagoga perché laico, ma portato alla morte dalla sua stessa fede». Così scriveva Padre Davide nella prefazione a «Mie notti con Qohelet» (ne abbiamo parlato qui, ndr), libro che, insieme a «Canti ultimi» e «Nel lucido buio» costituisce quella sconvolgente, notturna e lucente trilogia di libri scritta in limine vitae. Certamente è così anche per me. Ritengo che la fede, per essere tale, non possa essere né pacificata né gustosa. La fede è un pasto amaro, come il libro mangiato da Giovanni nell’«Apocalisse», e brucia più del fuoco. La fede non è una caramella.

(Foto Maurizio Malabruzzi)

LB: Padre David Maria Turoldo è sepolto nel piccolo cimitero di Fontanella, che ci è capitato di visitare insieme. La sua tomba, la sobrietà di quella croce di legno, mi ha fatto capire di più dell’uomo, del poeta, della sua cristianità profonda, lontana dagli ori e dagli argenti e vicina ai disperati. A te?

MG: Quella tomba dice tutto di lui. Dicono molto di lui anche i decenni vissuti a Fontanella, a margine dei luoghi importanti della Chiesa, ma assolutamente non marginale per la Chiesa stessa. La «Casa di Emmaus» a Fontanella ha mostrato a tutta la Chiesa e l’ha poi, di fatto, orientata verso una dimensione più inclusiva.

LB: Turoldo è l’ultimo di una serie di poeti di cui hai cantato nel tuo percorso artistico. Pasolini, Ezra Pound, Cristina Campo, Paul Celan, D’Annunzio. Come mai sei ricorso ai poeti così tante volte?

MG: E ce ne sono anche altri: Eugenio Montale, Ingeborg Bachmann, Bartolo Cattafi, Allen Ginsberg, Sylvia Plath… Sto ripercorrendo a memoria le mie canzoni e sicuramente qualcuno mi sfugge. Ma la morale è che sono tanti questi poeti; qualcuno mi ha detto che posso considerarmi il fondatore di un nuovo genere nella canzone: “la canzone dedicata ai poeti”. In realtà ci sono meravigliosi esempi precedenti a me in questo genere, ma posso dire di averlo dissodato con molta dedizione. I cantautori di solito preferiscono parlare di sé. Io penso che ci siano argomenti assai più interessanti e fecondi per l’ascoltatore della narrazione enfatica e mitizzata dei fatti propri. Canzoni siffatte mi sono sempre parse, come direbbe il poeta Eliot, «un voltolarsi nel porcile del compiacimento». Ma chi credono di essere questi cantautori? Cosa pensano che ci sia di così emblematico nella loro vita da rendercene tutti partecipi? Ma che presunzione, ragazzi! Per questo, anche come antidoto alla mia presunzione, ho scritto costantemente – per decenni – canzoni dedicate a persone diverse da me e nello specifico ai poeti. Tutto è nato dalla volontà di trovare un senso più profondo alle mie canzoni, trovare per esse una missione, cioè far conoscere scritture poetiche eccellenti, flagrantemente superiori alla mia. Mi dà immensamente gioia che qualcuno abbia conosciuto alcuni poeti meno noti o che abbia davvero letto i più noti grazie alle mie canzoni. Mi commuove quando qualcuno mi fa sapere che l’ascolto delle mie piccole canzoni lo ha condotto verso qualcosa di più alto.

LB: «L’Imperdonabile» è il titolo di un tuo disco di qualche anno fa. L’omonima canzone si riferisce proprio a Campo. Ma anche gli altri poeti che hai incontrato in questi anni di scrittura di canzoni possono essere definiti «Imperdonabili»?

MG: Il poeta e il vero artista in generale è sempre imperdonabile. Difficilmente vengono perdonati un cuore puro e uno sguardo onesto e pulito. La società reagisce sempre violentemente e con dinamiche espulsive nei confronti di chi spinge a conoscere e non a riconoscere. Dal basso, dove la maggior parte di voi, cari lettori, e io viviamo, è difficile vederlo, ma il potere strazia e infine spesso annulla gli intellettuali, i poeti, gli artisti. Il potere (a cui io non do la maiuscola; tanto se la dà da solo) invece, oggi come sempre, ci vede benissimo. Da Torquato Tasso a Mandel’štam è lunghissimo l’elenco degli intellettuali rinchiusi in strutture detentive, uccisi o ridotti al silenzio. Gli intellettuali fanno sempre paura al potere, perché smontano e rimontano il linguaggio e impediscono la retorica, attraverso la quale il potere si esprime. Gettano sulla retorica e sul potere stesso l’ombra del ridicolo. Per questo motivo, essi sono imperdonabili.

LB: Cambiamo la direzione di questa nostra chiacchierata. Guardando “dall’alto” le tue canzoni viene da dire ad un primo approccio che non hai mai scritto una canzone sulla natura, sull’ambiente, un tema che negli ultimi anni è a me molto caro, anche per l’urgenza che stiamo attraversando. In realtà dentro i tuoi brani la natura c’è eccome, soprattutto gli animali. Ne cito alcuni, le api e i lombrichi di «Argon» dal tuo ultimo disco omonimo; il falco, il ragno, lo scorpione e la tigre di «Verso Damasco»; la balena di «Come Giona»; i grilli, la formica, la lince, le farfalle di «Poeta in gabbia». Possiamo racchiuderli in un significato comune? L’impressione è che siano metafore che vengono a visitarti, che ti dicano qualcosa…

MG: Mi sento dentro al paesaggio. Vivo il paesaggio, anacronisticamente, come un uomo del Medioevo. Mi si scompone simbolicamente. Lo sfoglio attraverso le pagine degli Erbarii e dei Bestiarii medievali. Tutto è simbolo per me, tutto è messaggio, ogni pianta, ogni animale mi addita qualcosa e indirizza la mia vita. Tutto è sacro, anche perché ho la certezza che il paesaggio, che è arrivato prima di me, ne sappia più di me. La distruzione del paesaggio, la distruzione del mondo è la tragedia maggiore del nostro tempo. È stata l’ossessione per tutta la vita e soprattutto negli ultimi anni del poeta Andrea Zanzotto, per citare ancora un poeta. Egli lamentava il soffocamento del paesaggio ad opera del progresso che definiva, con un’immagine sconvolgente, «progresso scorsoio», al nodo del quale stiamo finendo tutti appesi.

LB: Molto spesso, nelle nostre chiacchierate a tavola, o in concerto, dici che è in atto una «Guerra civile» – che è anche il titolo di una tua canzone, che definirei “manifesto” – tra l’amore e il denaro. Le tue armi sono le tue canzoni, le tue parole, il tuo violino. Io credo sia proprio così. Ma mi ha sempre colpito un verso di una delle tue canzoni più intense, «Viaggio al centro della notte»: «l’amore non è mai casa». Le due affermazioni sembrano quasi in contrasto…

MG: «I’ son Beatrice che ti faccio andare» diceva Beatrice a Dante («Inferno», II, 70); Giovanni della Croce (a cui «Viaggio al centro della notte» è dedicata) viveva la sua notte spirituale, alla ricerca della luce d’amore, certamente come un viaggio, non come qualcosa di statico. L’amore spinge a vedere oltre, ad andare oltre. Riccardo di San Vittore (1110-1173) scriveva «Ubi amor ibi oculus»: letteralmente «dove c’è amore c’è un occhio». L’amore ci permette di vedere, di vedere oltre e di muoverci oltre le nostre pigre consuetudini: per questo «l’amore non è mai casa». Ci spinge a guardare oltre a quei quattro soldi, per la moltiplicazione dei quali spesso si rinuncia a vivere. Se c’è un Dio, egli «sopravvive nelle crepe dei centri commerciali», come canto sempre in «Guerra Civile», che ben definisci la mia “canzone-manifesto”: con essa da anni apro ogni mio concerto.

LB: Vorrei però chiederti – in conclusione – chi sta vincendo, se così possiamo dire, fra l’amore e il denaro…

MG: Il denaro sembra vincere tutte le battaglie, ma la guerra sarà vinta dall’amore, questo è certo. «Non prevalebunt!» («Matteo» 16, 17-19)

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