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Cosa sappiamo davvero di microplastiche, nanoplastiche e plastisfera

Intervista. Paolo Degiovanni del MUSE racconterà le sue “Cronache dal Mar Plastico” giovedì per BergamoScienza. Ci siamo fatti anticipare qualcosa di ciò che dirà

Lettura 4 min.

È facile dire “la plastica è un problema per l’ambiente”. Un po’ meno semplice capire cosa significa ciò. Perché parlare di plastica significa innanzitutto riferirsi alle microplastiche, alle nanoplastiche e alla plastisfera, cioè a un ecosistema dove la plastica è dominante.

Cronache dal Mar Plastico – Da semplici cittadini a scienziati del mare” è la conferenza che giovedì 10 ottobre (ore 21, posti esauriti) dedica a questo tema. Il relatore sarà il biologo Paolo Degiovanni, operatore didattico del MUSE – Museo delle Scienze di Trento, che nel 2018 ha partecipato alla spedizione dell’associazione francese Expedition Med per indagare la reale presenza di questi micromateriali nel Mediterraneo e il loro eventuale impatto sugli organismi marini.

Che cosa è una microplastica?

Non esiste una definizione univoca. La più utilizzata individua nella fascia che va dai 5 millimetri ai 330 micron (0,3 millimetri) in lunghezza o larghezza la misura di una microplastica.

Microplastiche si nasce o si diventa. Partiamo da quelle che sono già tali.

Le microplastiche in quanto tali sono ad esempio le microfibre sintetiche dei tessuti che possono diventare anche nanoplastiche: quando laviamo un tessuto di questo tipo i filtri della lavatrice non riescono a trattenere le fibre, che finiscono nello scarico, superano i filtri dei depuratori e finiscono in un fiume o in un lago e poi nel mare. Un altro esempio è quello dei dentifrici o i cosmetici in generale con i granuli all’interno, che sono microplastiche e compiono lo stesso percorso delle fibre sintetiche.

Poi ci sono gli oggetti in plastica che si trasformano in microplastiche.

Sì, il classico esempio è la bottiglia. Finisce nell’ambiente e gli agenti atmosferici la spezzettano in frammenti sempre più piccoli. Se queste particelle finiscono in mare subiscono anche l’effetto delle onde, dell’acqua salata, del vento e del sole, che completano l’opera frammentando sempre più. Per quanto riguarda le radiazioni luminose del sole parliamo di fotodegradazione: tutti questi processi messi insieme portano alla formazione delle microplastiche.

Paolo Degiovanni

Le tempistiche del discioglimento?

Dipende dal tipo di plastica. Sono famose le foto di giocattoli anni Settanta trovati in mare ancora in pezzi abbastanza integri o comunque poco rovinati. Le plastiche che vengono usate oggi invece sono fatte per l’usa e getta, ma ciò nonostante non si degradano velocemente, anzi, possono volerci anche secoli prima che un materiale plastico possa degradarsi. E comunque non si biodegrada. Riassumendo: una plastica può degradare in pochi mesi o in decenni ma mai scomparire.

Tu hai partecipato alla missione di Expedition Med nel santuario dei cetacei del Mar Mediterraneo. Come agiscono le microplastiche in un ecosistema?

Le microplastiche possono danneggiare l’ambiente in molti modi. Uno degli obiettivi della missione a cui ho partecipato era quello di campionare la concentrazione di microplastiche in alcuni bacini del Mediterraneo, fra cui il mar Ligure e il Tirreno Settentrionale. La concentrazione di microplastiche viene poi associata alle specie che vivono in quell’ambiente per capire quali possono essere danneggiate e con quale entità.

Il danno principale è che i pesci, i cetacei o le tartarughe mangiano le microplastiche, giusto?

Una delle domande a cui la scienza sta cercando di rispondere è come un pesce confonde una microplastica con qualcosa da mangiare. Ci sono studi sul colore delle microplastiche, che a forza di stare nell’acqua diventano bianche o trasparenti e attraggono i pesci perché possono essere più appariscenti e vengono ingoiate. Poi c’è il grosso problema dei sacchetti di plastica che vengono percepiti come meduse e vengono mangiati o soffocano l’animale. Infine c’è il problema dei cetacei, che mangiano semplicemente aprendo la bocca (come molti altri animali) e immagazzinano tutto quello che trovano sulla loro strada: il plancton ma anche plastiche e microplastiche. Come è accaduto al capodoglio trovato spiaggiato qualche mese fa a cala Romantica, vicino ad Arzachena in Sardegna, morto per aver ingerito più di venti kg di plastica.

I pesci mangiano le microplastiche, altri pesci mangiano le microplastiche e noi mangiamo questi pesci e quindi anche le microplastiche. È così?

Anche su questi passaggi si sta indagando ed è un po’ più complessa la questione. Ci sono studi in corso sui pesci che mangiano le microplastiche e sull’uomo che mangia pesci che le hanno ingoiate. Diciamo subito una cosa importante: quando un pesce mangia una microplastica questa finisce nello stomaco e poi nell’intestino ma noi non mangiamo questi organi (tranne ad esempio con la frittura di paranza), ma preferiamo la sua carne, i muscoli etc. Quindi il punto è se la microplastica nell’intestino del pesce rilascia sostanze tipo mercurio e piombo o altre sostanze tossiche in concentrazioni piccolissime che migrano nei tessuti e nelle carni nel pesce che poi ci mangiamo. Allora sì che possono finire nel nostro stomaco. Non è chiaro quanto queste sostanze danneggino l’uomo, il dibattito è aperto ma certamente vale un principio prudenziale che, senza essere catastrofisti, impone alla nostra attenzione il tema di una prolungata esposizione a queste sostanze.

Come si misura la quantità di microplastiche in mare?

C’è un metodo standard che è quello della manta. Una bocca di metallo a cui è attaccata una rete chiusa in fondo da un collettore. La rete è una maglia da 330 micron (0,3 millimetri, più o meno la grandezza del punto in fondo alla frase), quindi nel collettore, che di fatto è un filtro, rimangono le microplastiche da quella grandezza in su. Questa manta viene immersa sotto la superficie per trenta minuti mentre la barca è in navigazione, quando poi viene tirata fuori dall’acqua si misura la quantità di microplastiche intrappolate all’interno della manta. Attraverso dei calcoli si ottiene la quantità di microplastiche al km quadrato. Ovviamente è possibile fare misurazioni anche in profondità.

C’è anche una campionatura qualitativa?

Sì, il metodo della manda prevede anche un’indagine qualitativa. Ognuno di questi pezzetti viene analizzato per capire da quale oggetto proviene e da che tipo di plastica è composto. Dal punto di vista microbiologico un altro oggetto di indagine è la capacità delle microplastiche di fare da “zattere” per batteri e virus. Su alcuni campioni del Nord Atlantico sono stati trovati dei batteri del genere Vibrio, a cui appartengono anche quelli patogeni del colera. L’ipotesi è che questi pezzi possono essere colonizzati da microorganismi patogeni e che le plastiche li portino da una parte all’altra del mare. Per questo è stato proposto un nuovo ecosistema, la plastisfera. Un ecosistema basato sulla plastica.

Ma come finisce un batterio su una microplastica?

I batteri sono in mezzo a noi a migliaia, in questo momento nell’aria intorno a voi che state leggendo ci possono essere decine di specie batteriche aerobie, alcune delle quali patogene. Anche qui bisogna evitare gli allarmismi: la presenza di un batterio potenzialmente pericoloso, ad esempio, non significa necessariamente che ci ammaliamo. Il nostro sistema immunitario e l’ambiente sono due deterrenti importanti. Tuttavia ci interessa capire come un batterio finisce su un pezzo di plastica, che è un materiale molto resistente a differenza del legno e quindi può muoversi molto. I primi campioni di microplastiche con batteri sono stati trovati nel Nord Atlantico: insieme alle diatomee, comunissime alghe unicellulari che avevano colonizzato dei pezzetti di plastica sono stati individuati batteri del genere Vibrio, che comprende anche la specie patogena responsabile del colera.

Oltre alle microplastiche ci sono le nanoplastiche, ancora più piccole.

Siamo sotto i 330 micron di lunghezza e larghezza, ma quello che importa è che non sono facilmente campionabili. Le nanoplastiche sono state trovate anche su ghiacciai, ad esempio sul ghiacciaio dello Stelvio. Ciò ci dice che la plastica è ovunque nella nostra vita: pensiamo alla gomma delle automobili, quando viene “mangiata” dall’asfalto rilascia micro e nanoplastiche. Come finiscono sui ghiacciai? Possono essere state trasportate dal vento ad esempio, ma la domanda è aperta: come arrivano lì?

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