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Per l’uomo la tecnica non è un optional, ma una questione etica

Intervista. A colloquio con Padre Carlo Casalone, che il 13 ottobre sarà in dialogo con Daniele Rocchetti per BergamoScienza e Molte fedi sotto lo stesso cielo. Titolo dell’incontro “Etica e tecnoscienza: quale rapporto?”

Lettura 4 min.

Collaboratore nella Sezione scientifica della Pontificia Accademia per la Vita e docente di Teologia morale alla Pontificia Università Gregoriana. È questa in estrema sintesi la biografia di padre Carlo Casalone, autore di articoli profondamente incuneati nel rapporto fra etica e tecnoscienza, il tema che affronterà il 13 ottobre alle 21 per BergamoScienza e Molte fedi sotto lo stesso cielo, dialogando in streaming con il presidente di Acli Bergamo Daniele Rocchetti.

Nei giorni scorsi ho mandato qualche domanda a padre Casalone, qui sotto trovate le risposte senza i quesiti. Prima di cominciare però va detta una cosa: a fronte di ogni idea retrograda che possiamo avere, dalle parti del Vaticano si sta riflettendo densamente sulla questione tecnica, scienza, etica e il punto di vista di Casalone non è meno interessante di quello dei grandi pensatori che a livello planetario si arrovellano su una questione che evolve molto (forse troppo?) velocemente e rischia di travolgere tutto.

Davanti a me ho l’immagine di tanti sacerdoti costantemente attaccati allo smartphone: per questo ho chiesto a padre Carlo che rapporto ha lui con le tecnologie: “grazie di questa domanda, che mi sollecita a fare un piccolo esame di coscienza per capire meglio se sono io a usare le tecnologie o sono loro a usare me. È vero che la tecnologia offre risorse validissime: per esempio avere la Bibbia in varie lingue sullo smartphone è un notevole aiuto, come anche poter ascoltare audiolibri o vedere video. Però è vero che sento la minaccia dell’iperconnessione: mi rendo conto che mi distrae e mi incalza a un’accelerazione dispersiva. Per cui ci sono periodi in cui decido di spegnere i dispositivi e non rispondere alle mail, per lasciare tempi di silenzio e di approfondimento”.

Da questo momento in poi le parole che leggerete sono le sue.

La tecnica non è un optional

Va subito chiarito che gli esseri umani non possono fare a meno della tecnica. Diversamente dagli animali, che hanno istinti determinati e risorse specializzate per far fronte alle nicchie ecologiche in cui sono inseriti, al di fuori dei quali non sopravvivono, noi siamo indifesi biologicamente. Però abbiamo altre risorse che ci consentono di inventare e costruire strumenti e artefatti. Così possiamo, da una parte, supplire alle nostre fragilità fisiologiche e, dall’altra, modificare l’ambiente per “addomesticarlo”, nel senso di renderlo abitabile per noi. Quindi la tecnica non è un optional, ma è una costitutiva dimensione umana, che ci consente di vivere; allo stesso tempo indica una apertura alla trascendenza, aldilà di quanto è già dato, che caratterizza il modo proprio in cui l’uomo è nel mondo.

Naturalmente tecnologico ma

La tecnologia non è uno strato che si sovrappone dall’esterno a una dimensione umana che sarebbe data a priori. Cioè il mondo umano è, per dir così, “naturalmente tecnologico”. È sempre più chiaro che non siamo solo davanti a strumenti di maggiore potenza per conoscere e agire sulla realtà, ma siamo anche immersi in un mondo in cui gli artefatti giocano un ruolo sempre più importante. Il rischio, soprattutto con i dispositivi della cosiddetta “intelligenza artificiale” e la raccolta dei dati utilizzati per delineare i profili di chi naviga in rete, è che si arrivi non solo a prevedere i comportamenti, ma anche a influenzarli. I condizionamenti sono anzitutto a scopo commerciale, con pubblicità mirate, ma poi si sono sfruttati anche in campo politico, con notevoli distorsioni dei processi democratici. Siamo in una situazione in cui occorre maturare una consapevolezza più profonda delle costrizioni a cui la nostra libertà di scelta è sottoposta, sul piano sia personale sia collettivo.

Limite, anzi limiti

Sappiamo che i latini avevano due termini per parlare del limite. Limes era utilizzato per indicare il confine, che separa e stabilisce una barriera. Limen invece designa la soglia, cioè un punto di passaggio, di transito e quindi di incontro. Penso che sia bene tenere presenti entrambi i significati: non vanno contrapposti, ma integrati. Il cammino storico dell’umanità comporta un continuo movimento che, se per un verso, supera limiti della conoscenza e della esplorazione precedentemente fissati (come ci ricorda il personaggio di Ulisse), per altro verso, si trova sempre davanti a nuove situazioni che non riesce a mettere sotto controllo. Esse risultano sfuggenti. Si tratta di imparare a riconoscere questa ineliminabile tensione tra aree della vita e del mondo che diventano disponibili e altre che invece rimangono indisponibili. Occorre abitare questa tensione e viverla in modo umano. Sarebbe non solo ingenuo, ma anche mutilante, pensare di risolvere definitivamente la questione, magari sopprimendo uno dei due poli o fissando rigidamente gli equilibri, che invece mutano a seconda delle condizioni sociali e culturali.

Che fare

Mi sembra che occorrano due elementi. Il primo è una cura più attenta e profonda dell’interiorità. Ci vogliono tempi di silenzio e abitudine al raccoglimento. È un compito formativo, in un tempo in cui le forme di dipendenza si moltiplicano. Però non si può neanche caricare tutta la responsabilità sulle singole persone o sulla educazione, che pure è importantissima: occorre regolamentare le tecnologie in quegli aspetti che tendono a diventare intrusivi e aggressivi. È un compito che mobilita tutti i soggetti coinvolti nella progettazione, nella produzione e nella distribuzione dei dispositivi tecnologici: dobbiamo aiutarci a riconoscere in che modo ciascuno abbia delle responsabilità e sia chiamato ad assumerle.

L’umanesimo, quando è tecnologico

Le nuove tecnologie non si sviluppano in modo isolato e settoriale, ma in stretta connessione reciproca. Per questo vengono definite emergenti e convergenti. Raggruppate nell’acronimo NBIC (Nanotechnology, Biotechnology, Information technology and Cognitive science, ndr) raccolgono lo studio delle “nanoparticelle” (cioè dell’ordine di grandezza di un milionesimo di millimetro), la biologia (inclusa la genetica), l’informatica e le scienze cognitive. Se per un verso, computer e algoritmi consentono di elaborare e di progettare interventi finora non immaginabili sul patrimonio ereditario, per altro verso, la ricerca sui sistemi computazionali si ispira ai risultati delle neuroscienze. Queste sinergie mettono in questione distinzioni che pensavamo scontate, per esempio tra materia organica e inorganica. Aprono prospettive terapeutiche straordinarie, ma possono produrre disuguaglianze e ingiustizie. Occorre lavorare a una prospettiva umanistica per le nuove tecnologie. Un esempio è la Call di Roma per l’etica nell’intelligenza artificiale: un documento redatto da un gruppo di esperti provenienti da discipline e mondi differenti, che promuove una regolamentazione etica condivisa nel mondo digitale. Il testo è stato firmato nello scorso febbraio in Vaticano da esponenti di primo piano nell’ambito delle imprese e delle istituzioni, internazionali ed ecclesiali, che si impegnano anche a diffonderlo e ad ampliare la rete dei firmatari.

La morte

Certamente nell’impresa tecnologica c’è la spinta non solo a spostare il limite, ma anche a sopprimerlo, soprattutto nella sua espressione più radicale che è la morte. Ma come vediamo nell’esperienza che stiamo facendo con la pandemia, la nostra volontà di controllo incontra limiti inaspettati e sorprendenti. La questione della morte ci viene riproposta in modalità sempre nuove, con cui dobbiamo fare i conti. Certamente il nostro rapporto con la morte cambia nella storia, ma saremo sempre confrontati con la fondamentale esperienza di passività e di perdita, che fa parte della vita anche nel momento del nascere e non solo del morire.

E la politica

Ha un ruolo molto importante per elaborare una proporzionata regolamentazione, anche in campo economico e fiscale. Ma il compito riguarda tutta la società nelle sue diverse componenti, che deve offrire il proprio contributo, non solo come singoli cittadini, ma anche come ordini professionali, associazioni scientifiche, enti culturali. Quello che si fa con BergamoScienza per esempio è molto interessante anche da questo punto di vista.

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