L’estate divide sempre gli spettatori in due categorie. Ci sono quelli che recuperano finalmente la serie rimasta in lista per mesi e quelli che, dopo venti minuti passati a scorrere il catalogo di una piattaforma, rinunciano e finiscono per rivedere «The Office» per la dodicesima volta. Se fate parte del secondo gruppo, la nostra selezione potrebbe risparmiarvi parecchi minuti di indecisione.
« Furious »
Disponibile su Disney+
«Furious» è una di quelle serie che chiedono allo spettatore un piccolo atto di fiducia prima di mostrare le proprie carte. L’incipit sembra quello di molti thriller contemporanei. Alice Black, agente dell’FBI interpretata da Emmy Rossum, indaga su una serie di omicidi che sembrano seguire un disegno preciso. Lo spettatore conosce quasi subito anche l’identità dell’assassina, una giovane donna interpretata da Lola Petticrew, e potrebbe pensare che la suspense venga meno troppo presto. In realtà succede l’opposto. Elizabeth Meriwether sposta progressivamente l’interesse dall’indagine alle persone. Più che scoprire chi abbia ucciso, interessa capire che cosa abbia trasformato due donne diversissime in figure incapaci di sottrarsi alle proprie ossessioni. Alice rincorre la verità con una determinazione che sfiora l’autodistruzione, mentre la sua antagonista costruisce una vendetta che non nasce dall’odio, ma da un dolore rimasto troppo a lungo senza ascolto.
Emmy Rossum, volto celebre di «Shameless», costruisce una protagonista aspra, poco accomodante, distante dall’eroina rassicurante che il genere poliziesco propone spesso. Accanto a lei Scoot McNairy regala probabilmente l’interpretazione migliore della serie: il suo detective è un uomo stanco, consapevole dei limiti del proprio lavoro, e proprio per questo profondamente credibile.
Alla fine «Furious» suggerisce una domanda scomoda: esistono ferite che il sistema giudiziario non riesce nemmeno a nominare? È attorno a questo interrogativo, più che agli omicidi, che la serie costruisce la propria identità.
« Rooster »
Disponibile su HBO Max
Bill Lawrence continua a fare quello che gli riesce meglio: prendere un ambiente apparentemente ordinario e trasformarlo in un laboratorio di relazioni umane. Dopo aver raccontato un ospedale in «Scrubs», uno spogliatoio in «Ted Lasso» e uno studio terapeutico in «Shrinking», questa volta sceglie un campus universitario. Il protagonista è Greg «Rooster» Russo, interpretato da Steve Carell, scrittore di discreto successo che accetta di insegnare nell’università dove lavora la figlia Katie, interpretata da Charly Clive. La decisione nasce da una crisi familiare: il marito della ragazza, anche lui docente, l’ha tradita con una studentessa, costringendola a ricominciare da capo. Greg arriva così nel campus con l’idea di aiutare la figlia, ma finisce inevitabilmente per rimettere in discussione anche la propria vita.
L’università diventa il punto d’incontro di una galleria di personaggi improbabili ma mai caricaturali. Ci sono professori incapaci di stare al passo con una generazione che cambia più velocemente delle loro convinzioni, studenti convinti di avere già tutte le risposte e altri che cercano disperatamente un posto nel mondo. È un microcosmo attraversato da rivalità, ambizioni, rapporti di potere e goffi tentativi di restare al passo con il presente. La trama, in fondo, è quasi un pretesto. Bill Lawrence costruisce la serie attorno ai dialoghi e alle relazioni, dimostrando ancora una volta che la commedia funziona molto meglio quando nasce dai personaggi che dalle battute. Si ride spesso, ma è una comicità che arriva dalle fragilità di ciascuno, non dalla ricerca dell’effetto.
Steve Carell è il motivo principale per cui «Rooster» merita una possibilità. Greg è un uomo brillante, ironico e colto, ma profondamente disorientato. È cresciuto in un mondo in cui autorevolezza ed esperienza sembravano qualità sufficienti per essere ascoltati e ora si ritrova in un’università dove ogni certezza viene continuamente rimessa in discussione. Anche il resto del cast contribuisce a dare spessore alla serie. John C. McGinley, volto indimenticabile di «Scrubs», interpreta un rettore sospeso tra la necessità di modernizzare l’università e il timore di tradire un’istituzione a cui ha dedicato la vita. Phil Dunster, già apprezzato in «Ted Lasso», veste invece i panni di un docente brillante quanto egocentrico, incapace di distinguere il successo professionale dalla continua ricerca di approvazione. Sotto l’apparenza della comedy universitaria, «Rooster» racconta la difficoltà di accettare che esistano seconde possibilità anche quando la società sembra suggerire il contrario. I protagonisti hanno quasi tutti superato l’età in cui ci si aspetta di cambiare lavoro, ricominciare una relazione o mettere in discussione le proprie convinzioni. Eppure la serie insiste proprio su questo punto: crescere non significa diventare persone definitivamente compiute, ma continuare a correggere la traiettoria.
Lawrence evita accuratamente la retorica motivazionale. Nessuno diventa improvvisamente migliore, nessuno risolve tutti i propri problemi e nessuna lezione di vita arriva al momento giusto. I personaggi sbagliano, tornano sui propri passi, si contraddicono e, proprio per questo, risultano credibili. È una scrittura che continua a credere nella forza della commedia come strumento per raccontare le imperfezioni, senza trasformarle né in un dramma né in una barzelletta. Alla fine «Rooster» conferma una delle qualità migliori del suo autore: ricordarci che i luoghi di lavoro non sono soltanto spazi dove si costruisce una carriera, ma anche quelli in cui, spesso senza accorgercene, costruiamo la versione adulta di noi stessi.
« Trying 5 »
Disponibile su Apple TV+
Cinque stagioni dopo il suo debutto, «Trying» riesce ancora a raccontare la normalità senza renderla noiosa. In un panorama televisivo dominato da omicidi, complotti, antieroi e colpi di scena costruiti per diventare virali, la serie britannica creata da Andy Wolton scommette sui piccoli terremoti della vita quotidiana. E, sorprendentemente, continua a vincere la scommessa. Per chi non l’avesse mai vista, «Trying» segue Nikki e Jason, interpretati da Esther Smith e Rafe Spall, una coppia londinese che, dopo aver scoperto di non poter avere figli, decide di intraprendere il lungo e complesso percorso dell’adozione. Le prime stagioni raccontavano proprio quell’attesa infinita fatta di colloqui, valutazioni, speranze e continue delusioni, evitando accuratamente la retorica della coppia perfetta o della genitorialità come inevitabile coronamento della felicità.
Con il passare degli anni la serie ha avuto l’intelligenza di cambiare pelle. L’adozione di Princess e Tyler non è stata il punto d’arrivo della storia, ma l’inizio di una nuova fase. La quarta stagione aveva finalmente regalato a Nikki e Jason quella quotidianità che avevano inseguito così a lungo, dimostrando come diventare genitori fosse soltanto l’inizio di un equilibrio tutto da costruire. La quinta stagione riparte proprio da quel momento, scegliendo ancora una volta la strada meno prevedibile. A rimettere tutto in discussione è l’arrivo di Kat, la madre biologica dei due bambini, interpretata da Charlotte Riley. Sarebbe stato facile trasformare questo ritorno in un conflitto melodrammatico, nella classica contrapposizione tra famiglia biologica e famiglia adottiva. «Trying» fa esattamente il contrario. La serie evita accuratamente di distribuire ragioni e torti. Nessuno invade lo spazio dell’altro, nessuno viene trasformato nel “cattivo” della situazione. Kat porta con sé domande inevitabili, non minacce. E Nikki e Jason, per la prima volta, sono costretti a fare i conti con una realtà che molti racconti sull’adozione preferiscono lasciare fuori campo: una famiglia non smette di trasformarsi nel momento in cui arriva un figlio,continua a ridefinirsi ogni giorno.
La serie non racconta la genitorialità come un’identità conquistata una volta per tutte, ma come un esercizio continuo di negoziazione. Essere madre o padre significa imparare ad abitare l’incertezza, accettare di non avere sempre le risposte giuste e comprendere che amare qualcuno non coincide necessariamente con il desiderio di proteggerlo da qualsiasi complessità. Anche Esther Smith e Rafe Spall confermano un’intesa ormai rarissima in televisione. Nikki e Jason litigano, sbagliano, si stancano, si prendono in giro e continuano a essere una coppia profondamente credibile proprio perché la serie non ha mai sentito il bisogno di idealizzarli. Sono due adulti che, stagione dopo stagione, hanno imparato una lezione semplice ma tutt’altro che scontata: costruire una famiglia non significa eliminare l’incertezza, ma imparare a viverci dentro. Ed è forse questa la sua qualità più preziosa. «Trying» non propone un modello di famiglia, né pretende di offrire risposte universali. Ricorda semplicemente che i legami più solidi non sono quelli che nascono senza difficoltà, ma quelli che continuano a ridefinirsi ogni volta che la vita cambia le regole del gioco.
« Super Market »
Disponibile su Prime Video
Se esiste un luogo capace di raccontare l’Italia contemporanea, probabilmente non è un palazzo del potere ma il supermercato sotto casa. È da questa intuizione che parte «Super Market», comedy ideata dal Terzo Segreto di Satira e ambientata in un punto vendita della periferia milanese destinato alla chiusura. Dentro convivono un direttore convinto di essere un manager illuminato, una capoarea inflessibile interpretata da Katia Follesa, dipendenti che sembrano aver rinunciato a qualsiasi ambizione e uno stagista, interpretato da Tommaso Cassissa, che continua a chiedersi come sia finito lì. La comicità nasce dall’assurdità delle situazioni, ma anche dal riconoscimento. Quasi tutti, almeno una volta, hanno avuto un capo simile, un collega ingestibile o una riunione completamente inutile.
Senza grandi proclami, «Super Market» costruisce così un ritratto sorprendentemente preciso del lavoro contemporaneo: un luogo dove si passa gran parte della propria vita e che, proprio per questo, finisce inevitabilmente per diventare anche una comunità. Non quella ideale, naturalmente. Quella reale, fatta di antipatie, solidarietà improvvise e persone che, loro malgrado, imparano a conoscersi condividendo otto ore dietro una cassa o in magazzino. Una serie comica fatta a regola d’arte che niente ha da invidiare a quelle americane. Bravi.
Bonus: «Nuova Scena 3»
Disponibile su Netflix
Più che un talent, ormai, «Nuova Scena» è diventato uno dei luoghi in cui osservare da vicino il ricambio generazionale del rap italiano. La terza stagione è probabilmente la più riuscita finora. Non tanto per il verdetto finale, quanto per la qualità media dei concorrenti e delle prove.
La vittoria dei cosentini Flextony e Tigerplug conferma la volontà del programma di premiare identità artistiche già definite piuttosto che semplici esercizi tecnici. Alle loro spalle, però, Thyna, Nap e Dalfa dimostrano quanto la nuova scena rap italiana sia ricca di personalità differenti. Il format continua inevitabilmente ad avere i limiti della televisione, ma riesce comunque a fotografare una parte interessante dell’hip hop contemporaneo senza rinunciare alla competizione. Se siete appassionati di rap italiano, è probabilmente l’edizione da recuperare.
