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Quattro serie tv + 1 bonus da guardare in questo periodo

Articolo. Le produzioni più interessanti del momento usano linguaggi diversi per raccontare relazioni, potere e identità in un presente sempre più frammentato

Lettura 7 min.
La legge di Lidia Poët

Siamo sempre stati abituati all’idea che i prodotti seriali siano per definizione delle rappresentazioni che servono innanzitutto a intrattenerci e a evadere dalla realtà. Ma oggi accade il contrario: spesso sono uno dei pochi mezzi capaci di raccontarla senza filtri diplomatici. Certo, cambiano i linguaggi. Alcune serie scelgono il grottesco, altre la nostalgia, altre ancora l’eccesso visivo o la commedia. Ma il nucleo resta lo stesso: individui fragili che cercano di orientarsi dentro sistemi sempre più instabili, politici, economici, affettivi. E forse è proprio per questo che ci sembrano così vicine: perché parlano di mondi apparentemente estremi che però assomigliano sempre di più al nostro.

« Running Point »

Disponibile su Netflix

«Running Point» è una di quelle serie che inizi «solo per staccare un attimo» e ti ritrovi a divorare in due sere. Perché ha il ritmo giusto, personaggi scritti bene e soprattutto quella capacità rarissima di sembrare leggera senza essere vuota. Anche nella seconda stagione appena uscita su Netflix, tutto ruota attorno ai Los Angeles Waves, storica squadra di basket gestita dalla ricchissima e disfunzionale famiglia Gordon. Al centro c’è Isla, interpretata da Kate Hudson, che nella prima stagione si ritrova quasi per caso a guidare la squadra dopo il crollo personale del fratello Cam, interpretato da Justin Theroux.

Il bello è che nessuno prende davvero Isla sul serio all’inizio. Per tutti è «la sorella», quella simpatica, quella un po’ caotica, sicuramente non la persona destinata a comandare. E invece, episodio dopo episodio, riesce a tenere insieme una squadra ingestibile, sponsor nervosi, giocatori egocentrici e una famiglia che sembra costantemente sull’orlo di una crisi di nervi. Il secondo capitolo riparte da un momento complicato: i Waves hanno perso i playoff, la sua relazione sentimentale è un disastro e soprattutto Cam è tornato deciso a riprendersi il posto.

Kate Hudson è perfetta nel ruolo perché non interpreta mai Isla come la classica donna manager tutta controllo e perfezione. È brillante, sì, ma anche impulsiva, disordinata, spesso incapace di capire se sta prendendo una decisione strategica o emotiva. «Running Point» racconta un sistema che celebra la leadership femminile solo finché resta eccezionale, mai strutturale. Isla può essere brillante, strategica, persino migliore degli uomini attorno a lei, ma continua a essere percepita come provvisoria. La serie prende in giro il mondo dello sport professionistico, le famiglie milionarie americane, il linguaggio motivazionale aziendale e perfino l’ossessione contemporanea per il «lavoro su se stessi». Tutti parlano di crescita personale, terapia, consapevolezza emotiva… poi bastano cinque minuti a tavola con i fratelli per tornare immediatamente adolescenti isterici.

«Running Point» mostra benissimo il lato emozionale del neoliberismo contemporaneo: non basta più lavorare bene. Bisogna continuamente gestire percezioni, consenso, relazioni e linguaggi. Essere autorevoli ma rassicuranti. Ambiziose ma non minacciose. Vincenti ma comunque simpatiche. E tutto questo viene raccontato attraverso dialoghi velocissimi e un’ironia che evita alla serie qualsiasi pesantezza didascalica.

« The Boys »

Disponibile su Prime Video

La quinta e ultima stagione di «The Boys» compie un passaggio molto preciso: smette definitivamente di essere una serie che usa i supereroi per prendere in giro il potere e diventa una serie che osserva il potere contemporaneo senza edulcorare la pillola. Per questo fa molto meno ridere rispetto all’inizio, ma non è una critica. E ora vi spiego perché. Per chi non l’ha mai vista, «The Boys» racconta un mondo in cui i supereroi non sono figure morali ma strumenti industriali gestiti dalla Vought, gigantesca corporation che trasforma individui dotati di poteri in prodotti commerciali, simboli patriottici e leader mediatici. Il più potente di tutti è Patriota, interpretato da Antony Starr: un superman cresciuto in laboratorio, incapace di empatia reale e ossessionato dal bisogno patologico di essere amato.

Nelle stagioni precedenti avevamo già assistito alla sua trasformazione progressiva. Da eroe narcisista a figura apertamente politica. Da celebrity tossica a leader capace di mobilitare masse fanatiche. La quarta stagione aveva preparato il terreno mostrando il momento esatto in cui Patriota comprende che suoi sostenitori non smetteranno di seguirlo nemmeno quando ricorre violenza esplicita. Anzi, la violenza diventa parte della sua forza simbolica. L’ultima stagione che si concluderà il 20 maggio parte esattamente da questo punto. L’America raccontata da «The Boys» non è più una democrazia fragile sull’orlo della radicalizzazione. È già un sistema profondamente corrotto dalla propaganda e dalla manipolazione della realtà. Patriota non agisce più nell’ombra: governa attraverso un consenso costruito sul bisogno continuo di nemici, traditori e minacce interne.

Ma la parte più inquietante della stagione è il modo in cui la serie racconta la morte della verità condivisa. La serie capisce che il potere contemporaneo non ha più bisogno di negare i fatti. Deve soltanto produrre abbastanza confusione da rendere impossibile distinguere il vero dal falso. Non esiste più una realtà condivisa: esistono comunità emotive che scelgono quali versioni del mondo accettare. La serie costruisce semplicemente un mondo in cui la politica è diventata intrattenimento permanente e l’intrattenimento ha assunto il controllo totale dell’immaginario collettivo.

Anche esteticamente la stagione cambia tono. Certo, rimangono le esplosioni di sangue, le trovate disgustose che hanno reso «The Boys» famosa. Ma ora quel caos visivo produce una sensazione diversa. Non più liberatoria. Come se la serie volesse mostrare un mondo talmente anestetizzato dalla violenza da non reagire più nemmeno allo shock. In questo capitolo conclusivo la serie sta raccontando una società che continua disperatamente ad aver bisogno di figure da idolatrare anche quando sa perfettamente che sono mostruose. Dunque la serie non suggerisce mai che il problema sia soltanto Patriota. Il problema è il vuoto collettivo che rende possibile l’esistenza di qualcuno come lui.

«La legge di Lidia Poët»

Disponibile su Netflix

La terza stagione de «La legge di Lidia Poët» è probabilmente la più riuscita, perché smette di inseguire il realismo storico e usa l’Ottocento come superficie simbolica per interrogare il presente. Della prima avevamo parlato qui. Perché la questione (ormai superata) non è capire quanto la Lidia Poët interpretata da Matilda De Angelis sia aderente alla figura reale. Ma è osservare come la serie utilizzi il corpo, la voce e perfino l’estetica della protagonista per mettere continuamente in crisi l’idea di neutralità delle istituzioni.

La macro-storia riguarda Grazia Fontana (Liliana Bottone) amica di Lidia accusata di aver ucciso il marito violento. Ma il processo smette quasi subito di essere un semplice giallo giudiziario. Diventa il modo con cui la serie mostra una società ossessionata dall’idea di controllare il comportamento femminile. Tutti vogliono decidere che tipo di donna meriti comprensione e quale invece debba essere punita per aver superato il limite. La cosa bella è che «La legge di Lidia Poët» non racconta mai tutto questo con il tono pesante della fiction “importante”. Rimane elegante, ironica, perfino glamour. Matilda De Angelis attraversa ogni scena con un’energia contemporanea quasi sfacciata, come se Lidia fosse continuamente troppo viva per il mondo che la circonda.

Ed è proprio questa vitalità a diventare politica. Perché gli uomini della serie, anche quelli apparentemente progressisti, sembrano continuamente chiedere alle donne compostezza, misura, pazienza. Lidia invece è impaziente, emotiva, brillante, seduttiva, contraddittoria. Non prova mai davvero a rassicurare chi ha attorno. Anche il rapporto con Enrico, interpretato da Pier Luigi Pasino, cambia tono. Lui ormai è deputato e sta cercando di portare avanti quella che tutti iniziano a chiamare “la legge di Lidia”, cioè il tentativo di aprire finalmente la professione alle donne. Ma mentre Enrico si muove dentro il linguaggio prudente della politica, Lidia continua a vivere tutto sul piano personale. Per lei non è una battaglia teorica. È la propria vita che passa mentre altri decidono se concederle o meno il diritto di esistere professionalmente.

«Scrubs»

Disponibile su Disney Plus

I revival funzionano raramente perché spesso riprendono personaggi amati senza capire che il problema non è riportarli in scena, ma capire se abbiano ancora qualcosa da dire dentro un presente completamente diverso. E invece, sorprendentemente, «Scrub» riesce dove tantissime serie hanno fallito: torna senza sembrare né una caricatura né un disperato tentativo di sembrare giovane. La nuova stagione riprende direttamente lo spirito degli anni che ne avevano decretato il successo. Ritroviamo quindi J.D., Turk, Elliot e Carla molti anni dopo, ancora dentro l’orbita del Sacro Cuore, ma con addosso il peso molto meno romantico dell’età adulta vera. La scelta intelligente della serie è non trasformare i protagonisti in adulti risolti. J.D., interpretato da Zach Braff, continua a vivere dentro il proprio caos mentale cronico, Elliot di Sarah Chalke resta intrappolata tra ansia e bisogno di controllo, Turk di Donald Faison usa ancora l’umorismo per evitare qualsiasi conversazione emotivamente seria e Carla, interpretata da Judy Reyes, continua a essere l’unica persona realmente funzionante nel raggio di chilometri.

«Scrubs» racconta persone che, semplicemente, hanno imparato a convivere meglio con le proprie disfunzioni. Anche il tono resta incredibilmente fedele all’originale. Le fantasie assurde di J.D., i dialoghi nonsense, la comicità infantile e le umiliazioni psicologiche del dottor Cox continuano a occupare il centro della scena senza essere sterilizzati dal bisogno contemporaneo di rendere tutto più elegante o sofisticato. Negli ultimi anni molte comedy hanno progressivamente addolcito il proprio umorismo per paura di risultare scorrette, aggressive o semplicemente troppo stupide. «Scrubs» invece continua a credere in una comicità caotica, spesso imbarazzante, che non ha paura di sembrare fuori tempo massimo. Naturalmente il mondo attorno è cambiato. La nuova stagione inserisce il linguaggio della terapia, le nevrosi social, i pazienti che arrivano autodiagnosticati tramite TikTok e la stanchezza cronica di chi lavora in un sistema sanitario completamente disumanizzato. «Scrubs» continua a essere più intelligente di tante comedy contemporanee: capisce che crescere non significa necessariamente diventare più maturi. A volte significa soltanto trovare persone che conoscano abbastanza bene le tue fragilità da riuscire a sopportarle.

Bonus: «I Cesaroni. Il ritorno»

Disponibile su Mediaset Infinity

Ero poco più che una bambina quando andavano in onda le prime puntate de «I Cesaroni» su Canale 5. Conoscevo a memoria le canzoni di Matteo Branciamore, guardavo la serie con quell’idea tutta anni Duemila della famiglia rumorosa ma rassicurante e, come tantissime persone della mia generazione, associavo la Garbatella a un posto quasi mitologico prima ancora che reale. Per questo affrontare il ritorno dei Cesaroni con distacco critico era praticamente impossibile ed è un lusso che non potevo non concedermi.

Perché «I Cesaroni» non sono mai stati semplicemente una fiction. Erano un’atmosfera, una di quelle serie che non funzionavano tanto per la trama quanto per il modo in cui riuscivano a costruire un’idea di quotidianità in cui era facilissimo rifugiarsi. La bottiglieria, le urla dal salotto, le cene caotiche, Giulio che prova disperatamente a tenere insieme tutto mentre attorno gli altri combinano continuamente guai.

Dodici anni dopo, la nuova stagione riparte esattamente da quell’immaginario. Giulio Cesaroni, interpretato da Claudio Amendola, si ritrova ancora una volta a fare i conti con una famiglia complicata e una bottiglieria ormai in crisi. Attorno a lui tornano personaggi storici, nuovi ingressi e soprattutto un’assenza gigantesca: quella di Antonello Fassari. E la serie è molto intelligente nel lasciarle spazio e nel rendergli omaggio. «I Cesaroni» continuano a funzionare perché raccontano qualcosa che oggi sembra quasi sparito: l’idea che i conflitti possano ancora essere assorbiti dentro a legami collettivi stabili. Che puoi litigare, sbagliare tutto, deludere chi ami, sparire per mesi o mandare la tua vita completamente fuori controllo, ma da qualche parte esiste ancora una cucina piena di urla e qualcuno pronto a rimproverarti mentre ti cucina il tuo piatto preferito. Ed è probabilmente ciò che rende il ritorno dei Cesaroni così stranamente commovente: non la nostalgia della serie in sé, ma quella sensazione quasi dimenticata di appartenere a una comunità in cui, nonostante tutto, c’è sempre qualcuno pronto ad accoglierti.

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