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#coseserie: «La vita bugiarda degli adulti». Guardarsi allo specchio e scoprirsi opachi

Articolo. Al centro della serie tv Netflix diretta da Edoardo De Angelis e tratta dall’ultimo libro di Elena Ferrante, il coming of age della tredicenne Giovanna. Che è un racconto già visto e già letto, ma sa parlare di una Napoli torbida come lo sono i “grandi” che la abitano

Lettura 5 min.
(Netflix)

Ricordo che quando mio cugino Alessandro aveva pochi mesi, una delle mie attività preferite era metterlo davanti allo specchio. Alternava momenti di spavento a bacini sul vetro. Verso il primo anno d’età, ha cominciato ad osservarsi meglio, a capire – credo – che la figura che vedeva riflessa nello specchio non era un personaggio misterioso: era proprio lui. Non sono né mamma né pedagogista, ma ho scoperto facendo qualche ricerca, che questo passaggio per un bambino è importantissimo: è quando comincia a riconoscere sé stesso nello specchio che inizia la conquista della propria individualità. Insomma, ciò che fa dire «sono io, non sono più un’appendice di mamma».

«La vita bugiarda degli adulti», serie televisiva Netflix diretta da Edoardo De Angelis («Indivisibili», «Il vizio della speranza») – anche produttore e tratta dal romanzo omonimo di Elena Ferrante – non parla di neonati, di questo state certi. Eppure, è da un gioco di riflessi e di riconoscimenti simile che prende il via la narrazione. Siamo a metà negli anni Novanta, a Napoli. Protagonista della serie è Giovanna Trada (Giordana Marengo), un’adolescente dai capelli corti, gli occhi scurissimi e la passione per la break dance. Cresciuta al Vomero Alto, quartiere piccolo borghese di fitti palazzoni, Giovanna ha vissuto un’infanzia protetta, ovattata, circondata dall’amore di genitori belli, colti e progressisti. Lui, Andrea (Alessandro Preziosi) è un professore dai capelli impomatati e una firma in bella vista sulla prima pagina de L’Unità; lei, Nella (Pina Turco), è un’elegante docente di latino che per arrotondare corregge bozze di romanzetti rosa.

Ad innescare la vicenda raccontata dalla serie è una frase origliata da dietro una porta. Giovanna, che a scuola è sveglia «ma non si applica», sente un giorno il padre dire alla madre che «sta facendo la faccia di Vittoria». Non è una rivelazione da nulla: Vittoria per la famiglia Trada è la zia innominabile, una zia talmente brutta e malvagia – così pare – da essere stata censurata anche nelle fotografie più vecchie conservate nei cassetti. È una figura oscura, appartenente alla Napoli popolare del Pascone, il quartiere in cui è nato il padre di Giovanna, quello da cui si è emancipato e che ora guarda con ribrezzo.

Incuriosita dalla frase detta dal padre e terrorizzata da quello che questa stessa frase potrebbe comportare, Giovanna comincia a guardarsi allo specchio in maniera ossessiva e a cercare nel suo riflesso i lineamenti di una donna che non ha mai visto, ma a cui sarebbe destinata ad assomigliare. Non riuscendoci, arriva a chiedere ad Andrea di farle incontrare la sorella. Ci riesce. Forte di un metodo educativo tollerante, che non teme il confronto con la parte “bassa” della città pur avendola completamente rinnegata, il padre accetta che Giovanna incontri zia Vittoria a casa sua, al Pascone.

I personaggi

Non serve che Vittoria apra la porta a Giovanna: lo spettatore sa già che quello che si troverà davanti sarà un personaggio memorabile. I capelli sciolti, gli occhi magnetici truccati di blu, la sigaretta perennemente accesa e le gonne da gitana, ampie e appariscenti, zia Vittoria (Valeria Golino) si presenta alla nipote con una spremuta piena di semi sul tavolo, la sigaretta accesa e la voglia di sbraitarle addosso quello che pensa, rigorosamente in dialetto (mettete i sottotitoli, ne vale la pena).

A Giovanna – Giannina, per la zia – Vittoria svela immediatamente il motivo della rottura dei rapporti tra lei e il fratello: da giovane, Vittoria ha avuto un unico grande amore, un uomo sposato di nome Enzo, da cui Andrea ha voluto allontanarla, ma a cui Vittoria è rimasta talmente fedele da costituire, dopo la di lui morte prematura, una sorta di strana “famiglia allargata” con la vedova e i tre figli legittimi.

A Giannina, Vittoria piace per la sua istintività e il suo fare brusco, perché la tratta da adulta, senza timore di usare il linguaggio della rabbia e del sesso, un linguaggio triviale a cui non è mai stata abituata. Le piace anche se la spaventa, soprattutto nel momento in cui invita la nipote a tornare al Vomero per osservare attentamente il comportamento del padre, onesto solo all’apparenza. «Guardali, guardali bene i tuoi genitori, perché altrimenti non ti salvi». Parole che suonano come un rito brutale di iniziazione all’età adulta, dove «per essere donna devi farti cap e cess (devi farti male, ndr)» e dove «l’amore è opaco come le finestre dei cessi».

Coming of age. Mentre Giannina accetta di reincontrare la zia in segreto e di frequentare l’ambiente del Pascone, “su”, “in alto”, affiorano a poco a poco bugie e tradimenti. Sotto la patina di perbenismo respirata fino a quel momento, Giovanna scopre il vero comunismo dei genitori: quello radical chic, come si direbbe oggi, tutta ideologia e poco impegno. Di più. Il padre Andrea (che nella serie non guarda mai i propri interlocutori negli occhi, come a volersi nascondere) intrattiene da anni una relazione clandestina con Costanza (Raffaella Rea), la moglie altolocata di Mariano (Biagio Forestieri), grande amico di famiglia. E quando la verità viene alla luce, non esita neppure un attimo a trasferirsi dall’amante, in una bella villa vista mare nel quartiere collinare di Posillipo.

I luoghi

Quanto della Napoli raccontata da Elena Ferrante e trasposta sullo schermo sia reale, non sta a me dirlo (qualche giorno fa è sorta una polemica su come la fiction diretta da De Angelis abbia rappresentato l’Officina 99, storico centro sociale partenopeo). Una cosa che ho imparato, però, è che nei libri della Ferrante Napoli non è mai semplicemente una cornice. È un tutt’uno con i suoi abitanti. Chi ha letto «L’amica geniale» sa quanto è dura per Lila, una delle due protagoniste, allontanarsi dal rione dov’è cresciuta, perché il rione ti risucchia e che tu lo voglia o no ti rimane sulla pelle.

Quello che ho pensato guardando la serie è che Edoardo De Angelis abbia in qualche modo fatto i compiti. Fedelissimo al romanzo ferrantiano, riesce a far respirare i luoghi della narrazione insieme ai personaggi che la abitano. La fotografia è scura, sporca, la colonna sonora composta da Enzo Avitabile (già al lavoro per «Indivisibili») è scarna, elettronica, carica di tensione, capace di incastrare le parole (il tormentone, in dialetto, «quando sei piccola ogni cosa ti pare enorme, quando sei grande ogni cosa ti pare niente») con i sospiri di chi passeggia per il Pascone, il rumore delle auto e gli strappi delle cerette che nella Napoli “bassa” si fanno per strada. Poi c’è la musica degli anni Novanta, «Fischia il vento» alla Festa dell’Unità, i 99 Posse, «O bbuono e ‘o malamente» degli Almamegretta, la potenza di «Non, je ne regrette rien» di Edith Piaf (riprodotta in radio ad altissimo volume dalla stessa zia Vittoria, che alla fine del primo episodio trascina la nipote in una danza forsennata sul balcone).

I personaggi con i luoghi

Per Giovanna, la discesa quasi dantesca nella parte bassa di Napoli – quella dei quartieri popolari, quella che vorrebbe lavare via la propria miseria (nella serie, gli inquilini del condominio di Vittoria sono inquadrati continuamente nell’atto di lavare e rilavare scale e pavimenti) – si accompagna alla presa di consapevolezza che non esistono né eletti né emarginati, e che il mondo vista mare dei quartieri alti è abitato dallo stesso tipo di sporcizia.

Per crescere, Giovanna avrà bisogno di scendere e risalire, di conoscere le bugie dei genitori e anche quelle del Pascone – triviale, istintivo, ma pur sempre oscuro. Avrà bisogno di assomigliare a zia Vittoria e di prenderne le distanze, di scoprirne le bugie e di imparare a dire le proprie.

Questo è «La vita bugiarda degli adulti»: un racconto di formazione, di come se ne sono letti o visti tanti al cinema. Storie di adolescenti in guerra aperta con gli adulti, alla spasmodica di ricerca di qualcuno o qualcosa a cui appartenere (vedasi «Euphoria»), qualcuno in cui specchiarsi e ritrovarsi. E poi c’è qualcosa che fa la differenza. Come la potenza con cui il regista racconta il torbido dei luoghi insieme a quello delle persone. Quel riflesso nello specchio che quando si cresce si vorrebbe nitido, ma che invece risulta sempre opaco. Misterioso. Come zia Vittoria.

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