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“Bermudas”, il caos è una dichiarazione di gioia assoluta per il movimento

Intervista. Abbiamo chiesto un po’ di cose al coreografo Michele Di Stefano sullo spettacolo di Compagnia MK che sarà il 5 agosto al Lazzaretto per Festival Danza Estate e Lazzaretto on stage. È emersa un’idea di danza tanto densa filosoficamente quanto diretta e immediata nell’esecuzione liberatoria

Lettura 4 min.
“Bermudas” (Andrea Macchia)

Spiegare quali sono i presupposti filosofici di “Bermudas_Tequila Sunrise” della Compagnia MK, da un’idea coreografica di Michele Di Stefano, non è semplice. Si parte dalla teoria del caos per arrivare all’estasi calda e coinvolgente di uno dei long drink a base di tequila più conosciuti. Ma in mezzo ci sono anche il meteo, i filosofi presocratici e la techno. Tutto questo però genera una performance straordinariamente fisica, divertente, trascinante e immediata. Il 5 agoato al Lazzaretto di Bergamo per Festival Danza Estate e Lazzaretto on stage (ore 21, biglietti su Vivaticket.it).

Bermudas – racconta Di Stefano – nasce da un mio interesse verso le teorie del caos, le indagini sulle turbolenze dei fluidi e la capacità di essere esatti nelle previsioni meteo. Insomma tutto ciò che è organizzato ma non prevedibile”.

LB: Come la coreografia che hai pensato per Compagnia MK.

MD: La mia idea di danza è legata alle possibilità anatomiche del corpo più che a una codifica di gesti prestabiliti. In “Bermudas” ci sono da un minimo di tre a un massimo di sette performer. Ogni performer ha sviluppato una sua dinamica personale. Quindi ogni spettacolo è diverso, ha delle sfumature che variano. La condizione di partenza induce i danzatori a non abituarsi ad una coreografia specifica. L’obiettivo è creare un moto perpetuo che permetta alle persone in scena di riorganizzare lo spazio e il tempo in una dimensione di turbolenza.

LB: Da cui il titolo “Bermudas”. Il famoso triangolo in cui spariscono navi ed aerei a causa di una presunta turbolenza.

MD: Sì, il nome fa ironicamente riferimento a quello. Punta a creare una perturbazione mescolando quattro gesti prestabiliti ad una buona dose di improvvisazione.

LB: Che però non è totale. Insomma non è che ognuno fa ciò che vuole.

MD: Da un punto di vista coreografico e anatomico sono quattro movimenti che vengono annunciati all’inizio dello spettacolo da un danzatore: largo, lungo, rovescio, lato. Ciascuno con delle variazioni che generano delle sequenze di volta in volta ricostruite. Come le catene di aminoacidi. Il movimento si fa sempre più caotico nonostante un sistema limitato di possibilità. Alla fine si crea un’armonia, un qualcosa di organico che arriva in modo diretto anche al pubblico.

LB: Il risultato è uno spettacolo complesso nella costruzione filosofica ma dall’impatto immediato sul pubblico, che si lascia coinvolgere.

MD: E difatti lo spettacolo sta girando molto, ha preso dei premi (fra cui il premio Danza&Danza nel 2018 e il premio UBU 2019 come miglior spettacolo di danza, ndr) e continua a fare repliche. Il segreto, se così vogliamo dire, è che ogni gesto è una “lettera”, ogni sequenza una parola, e dunque si crea un linguaggio che dice qualcosa al pubblico di forte e immediato, lo ingloba. A cambiare gesto dopo gesto è la temperatura e l’intensità dello spazio.

LB: Ma il pubblico può intervenire?

MD: Sì, può intervenire grazie a una versione di tre ore che abbiamo avviato chiamata “Bermudas_Forever”. A quel punto può compartecipare alla coreografia, può dare il suo contributo. “Bermudas” è uno spettacolo che parla di abitabilità dello spazio e di prossemica, ovvero di ciò che va incontro al pubblico. In altre parole è anche un lavoro dedicato alla capacità di alcune persone di esprimersi intensamente con il corpo.

LB: Mi è sembrato anche di capire che alla base c’è anche l’idea di corpo che esce dallo spazio perimetrale “sicuro” della casa e di performance che va oltre il palcoscenico del teatro…

MD: Esatto, difatti “Bermudas” è stato fatto in tantissimi posti differenti oltre al palcoscenico. All’aria aperta, nelle gallerie d’arte. Ogni volta è stata una possibilità per i danzatori ma anche per il pubblico di andare da un luogo prevedibile, come può essere la casa o il teatro, verso uno spazio che non conosciamo bene e che di conseguenza è pieno di possibilità positive o negative. Cambia la percezione di sé, del proprio corpo e di quello gli altri. Per ogni spettacolo mi piace capire in quanto tempo e in che modo i danzatori si adattano al nuovo spazio e ai nuovi compagni. Non è mai un aderire a un pattern prestabilito, c’è sempre di fondo una buona disponibilità all’improvvisazione, seppur non totale. Alla fine è un approccio alla danza che richiede una grandissima concentrazione, perché serve un impegno fisico e mentale notevole. Questo aspetto è quasi paradossale: in apparenza c’è tanta libertà ma in verità è poca, è necessaria invece molta esattezza.

LB: Quando ho capito cosa è “Bermudas” ho subito pensato ai filosofi pre-socratici, alla loro descrizione del mondo. Ad esempio il panta rei eracliteo…

MD: Sicuramente. Io utilizzo come coreografo un certo tipo di pensiero che in qualche modo si rifà a quello che i filosofi classici chiamavano clinamen (nella fisica epicurea è la deviazione casuale e spontanea degli atomi nel corso della loro caduta nel vuoto in linea retta, ndr). Ma sono stato influenzato anche dalle teorie sulla complessità e dai frattali. Da quelli che i fisici chiamano attrattori strani che creano crisi e continuo cambiamento. Sono tutte riflessioni che per noi è molto bello incarnare nella danza.

LB: Kaytlin Aurelia Smith, Juan Atkins/Moritz Von Oswald, Underworld sono gli autori delle musiche che avete scelto. Ambient e techno più o meno “intelligente”…

MD: La premessa è che la musica è il grande piacere della mia vita. La temperatura ideale di uno spettacolo per me è sempre quella di un concerto. Ci sono musicisti e opere che, magari senza volerlo, sono già danza. Gli Underworld li ho seguiti fin dagli inizi e spesso li ho usati in sala prove. Questa è la prima volta in uno spettacolo. Smith è una scoperta recente ed è bella l’evoluzione del suono del pezzo che ho scelto. Su Atkins e Von Oswald… sono un grande amante dei subwoofer (ridiamo, ndr).

LB: Nei crediti dello spettacolo c’è anche un addetto meteo, Antonio Rinaldi…

MD: In realtà è un tecnico ma anche un autore. Lavora molto all’Arboreto di Mondaino. Abbiamo avuto la possibilità di incontrarlo per ragionare sulle atmosfere dello spettacolo, che dovevano avere un’intensità particolare. A Bergamo non accadrà, ma nella versione al chiuso ad un certo punto viene generato un cumulonembo che rende molto minacciosa l’ultima parte dello spettacolo.

LB: “Bermudas” ha un titolo il due parti. La seconda è “Tequila Sunrise”. È un’immagine che descrive l’effetto della coreografia sui ballerini e sul pubblico? Come lo definiresti? Liberatorio? Catartico?

MD: Direi liberatorio. Per mia fortuna il pubblico è sempre molto partecipe, si lascia coinvolgere in questa manifestazione liberatoria, che è poi una dichiarazione di gioia assoluta per il movimento. Nei danzatori scatta un qualcosa che potremmo definire come un essere entusiasti e generosi con il movimento. Basta vedere le espressioni facciali mentre danzano, i sorrisi, la soddisfazione. È un momento di coincidenza fra il corpo, lo spazio e il movimento che mi commuove sempre.

Sito Festival Danza Estate

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