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Albanoarte: il teatro è in bilico? Creiamo reti di sostegno

Intervista. “Saltamuretto” è un progetto drammaturgico, laboratoriale e performativo ad ampio respiro, che punta a creare una rete territoriale vasta e immagina lunghi passi nel futuro. Enzo Mologni ci racconta le sue strategie per guardare avanti, nonostante la gravità della situazione

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L’equipe artistica di “Saltamuretto”

C’è chi l’ha definita instabilità, chi sospensione, chi incertezza e chi si sente sul filo dell’equilibrista; per Enzo Mologni, scenografo, direttore artistico di svariate edizioni del festival Albanoarte e anima dell’associazione omonima, la percezione vissuta oggi è lo sfilacciamento. Tanti nomi per una stessa condizione, quella di chi vorrebbe porsi degli obiettivi, umani e professionali, ma ha il respiro corto di una situazione che non può controllare. Eppure, ci racconta Mologni, si sta anche come leoni in gabbia: non per la rabbia, ma per la voglia di agire e costruire, che bisogna, però, tenere a bada.

“Sarebbe banale dire che le cose vanno male, d’altra parte siamo perfettamente coscienti del fatto che quello che accade è ben più grave della nostra impossibilità di lavorare. Ma siamo rimasti appesi a qualcosa: all’avanzata o all’arrestarsi di questo virus, alle decisioni prese dall’alto. Ora come ora non possiamo fare nulla: niente prove o riunioni, niente bandi e finanziamenti, quindi niente produzione. Quando si sbloccherà tutto? Chissà. Ci serve un orizzonte temporale, altrimenti lavoriamo sulle sabbie mobili”.

La grafica di “Saltamuretto” (illustrazione di Giulia Cabrini)

Eppure da quest’anno turbolento, nel bel mezzo delle difficoltà, anche per Mologni e Albanoarte sono nate delle splendide progettualità, che attendono di essere realizzate. Originato da una motivazione etica, cioè dare lavoro alle maestranze rimaste a piedi, “Saltamuretto” è un progetto complesso, che coinvolge quattro compagnie teatrali (Erbamil, Teatro Prova, Luna e Gnac Teatro e La Pulce) e quattro dramaturg (Silvia Briozzo, Lucio Guarinoni, Stefano Mecca e Alberto Salvi), con l’impegno di elaborare delle drammaturgie ispirate ad alcuni percorsi laboratoriali sul territorio bergamasco, in corso in queste settimane.

L’energia e lo slancio dello scenografo sono palpabili, nonostante siano condizioni accidentate per portare avanti un progetto: chi sarebbe entusiasta dell’ennesimo incontro su Meet? “Ma prendiamo i laboratori: sono meravigliosi comunque. Chi li conduce inventa un’infinità di strategie, perché la fantasia non manca. E funziona: chi partecipa riflette sul momento presente ed è bellissimo vedere come la scrittura può diventare catartica. Dieci persone sconosciute mettono nell’agorà virtuale il loro sentire. Emergono i piccoli, grandi drammi umani”.

Fare teatro fa emergere l’umano, perfino se gli strumenti sono limitati, perfino se si deve infiltrare negli interstizi di tastiere, connessioni deboli o microfoni malfunzionanti. Tocca nodi e nervi scoperti, va proprio lì dove c’è bisogno di guardare. “Ti racconto questa: dato che al momento non possiamo scritturare per la fase di messa in scena dei testi, abbiamo deciso di fare noi da attori e attrici per le prime prove. Silvia Briozzo ha ideato un esercizio che si è trasformato in una situazione tragicomica: sei un attore/attrice e ti chiamano per farti una proposta di lavoro che non ha nulla a che fare col teatro. Lavorare su una situazione così ci ha spiazzati e ha scoperchiato il vaso di pandora”.

Teatro Prova

La riflessione è ampia, anche se parte da basi semplici: quello che faccio non mi dà più da vivere. Significa che non serve più. Cosa fare in alternativa? Ciò che è emerso durante le prove di cui parla Mologni è altrettanto semplice e in parte commovente: “Curiosamente, in tutte le proposte lavorative abbiamo messo qualcosa di teatrale. Come a dire: il lavoro che mi proponi può essere bruttissimo ma ci metto del teatro lo stesso. E alla fine questo facciamo: passiamo come l’acqua tra le rocce, con un po’ di saggezza e ironia. Ecco, se in questo periodo molte più persone abbandoneranno il teatro, se lo porteranno dietro. Chi farà l’operaio sarà un po’ un operaio-attore”.

Nessuna esagerazione, probabilmente. Per conformazione economica del settore teatrale, esisteva già un ampio bacino di figure ibride amatoriali-professionistiche, con lavori d’appoggio; ora, sono tante quelle che mollano, anche tra i “puri professionisti”. Prendiamo le famose maestranze: Mologni è anche docente di scenografia all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia e si ritrova a motivare i suoi studenti e studentesse. “Per forza. Si chiedono che futuro possono avere. Solo alcuni grossi teatri, come il Donizetti, avevano già produzioni in corso e un budget assegnato. Ma altri si sono organizzati per portare opere e spettacoli online, ovviamente con la scenografia ridotta all’osso”. E infatti per l’anno formativo 2020/21 l’accademia ha registrato un forte calo delle iscrizioni al corso.

Laboratorio di drammaturgia

A cascata, emergono anche le domande sul ruolo dei teatranti, le stesse, ricorrenti domande, mai retoriche, che deve porsi chiunque viva di teatro, a prescindere dal Covid-19. A chi si rivolge il teatro? “E perché non ci sono i giovani?”, si chiede Mologni. “Bisogna considerare, ovviamente, più piani di riflessione. A livello comunale riscontro una fortissima frammentazione sulle politiche giovanili, che non aiuta a indirizzare i ragazzi e le ragazze. Dopodiché, è evidente che sul piano della comunicazione teatranti e giovani viaggiano spesso su binari diversi e paralleli. Non conosciamo i loro canali, guardiamo con diffidenza ai social”.

Una certa frammentazione si riscontra anche tra chi nella bergamasca il teatro lo fa. Un motivo oggettivo su tutti è la scarsità di risorse rispetto ai tantissimi progetti e idee in cantiere. Per questo Mologni considera fondamentali i progetti trasversali, non solo rispetto al territorio ma anche alle teste che ci lavorano: “Per far partire ‘Saltamuretto’, come Albanoarte ho scandagliato il territorio per cercare professionisti. Ho constatato che una rete non c’è, anche se ci sono forti spinte in questa direzione. Quindi ci siamo presi noi la responsabilità: siamo un’associazione, reinvestiamo nella programmazione, nelle persone che lavorano, è parte del nostro ruolo dialogare e far dialogare”.

Terre del Vescovado Festival - Pedrengo, “Odissea”

È banale ma mai scontato: tessere relazioni è la base di qualsiasi progetto.

“Nel fare rete si mettono in comune esperienze per prendere le decisioni migliori. Possono nascere programmazioni trasversali, slegate dalla logica del rubarsi il pubblico; più target di riferimento, più pubblico. Quando partiranno le tournée degli spettacoli di ‘Saltamuretto’, la gente richiamata a teatro vedrà storie raccontate da quattro punti di vista diversi e vivrà appieno l’eterogeneità dell’offerta teatrale bergamasca. È possibile smarcarsi dall’idea delle bolle isolate le une dalle altre. Sono grandi opportunità che credo debbano cogliere anche i comuni: è il momento di accettare queste iniziative, di richiamare i giovani”.

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