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Lorenzo Baronchelli, la zebra: liberate i clown, vi riporteranno il sorriso

Intervista. È un buon momento per raccogliere le idee: questa volta lo facciamo insieme ad uno dei componenti di Ambaradan, voce influente del panorama teatrale bergamasco. Tra intuizioni e abbozzi di progetti propone uno sguardo sul futuro al contempo aperto e ben radicato nella realtà

Lettura 4 min.
Lorenzo Baronchelli nel Circo Polenta

Si definisce una zebra, Lorenzo Baronchelli: artista, operatore teatrale, direttore artistico. Con la compagnia Ambaradan si muove agevolmente tra produzioni di teatro visuale comico e la didattica della scuola circo, tra la direzione di eventi come il Rastelli Festival e l’attività per la residenza Initinere, all’interno dell’Auditorium del Comune di Ranica. Oggi, questo significa avere un punto di vista multiplo sullo stato delle cose teatrali e vivere la condizione di stallo su più fronti. “A livello assolutamente personale – racconta Lorenzo – questa crisi è arrivata in un momento della vita in cui forse era ora di prendermi una pausa, un momento sabbatico. Ho un amico che lavora tanto, ultimamente, in un colorificio perché le persone sono molto di più a casa, e cosa decidono di fare? Tinteggiare. Ecco, mi piace applicare metaforicamente quest’idea su di me: anche io mi sono messo a dare il bianco, a pulire e riordinare pensieri e progetti”.

Tempo per riflettere e spunti da elaborare ce ne sono molti, in questo periodo. Baronchelli racconta il suo punto di vista, quello di un instancabile e attivissimo operatore teatrale che si fa osservatore, senza perdere di vista reti e progettualità, come l’iniziativa “Affacciati alla finestra” o la versione riveduta e adattata di “Eccentrici” negli spazi del Lazzaretto, realizzate grazie alle possibilità offerte dal Comune di Bergamo.

Il teatro-non-teatro? Baronchelli vede con occhio curioso le potenzialità e le provocazioni offerte da linguaggi diversi, anche se, precisa, non possono essere il motore primario del teatro. “Si sente da tutte le parti: voi gente di teatro, inventatevi qualcosa, buttatevi sul digitale, ci sono mille possibilità e idee. In parte le alternative possibili esistevano già prima del Covid; io sono uno smanettone, conosco e utilizzo molti strumenti, ma sono tutto un altro tipo di canale. Lo spettacolo dal vivo si chiama così per un motivo. È un incontro tra le persone. Rendere il teatro digitale in alcuni casi vuol dire semplicemente fare tv. Niente di nuovo, no? L’unica novità è il fatto che diventi on demand. A meno che non si trasformi in una realtà virtuale, che è tutt’altra cosa…”.

In questo senso, gli orizzonti futuri sono molto ampi e sfaccettati ed è necessario rimanere aperti a ogni possibilità, reinvenzioni e provocazioni che siano: “Io ho approfittato di questo momento anche per imparare nuovi linguaggi, riflettere e approfondire canali come video, tv, cinema… Ciò che è essenziale è trovare delle forme (l’importante è che non siano surrogati) valide sia per noi sia per il pubblico che ne fruisce. Vedo con piacere che sono in molti a sperimentare in questo senso, oltre che con il teatro non convenzionale, che è già il linguaggio che appartiene al teatro di strada: all’aperto, a domicilio…”.

Ma mantenere lo sguardo aperto e curioso non può sostituire una valutazione schietta dei dati reali, degli sbocchi e delle possibilità concrete del teatro che verrà. “Tutti preferiremmo tornare a fare quello che facevamo prima. Ne usciremo e se sì, migliori o peggiori? Il grosso timore è di non tornare affatto ai numeri di prima. Arrivavamo già da anni di pesante crisi: nei periodi di contrazione dell’economia noi operatori dello spettacolo siamo particolarmente penalizzati perché, si sa, non veniamo considerati come qualcosa di essenziale”.

Il grande paradosso, emerso già più volte, di una categoria che non ha la possibilità di fare il suo lavoro, cioè contribuire al benessere socio-emotivo, proprio nel momento in cui servirebbe di più. “È un punto che non viene compreso. Certo, l’emergenza assorbe l’energia di chi governa tutto questo, e certo: noi operatori teatrali siamo tutti resilienti, troviamo un modo per impiegare il nostro tempo. Non voglio fare l’artista che si guarda l’ombelico, lamentandosi. Ma parliamoci chiaro: teatri e cinema sono ancora chiusi. Non c’è la volontà di trovare delle strategie e su questo bisogna concentrare le energie”.

Con un po’ di pessimismo, Lorenzo allarga lo sguardo: “siamo un Paese in ritardo su tutto. Per la prima volta abbiamo avuto degli ammortizzatori sociali economici per i professionisti dello spettacolo, ma ci è voluta una pandemia! Sarebbe ora di riconoscere che il nostro lavoro ha una sua formazione specifica e settoriale ben precisa. Questo è quello che sappiamo fare, possiamo reinventarci ma perdiamo la nostra arte”.

(Foto Trevor McGrath)

Anche questo, d’altronde, è un paradosso del mondo teatrale: se Baronchelli si sente una zebra del settore, ogni attore è un camaleonte per definizione, una creatura la cui natura è il cambiamento, ed è questa la sua specifica arte; è l’unica cosa che può fare. Anche se, al netto dei teatri chiusi e dei festival rimandati, al centro dell’atto teatrale restano funzioni e ruoli che scavallano nel politico, nel relazionale, nell’educativo.

“Da sempre portiamo quello che sappiamo fare anche al di fuori dei teatri. Io, ad esempio, insegno giocoleria nelle aziende, che è un modo per trasmettere degli strumenti. C’è ovviamente una valenza profonda per tutte le persone che vengono a impararlo da noi: ci dimostrano che fare teatro fa bene, mettersi in relazione per gli altri e con gli altri. Da un altro punto di vista, questo fermo ha obbligato tutti coloro che lavorano nel teatro a mettersi in comunicazione, intorno a un tavolo; un momento importantissimo, considerando che siamo in Italia e c’è una forte divisione di settore”.

Potremmo chiamarla divisionismo, quella mentalità tutta italiana che parte dal campanilismo (ogni paese si tiene ben stretto il suo campanile, come simbolo un po’ gretto della propria identità) ed evolve in uno spirito di competizione sempre e comunque, che molto spesso, almeno in ambito culturale, si riduce a una guerra tra poveri. L’alternativa è fare rete, e in questi mesi lo si è capito ed è successo: “Siamo riusciti a impostare un dialogo nazionale che ha portato a una proposta di legge per introdurre strumenti di sostegno, come il reddito di continuità, utili per i lavoratori intermittenti”.

Intanto le spinte in favore del ritorno si sentono, da parte del pubblico e degli appassionati: “L’estate scorsa incontrare il pubblico è stato bello. Abbiamo percepito la necessità e la gioia da parte delle persone, nonostante l’atmosfera non fosse del tutto normale. ‘Magie al Borgo’, il festival a Costa di Mezzate di cui curo la direzione artistica, ha raggiunto nell’ultima edizione 20.000 partecipanti. Chissà quando potremo riprenderlo? E la gente si vorrà buttare per le strade di un paesino? Io mi rispondo di sì”.

(Foto Simone Radavelli)

E mentre si attende, in cantiere ci sono progetti per festeggiare, quando sarà tempo, il momento di ritrovarsi, attori e pubblico. “Sto lavorando, insieme ad altri artisti e artiste, a un progetto che ho chiamato ‘Unlockclowns’, una serie di performance di strada da portare nelle piazze delle città libere dall’emergenza sanitaria. Riportare un’onda di energia positiva e il sorriso alle persone sarà compito nostro. Questo le istituzioni dovrebbero tenerlo a mente: non dimenticatevi di noi, abbiamo un compito. Abbiamo bisogno di un supporto se vogliamo mantenere viva questa energia e restituirla al pubblico. Ci deve essere una generosità reciproca”.

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