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Meno altezzoso, più solidale e democratico. Il teatro di domani secondo Gianfranco Bergamini

Intervista. La crisi portata dalla pandemia ha smussato alcuni angoli e permesso una comunicazione più semplice, diretta e genuina fra le realtà teatrali. Bergamini, anima del Laboratorio Teatro Officina di Urgnano, ci parla del suo senso dell’umano, della dignità e della serietà artistica ed espressiva. Oltre a dare alcuni consigli per il futuro

Lettura 3 min.
Gianfranco Bergamini, Ninna nanna (Degani)

A distanza di circa un anno dall’intervento per la campagna “La cultura in quarantena”, Gianfranco Bergamini esprime le sue opinioni sulla “sopravvivenza” del teatro con la stessa fermezza. Ci racconta le delusioni, le sorprese e le riflessioni più o meno amare che emergono dalla situazione attuale, dalla sua posizione di direttore artistico dei “Circuiti Lombardia Spettacolo dal Vivo” e di anima dell’associazione Laboratorio Teatro Officina, da moltissimi anni attiva nel comune di Urgnano e nella bergamasca.

“È un disastro. La mia situazione personale è privilegiata: sono un insegnante in pensione, anche se mi sono sempre occupato di teatro, quindi la vivo un po’ incidentalmente. Ma per il Laboratorio Teatro Officina è diverso: non abbiamo avuto grossi contributi economici, che sarebbero serviti a sostenere l’attività, abbiamo perso una cifra enorme, la sala che utilizziamo è chiusa”.

Gianfranco Bergamini, Il mio Krapp

LD: Quindi ora cosa sta facendo?

GB: In questo momento sto facendo una regia via Skype, una lettura con Max Brembilla, ex attore del Prova; lui recita, io guardo. Ma lo trovo veramente assurdo, così come le varie modalità in video che stanno adottando in tanti. Io ritengo che il mezzo tv col teatro non c’entri nulla: le realtà virtuali soffocano il teatro, non lo aiutano. Lo schermo è una rappresentazione visiva distante, mentre il teatro è carne, ossa, sangue e sudore. Chi cerca di adattarsi sta sbagliando di grosso, anche se ne capisco la necessità pratica. L’idea è: aspettiamo che passi la tempesta, intanto teniamoci impegnati… Ma io penso sia un vero e proprio modo per darsi la zappa sui piedi.

LD: Lei invece cosa propone per affrontare la situazione?

GB: Il modo migliore non è quello di inseguire le allucinanti proposte del ministro sul “Netflix della cultura”, ma prepararsi a fare teatro. Tenersi allenati, fisicamente e mentalmente. Io vado a camminare lontano dalla folla, faccio esercizi di acrobatica, leggo dieci libri di teatro al mese per rinfrescarmi la memoria e non perdere il contatto con la realtà. Dobbiamo approfondire i nostri discorsi, non quelli degli altri. Fare video può servire, ma solo a scopo dimostrativo. C’è chi lo fa addirittura a pagamento... Oltretutto, si finisce per pestare i piedi a chi queste cose le fa di mestiere. Bisogna rifletterci.

LD: E allora riflettiamo.

GB: La dignità del silenzio sarebbe la miglior medicina. Ci sono anche molte opportunità di riflessione: io non ho mai visto tanti video come in questo periodo, tra trasmissioni e materiali d’archivio di vario genere. Il teatro a distanza è solo un modo per non stare del tutto fermi.

Massimo Nicoli, Max Brembilla e Lorenzo Baronchelli - Squàsc - Stórie dé Pura
(Foto Zavattieri)

LD: Pronti ai blocchi di partenza per quando sarà tutto finito, quindi. E come sarà?

GB: Io spero nella solidarietà tra le realtà teatrali, cosa che questa pandemia ci ha insegnato. Prima la mentalità imperante era mors tua, vita mea, oggi siamo un gruppo di gente che lavora in un ambito che non interessa a nessuno, in primis al ministro Franceschini. Questo ci porta a essere più solidali tra noi, senza sgomitare. Da un punto di vista pratico, sto cercando di organizzare alcune attività, posto che le cose procedano al meglio. Tra fine agosto e settembre proporremo “Segnali Experimenta” e cercheremo di mettere in piedi anche la quarta edizione del Premio Experimenta, saltata l’anno scorso. Stava andando molto bene, peraltro: nel 2019 abbiamo avuto trentaquattro realtà bergamasche iscritte. Vogliamo riproporlo all’aperto, in vari luoghi, tra cui la piazza di Urgnano.

LD: La pandemia ha portato con sé domande sul senso e sulle direzioni delle attività teatrali. Tante realtà si sono ritrovate ad affrontare svariati scheletri nell’armadio. È cambiato qualcosa nella vostra percezione, nel corso di quest’ultimo anno?

GB: Tutta questa storia mi ha un po’ umanizzato. Io facevo quello che viene chiamato teatro di nicchia. Ora sono più vicino alle persone; d’altronde, sono l’unica forza che abbiamo. Lo hanno dimostrato l’anno scorso: abbiamo proposto sette, otto spettacoli, giusto per tenere in piedi un minimo di programmazione. Le persone erano disposte a uscire di casa, mettere la mascherina, farsi provare la febbre, pur di venire a teatro. Il pubblico è pronto, ha fame di teatro. Ci siamo spostati in luoghi nuovi, e questo ha permesso di portare la magia del teatro in spazi culturali in parte ignorati, dando loro vita. Durante uno spettacolo nella rocca una signora mi ha detto: “Che bello, questo posto! Col teatro è diventato quasi magico”. Ecco, mi sento meno altezzoso, più in contatto con la gente.

LD: Altezzoso, cioè?

GB: Tra i titoli dell’estate scorsa c’è stato uno spettacolo di burattini. Ho visto la vera e propria meraviglia negli occhi dei bambini e degli anziani. Penso sia necessario trovare la qualità in storie di facile comprensione, come nel caso de “La lettera” di Paolo Nani, un attore capace di stare con la gente, oltre che un mimo straordinario. Bisogna mantenerci alti senza essere altezzosi. Prima capitava spesso che io capissi, ma gli altri non tanto. A livello generale poi, nel mondo teatrale qualcosa è successo: ora parliamo più di prima, si intavolano discussioni sensate, oneste. Ci si rapporta in modo diverso, c’è un po’ più di umanità. Alcuni gruppi storici, prima molto isolati, hanno iniziato a lavorare con dei giovani.

Squàsc, Stórie dé Pura
(Foto Merisio)

LD: Lei ha sempre fatto un altro lavoro oltre all’attore.

GB: Antonio Attisani, docente di Storia del teatro, ex direttore artistico a Santarcangelo, quando venne a vedere “Il mio Krapp”, mi chiese: “Gianfranco, vuoi fare teatro o andare avanti a fare l’insegnante elementare?”. Risposi: “Io credo nel teatro, ma credo che la mia famiglia debba campare dignitosamente ogni giorno”. E la mia vita, da allora, ha sempre avuto due binari, il mio lavoro a scuola e il teatro, che si sono, poi, sempre intrecciati fittamente.

LD: Quindi che consigli darebbe a dei giovani attori e attrici che volessero inserirsi nel mondo del teatro oggi?

GB: Consiglio di fare le scelte in modo ponderato. Mantenersi economicamente e studiare tanto. Se un giorno gli studi confluiscono in qualcosa di economicamente redditizio, ben venga! È sempre possibile correggere il tiro. Prima il pane, poi l’arte, oppure entrambi senza snaturare l’uno o l’altro.

Sito Teatro Officina

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