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La cultura in quarantena – Gianfranco Bergamini (Laboratorio Teatro Officina): “che senso ha per un gruppo teatrale – in tempi di coronavirus – parlare di sopravvivenza?”

Articolo. Il direttore artistico dell’associazione di Urgnano, che produce spettacoli e gestisce uno spazio teatrale: “servono progettualità, questione estetica, drammaturgia e ricerca. Anche in questo momento”

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Gianfranco Bergamini ne “Il mio Krapp” di Samuel Beckett

LAssociazione Laboratorio Teatro Officina è una formazione professionista che si occupa di teatro sia a livello produttivo che organizzativo e che, da oltre quindici anni, ha la direzione artistica, per la Provincia di Bergamo, dei “Circuiti Lombardia Spettacolo dal Vivo”. Condivide questo incarico con il Comune di Urgnano, che offre gratuitamente alla compagnia, per le proprie attività, lo spazio dell’Auditorium Comunale e un piccolo deposito attiguo per materiali scenici.

Nato come gruppo amatoriale nel 1974, ha cominciato a precisarsi nella sua fisionomia artistica odierna sul finire del 1977, con alcuni giovani attori, che hanno lavorato con me secondo tecniche che si riconducevano al teatro-laboratorio di Jerzy Grotowski e che si ricollegavano, inizialmente, alle esperienze condotte da Eugenio Barba e dal suo Odin Teatret. A confermarci nelle nostre idee c’è stato poi l’incontro con il Teatro Tascabile di Bergamo, gruppo storico della ricerca nazionale, con la sua grande lezione di eticità scenica e di raffinato artigianato teatrale. Da tali confronti è iniziato per il gruppo un lavoro sistematico sull’arte dell’attore e si è costituito nel ’78 il “Centro di Ricerca e Documentazione Teatrale”.

Più impresa culturale che economica, l’attività dell’LTO si è sviluppata intorno a un nocciolo duro di sei persone che ha sempre vissuto l’esperienza scenica come necessaria ma non esclusiva per la sua sopravvivenza. Un piccolo vantaggio rispetto alla questione coronavirus, che oggi annichilisce tutte le strutture teatrali soprattutto sul piano economico. L’autonomia ha permesso alla nostra piccola comunità di agire fuori dagli schemi del cosiddetto “teatro tradizionale”, diventando, negli anni, una solida e stabile realtà della scena bergamasca. Svincolata da accordi forzati, scambi quasi obbligati o intese di comodo, la nostra associazione ha potuto crescere nel rigore di una ricerca formale e contenutistica libera e indipendente. Due obbiettivi hanno omogeneizzato questi quarant’anni di teatro: la passione e la necessità.

Passione intesa come lotta, individuale e di gruppo, di fronte all’insensatezza e alla superficialità dei nostri giorni, alla massificazione, alla mancanza di ideali, alla destrutturazione culturale in atto, ai paradisi consumistici celebrati dai mass-media. Necessità come dimensione etica del lavoro, come ridefinizione continua di obiettivi e contenuti, come il rimettersi in gioco, cercando una propria utilità sociale, diventando un’esperienza di vita e un modo di essere.

Anche la nostra “ospitalità” di altri gruppi su tematiche quali la tolleranza, l’handicap, la solidarietà, la multietnia e la memoria storica, è stata congruente con questi principi, dando il senso preciso di un teatro utile, non inteso come semplice passatempo ma, nella sua globalità comunicativa, come funzione relazionale e sociale.

Far avanzare la battaglia delle idee è stato il nostro imperativo di questi anni. Una simile istanza non è eludibile ma, anzi, va rafforzata proprio in momenti di immobilismo obbligato come quello imposto dalla pandemia in corso, in cui è più acuta la crisi economica e materiale del settore e si fa più pressante la tentazione a cedere alle lusinghe del web.

Ricordo, in proposito, le parole di Antonio Attisani, che ha sempre seguito con interesse l’attività della nostra associazione: “Crediamo che anche gli artisti e le compagnie senza coperture di partiti o di critici trafficoni abbiano diritto di fare teatro, crediamo in coloro che non inseguono le facilitazioni del mercato, puntiamo su chi non considera la scena soltanto come un transito per la televisione o altro, vogliamo lavorare assieme a coloro per i quali il teatro è luogo di ricerca poetica e di meditazione condivisa con gli spettatori”.

Il Laboratorio Teatro Officina è, nel concreto, un’associazione culturale senza scopo di lucro che, per il suo funzionamento e per il raggiungimento degli scopi sociali – promozione e svolgimento di attività teatrali e para teatrali – si avvale della collaborazione artistica di soggetti esterni, a cui affida compiti specifici.
Negli anni trascorsi dalla sua fondazione ad oggi, hanno dato il loro contributo alle attività del gruppo circa 60 persone fra attori, organizzatori e tecnici, alcuni dei quali hanno operato a livello di volontariato.

Il Laboratorio Teatro Officina ha sviluppato la propria attività sul territorio provinciale occupandosi del teatro ragazzi e della popolazione scolastica da un lato e del teatro di ricerca e della popolazione adulta dall’altro, con manifestazioni famose come le rassegne “Ragazzi a Teatro”, “Teatro in Famiglia” e “Teatrofesta”, per arrivare a “Segnali Experimenta – Festival Internazionale del Teatro di Gruppo”, inserito nel Progetto Regionale “Circuiti Lombardia Spettacolo dal Vivo”, “Incontri – Esperienze, Progetti e Genealogie” e il recente “Premio Experimenta”. Il tutto condito, a livello pedagogico-didattico, dalla conduzione, presso gli istituti scolastici lombardi, di numerosi “corsi di teatro”.
Una ventina, infine, le produzioni realizzate dall’LTO nella sua lunga avventura scenica. Un totale di 1.100 eventi prodotti e organizzati in 45 anni, a fronte di 140.000 utenti.

Verrebbe da dire che, nonostante tutto, ce l’abbiamo fatta, sin qui siamo arrivati. Ma che senso ha per un gruppo teatrale – in tempi di coronavirus – parlare di sopravvivenza, quando le tematiche dovrebbero essere quelle della progettualità, della questione estetica, della drammaturgia e della ricerca? Ciò nonostante continuiamo la nostra marcia controcorrente, bordeggiando la “marginalità” e il “diverso” alla ricerca di una tradizione espropriata: quella teatrale. Con l’insorgere di nuove intolleranze e nuovi fascismi, osiamo gridare l’utopia della comunicazione scenica come luogo di scambio, di discussione e di condivisione di esperienze, quindi come luogo di crescita culturale, civile e politica.

Oggi, tutto questo è reso ancora più complesso dalla disastrosa emergenza sanitaria da coronavirus. Da febbraio alcuni di noi non hanno più un’attività lavorativa di alcun genere. Gli introiti, come compagnia, sono azzerati. Tra marzo e aprile sono andate perse dieci repliche dei nostri spettacoli e due esperienze seminariali scolastiche. Nonostante questo, però, la gestione dell’associazione continua ad avere i suoi costi: assicurazioni, consulenze amministrative, impianti, allestimenti di nuove produzioni, contratti e attività svolte da retribuire. I conti da pagare, con o senza Covid-19, vanno saldati.

Ricalendarizzare gli impegni del Festival, così come quelli del gruppo, serve a poco, perché è un continuo spostare avanti nei mesi la faccenda, senza vedere alcuno spiraglio di soluzione. Ora dicono che, per lo spettacolo dal vivo, ci sarà un anno sabbatico. Una pausa di dodici mesi che sarà fatale per la sopravvivenza di molte realtà della nostra provincia.

Nessun artista verrà dimenticato” dice il ministro Franceschini e, di seguito, propone la sua “Netflix della cultura”, in cui evidenzia le potenzialità del web. Una piattaforma culturale online a pagamento, che dovrebbe servire – in questa fase emergenziale – per offrire i contenuti culturali con un’altra modalità. Ma come si combina tutto questo con il teatro? Un’arte che nasce e si sviluppa dall’imprescindibile binomio attore-spettatore e dalla presenza fisica delle due entità nel luogo della rappresentazione.
E quando potrà essere garantita la salute dei cittadini a fronte dei grandi o piccoli assembramenti che si avranno in occasione degli spettacoli teatrali? La risposta è mai, assolutamente mai! A meno che non venga individuato un vaccino.

Qualcuno mi dice “adattiamoci”, ma non è certo nella commistione dei linguaggi la soluzione del problema. Se questo avvenisse il cinema e le realtà virtuali soffocherebbero di certo la scena rendendola loro schiava e succube. Lo spettacolo dal vivo non avrà mai la potenza di tiro e i numeri di un programma televisivo

Il teatro, quello vero, è corpo tangibile in movimento, sudore, voce vibrante e contatto fisico. Fuori da questi parametri, la sua esistenza è come quella di un pesce fuor d’acqua. Dice bene Eugenio Barba: “Il futuro del teatro non è la tecnologia, ma l’incontro di due individui feriti, solitari, ribelli. L’abbraccio di un’energia attiva e un’energia ricettiva.

Quello che è certo è che bisognerà pazientare e “sopravvivere”, finché non arriverà il giorno della normalità: il vaccino. Sarà un cammino lentissimo quello del teatro, che diverrà, inevitabilmente, arte minoritaria rispetto ai colossi del web, e che dovrà riconquistarsi a fatica un nuovo pubblico, attraverso le specificità del suo linguaggio: la qualità del contatto umano e l’interazione diretta di corpi agenti in uno spazio diversamente strutturato per il loro incontro.

Spero solo che questo avvenga con meno “vittime” possibili. Continuo comunque, come diceva il grande Dostoevskij, ad essere convinto che: “La bellezza salverà il mondo”.

Gianfranco Bergamini attore, regista e fondatore del Laboratorio Teatro Officina, è il direttore artistico per la provincia di Bergamo dei “Circuiti Lombardia Spettacolo dal Vivo” e l’ideatore del Festival Internazionale del Teatro di Gruppo “Segnali Experimenta” e del “Premio Experimenta - Nuove identità del teatro bergamasco”. Docente di scuola primaria, si è occupato, per oltre 40 anni, anche di teatro scolastico e di attività di formazione presso numerosi istituti scolastici del territorio.

“Squàsc Stòrie dé pura” , con Lorenzo Baronchelli, Max Brembilla e Massimo Nicoli - Testo e regia di Gianfranco Bergamini
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