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La cultura in quarantena – Fabio Comana (Erbamil): “il nostro lavoro merita rispetto e dignità come qualunque altro”

Articolo. Il fondatore della compagnia-teatro di Ponteranica: “dovremmo attivarci come singole persone, come lavoratori, e non come strutture”

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Molti anni fa, agli inizi del nostro percorso professionale, un collega mi fece una strana domanda: “sei ricco di famiglia?” “No” risposi (mio padre era un semplice impiegato e mia madre casalinga) e lui “ma se non sei ricco, perché fai teatro?” “per passione” fu la mia risposta, certamente alimentata dall’entusiasmo e dai sogni di una carriera ancora tutta da costruire.

Accidenti, chi l’avrebbe mai detto che quel collega un po’ cinico forse non aveva poi tutti i torti? Mai come adesso avrei bisogno di poter contare su una solidità economica alle spalle!
E come me tanti colleghi, con i quali mi sto confrontando quasi tutti i giorni, condividendo problemi, timori e speranze in questo surreale periodo di sospensione, del quale non riusciamo – perché ancora non si può – a intravedere la fine!

Siamo in molti, lavoratori della cultura e dello spettacolo, ad essere rimasti senza lavoro, senza preavviso (come tutti) e senza prospettive. Abbiamo davanti a noi un futuro buio ed incerto. Leggiamo e sentiamo discutere di “ripartenza”, di necessità di garantire il ritorno al lavoro ed alla produzione, pur nel rispetto delle regole che difendano la salute, ma siamo consapevoli che il nostro lavoro, quello del teatro, non potrà ripartire subito e non ci è dato nemmeno ipotizzare quando potrà ripartire. Si dice autunno, più probabilmente gennaio 2021, ma finché non si troveranno un vaccino e una cura affidabili è impossibile immaginare di tornare a quella vicinanza, quella prossimità che è l’essenza stessa del fare teatro.

Già, immaginare. Ho provato – in queste lunghe giornate che favoriscono la riflessione (uno dei pochi aspetti positivi dello stare rinchiusi) a prefigurarmi un ritorno a teatro, nel rispetto delle misure di sicurezza che la situazione impone: imporre una distanza di almeno un metro fra uno spettatore e l’altro? In un teatrino, come il nostro, di 140 posti, nella migliore delle ipotesi (da verificare con il centimetro) vorrebbe dire 70 spettatori. Ma se l’incasso con il teatro pieno era appena sufficiente a pagare il cachet alla compagnia (con il biglietto a 10 euro lordi il conto è presto fatto), come si può pensare di dimezzare? Facendo due repliche? In questo modo sarebbero ancora una volta i lavoratori ad essere penalizzati, lavorando il doppio per guadagnare il minimo. So che in molti lo faremmo, pur di tornare a lavorare, ma non sarebbe giusto!

Indossare i DPI? A parte gli attori e le attrici, la cui espressività dietro una mascherina chirurgica sarebbe parecchio limitata, a parte l’aspetto visivo in base al quale ogni spettacolo ricorderebbe inevitabilmente l’ambiente ospedaliero (ve l’immaginate un Amleto chirurgo? potrebbe essere un’idea…) penso preoccupato al pubblico, soprattutto agli spettatori con gli occhiali che si appannano ad ogni sospiro o ad ogni risata, senza poter abbassare la mascherina per uno strisciante senso di colpa, e quindi costretti a controllare le proprie emozioni, invece di lasciarle libere come dovrebbe essere.
Dario Fo insegnava che – quando uno spettacolo è coinvolgente – attori e spettatori respirano insieme. Esattamente quello che adesso non possono fare. E le risate? Non è vero che sono contagiose?

Aiuto! Siamo messi male!

E non c’è nemmeno la soddisfazione di prendersela con qualcuno, visto che la salute è indiscutibilmente una priorità.
Del resto, a chi di noi periodicamente si lamentava della precarietà insita nel nostro lavoro, noi stessi dicevamo ironicamente: “non te l’ha mica ordinato il medico di fare questo mestiere”. Infatti, il problema è che adesso il medico ci sta ordinando di NON farlo!

E allora? Cosa possiamo fare?

Sempre grazie alle profonde riflessioni favorite dall’immobilità (che in altri tempi avrei – forse – definito seghe mentali) mi vengono in mente alcune idee, per trasformare la crisi in opportunità, come diceva giustamente Einstein, maestro del “tutto è relativo”.

In primo luogo – forse – sarebbe importante riconoscere a livello sociale, di comunità civile, che il nostro lavoro merita rispetto e dignità come qualunque altro. E non solo chiedendo di non essere dimenticati nelle varie forme di assistenza economica che il governo e le regioni stanno mettendo in atto ma mettendo a frutto una delle poche risorse delle quali noi artisti siamo dotati in abbondanza – la creatività – per inventare forme di sensibilizzazione e coinvolgimento dell’opinione pubblica attorno a questo tema.

E per farlo efficacemente – senza “forse” perché di questo sono convinto da anni – dovremmo attivarci come singole persone, come lavoratori, e non come strutture. Spiego meglio: nel settore teatrale al quale appartengo, quello delle piccole cooperative e associazioni, è naturale identificarsi con la propria struttura di appartenenza, creata per rendere possibile un progetto artistico. Questo però, come è normale che sia, risponde alle consuetudini del mercato, per cui si diventa inevitabilmente concorrenti, pur in un clima (più o meno, a seconda dei periodi) di rispetto reciproco.

Il conflitto di interessi fa sì che i diritti del lavoratore dello spettacolo passino in secondo piano, quando addirittura (soprattutto nelle giovani compagnie) non vengano nemmeno presi in considerazione. Se invece esistesse un movimento di opinione per ottenere il riconoscimento della dignità delle persone che lavorano nello spettacolo, forse (e qui è d’obbligo) i sussidi ai singoli lavoratori per i periodi di difficoltà verrebbero accettati dalla società civile e dai suoi rappresentanti come giusti e necessari. È una sega mentale? Forse no, perché in altri Paesi forme di assistenza e incoraggiamento per chi lavora nel campo artistico esistono già da decenni e soprattutto esiste il rispetto per queste professioni.

La seconda idea riguarda la comunicazione. Ho scoperto con grande piacere in questi due mesi che, attraverso Facebook e la rete in genere, abbiamo potuto mantenere un bel rapporto con il pubblico che ci segue (ed anche aumentare, visti i numeri di contatti e commenti).

Penso sia noto a chi legge che questa stagione teatrale per noi è molto importante: festeggiamo i 30 anni del Teatro Erbamil.
Avevamo cominciato a novembre, grazie a Claudia Contin ed al suo Arlecchino, celebrando i 30 anni della scuola di teatro, e ripreso a fine gennaio con Antonio Catalano, omaggiando così il primo artista che nel 1990 inaugurò il teatro di Ponteranica, ed a metà febbraio con il gradito ritorno di Carlo Rossi, con il tutto esaurito in entrambe le occasioni.

Potete immaginare quindi la delusione e lo scoramento quando il 23 febbraio veniva decretata la chiusura dei teatri, dovendo rinunciare alla presenza di Marcello Magni, arrivato appositamente da Londra e subito ripartito, al suo spettacolo ed allo stage per professionisti per il quale erano arrivati anche da fuori Regione ed a tutto il resto della stagione alla quale avevamo dedicato tanto impegno.

Dopo un comprensibile momento di smarrimento, abbiamo pensato di ricordare i 30 anni di storia del nostro teatro attraverso i video degli spettacoli più significativi, partendo dai nostri spettacoli storici, come “Oh Yeah!” (1988) e “Calzette Rosse” (1994). È stata una sorpresa scoprire quante persone hanno commentato e condiviso, segno di un affezione e un interesse ancora vivo.

Per questo continueremo nei prossimi mesi, attraversando la memoria storica, mentre ci prepariamo al futuro.
Un futuro che sicuramente saprà far tesoro delle opportunità di comunicazione e semplificazione che il digitale ci sta offrendo e che stiamo imparando a sviluppare, non per rendere virtuale il teatro – che resta e resterà sempre arte dell’incontro dal vivo – ma per suscitare e mantenere alto l’interesse ed alimentarne la passione.

Già, perché, ritornando all’inizio, la mia risposta alla cinica domanda del collega: “per passione” non è mai cambiata nel tempo.

Fabio Comana lavora nello spettacolo dal 1980. Prima come attore e sceneggiatore nei film di Bruno Bozzetto, quindi come fondatore della compagnia teatrale Erbamil. All’attività di autore e regista, di teatro, eventi e video, affianca da sempre quella di formatore, dirigendo la scuola di Erbamil da 30 anni, il progetto Young di Fondazione Teatro Donizetti e diversi progetti di teatro d’azienda e di comunità.

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