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Musei e teatri devono rinascere dopo il lockdown. Sì, ma come?

Intervista. Problemi (tanti), gratuità online, strategie di ripartenza e prospettive future della cultura in Italia e a Bergamo. Ne abbiamo parlato con Andrea Rurale, ricercatore della Bocconi che sta studiando la situazione durante e dopo il confinamento del coronavirus

Lettura 6 min.
“L’ange de Nisida” l’anno scorso al cantiere del Teatro Donizetti

R urale è direttore del Master in Arts Management and Administration alla Bocconi, presidente del FAI Lombardia e del conservatorio di Cremona. I temi che gli abbiamo sottoposto sono tanti, e il quadro è tutt’altro che confortante. Emerge soprattutto la necessità di definire, a conti fatti e fuor di retorica, quale grado di priorità abbia davvero la cultura nelle nostre vite. E quale dovrà avere nella società del domani, fuoriuscita dall’emergenza sanitaria ma travolta da quella economica.

MR: Da esperto del settore impegnato su più fronti, che idea si è fatto di questo momento e di ciò che ci aspetta nel prossimo futuro?

AR: L’urgenza è di ripensare, riposizionarsi, capire non solo come essere presenti nel momento in cui nessuno può venire al museo o a teatro ma pensare di investire per il futuro: appena possibile, la macchina deve ripartire orientandosi al mercato. I musei hanno una propria collezione, le opere sono presenti, va pensato a come fare in modo che il pubblico torni. I teatri invece hanno ancor più filo da torcere: dentro ci sta cabaret, prosa, opera lirica, concerti di musica classica. Sono esposti su due fronti: fare i conti con il pubblico – con la domanda – e con chi produce gli spettacoli che ospita – l’offerta: riprendere i contatti con artisti, attori, musicisti e tutto il resto. Gli spettacoli sospesi hanno ripercussione su questi due mercati.

Andrea Rurale

MR: Come si riparte quindi alle attuali condizioni? Ci sono prospettive di sostenibilità economica a fronte di una limitata accessibilità degli spazi fisici?

AR: Dalla lettura che sto dando io, la situazione è drastica. I musei rischiano meno nel ripartire, le opere sono presenti, devono occuparsi solo di contingentamento, sanificazione, definizione di un flusso. Nel teatro la ripresa a queste condizioni è impensabile e irrealizzabile. Ci saranno eccezioni tipo teatri all’aperto, distanziamento sociale possibile, però si tratta del teatro che esce, quello che è chiamato out reach. In un ambiente chiuso l’esposizione al rischio è maggiore, ci sono i cosiddetti aspetti fisici insormontabili, chi suona i fiati non può farlo con la mascherina, e sbava mentre suona, tipicamente. Replicare gli spettacoli quattro o cinque volte per ottenere la stessa capienza del teatro a pieno regime è un investimento economico che non vale la pena. C’è tutto un tema che rende la possibilità di riaprire davvero difficile, quasi impossibile.

MR: Nel frattempo avete monitorato le strategie di reazione di varie istituzioni. Cosa dicono i dati raccolti?

AR: Emerge che i teatri sono quelli che lamentano un maggior livello di abbandono. Il sistema non li protegge, e percepiscono molto male, giustamente, che gran parte dell’opinione pubblica, a fronte di emergenze sicuramente evidenti, relega al teatro e chi ci lavora a una sorta di saltimbanco, o comunque un dopolavoro. E questo è il problema un po’ di tutto il mercato della cultura. È un prodotto edonistico, uno va non perché ne ha bisogno fisicamente ma perché vuole evadere. Quindi ha un approccio più leggero. Chi lo produce invece lo fa di lavoro, e lo fa con una competenza e una ricerca che è difficile che sia riconosciuta per il vero valore che ha...

MR: A proposito di valore, durante il lockdown sono stati diffusi online, gratuitamente, film, materiali d’archivio, accessi ai musei, spettacoli. Qual è la conseguenza di tutto ciò? Fa davvero bene ad artisti e al settore, o il rischio è che si sminuisca il valore dell’oggetto culturale?

AR: Tutte queste manifestazioni artistiche che ci sono state nei mesi di chiusura da una parte hanno tenuto alta l’attenzione sul tema, dall’altra però è emerso che tutte le istituzioni culturali che hanno fatto qualcosa online l’hanno fatto gratis. È stato tutto regalato. Non so fino a che punto sia positivo per il rilancio del sistema. Spero di essere smentito, ma sono convinto che tutta questa gratuità offerta online, ritornando alla normalità con l’economia in ginocchio, sarà probabilmente destinata a essere una risorsa residuale. A fronte di un lockdown della struttura non c’è stato un lockdown dell’offerta. Questo è il nodo. Si è prestato il fianco a considerare il comparto come qualcosa che lascia a casa la gente o che, peggio ancora, sia talmente sfortunato per cui non ha senso nemmeno investirci. Il rischio, e lo dico da presidente di conservatorio, è che sempre meno gente farà questa carriera, perché si è verificato essere talmente instabile e provvisoria che porta a dire: perché dovrei farlo?

Una sala del Museo Bernareggi durante la mostra dedicata a G. Paolo Cavagna
(Foto Yuri Colleoni)

MR: Eppure, tendenzialmente si sente parlare di digitalizzazione di certi consumi – penso a concerti, visite nei musei, spettacoli, festival cinematografici – come una grande opportunità, la spinta all’innovazione tecnologica come “il bicchiere mezzo pieno” di questa situazione. Ma è davvero così?

AR: Assolutamente no. Sicuramente la digitalizzazione aiuta tantissimo, permette di approfondire e di avere un’esposizione a un prodotto culturale che prima non era possibile. Primo contatto e l’approfondimento finale, questo sicuramente. Però il beneficio della cultura è anche un beneficio sociale, il fatto di andare, di esserci, ascoltare, vedere, apprezzare, farne parte, ha una ricaduta in termini sociali e sull’identità di ciascuno. Entro in un museo e mi sento meglio. Sicuramente il digitale ha fatto tantissimo, ma è assolutamente qualcosa di diverso. Nell’ambito musicale e operistico è evidente...

MR: Certo, ma al di là di un aspetto diciamo più romantico dell’esperienza, che è certamente insostituibile: a livello economico?

AR: A livello economico non si regge. La digitalizzazione prevede ripetitività e replicabilità di un modello. Vuol dire che faccio uno spettacolo, lo registro, e il prodotto non è più quello spettacolo, ma il prodotto è il dvd o il file. Io poi replico il file registrato, non lo spettacolo. La cosa necessita di un meccanismo della supply chain diverso da quello dello spettacolo realizzato dal vivo. Il macchinista non serve più, così come la costumista, il parruccaio, il direttore d’orchestra. E poi, chi pagherebbe cento euro, per dire, per scaricarsi o vedersi la prima della Scala? Nessuno. Quindi è insostenibile senza un contributo pubblico a margine. Se lo stato ritiene che questo funziona allora deve dare contributi a fondo perduto sull’esistenza delle istituzioni culturali.

MR: A proposito, si è proprio generato un dibattito fra chi sostiene con fermezza la necessità di un intervento dello stato e chi (una minoranza) vede tutto in una logica più imprenditoriale, intraprendente. Lei come la vede?

AR: È necessario un intervento pubblico che riconosca il valore della cultura, che senza cultura un Paese non funziona. Perché bisogna investire in cultura? Fa bene al singolo, al contesto, alla società. La cultura mantiene viva l’attenzione su quello che contraddistingue una popolazione rispetto a un’altra, una città rispetto un’altra, è un servizio utilissimo e necessario. A maggior ragione se la gestione della cultura non ha un finanziamento legalmente strutturato, come succede negli Stati Uniti, dove il privato può dare tutti i soldi che vuole a un ente culturale detraendo completamente la quota dalle tasse, e il pubblico non ci mette una lira. Il caso italiano è diverso, deve partire dal presupposto che lo Stato italiano deve intervenire. E non deve farlo favorendo l’imprenditorialità, cioè “io ti pago solo se tu fai”, perché siamo in una condizione in cui non tutti possono fare.

MR: Ha parlato di individui e collettività, come crede che cambieranno le abitudini di consumo?

AR: Sono già cambiate, nel senso che è cambiata l’abitudine del consumo in genere. Siamo tutti più consapevoli che medesime o simili esperienze possono essere vissute anche online. E questa è una valutazione superficiale, in realtà non è così: la differenza di un concerto dal vivo da un concerto online è evidente, tuttavia per chi ha una visione del prodotto culturale come un’alternativa all’entertainment in generale, ecco, in questo caso l’abitudine del consumo ha forse allontanato ancora di più. C’è una voglia di normalità, ma bisogna capire quanto della normalità che ci è stata preclusa, di cui abbiamo bisogno, è rappresentato dal prodotto culturale. Io credo che non sarà immediato, la mia previsione è che al di là di un aspetto di contatto con la natura e l’aria aperta che fa parte dello star bene, non so, sono un po’ scettico sul fatto che sia sufficiente riaprire il museo per avere visitatori.

L’allestimento de l’Aida di Giuseppe Verdi al Teatro Sociale
(Foto Emanuele Roncalli)

MR: Per una strategia di rilancio, si dovrebbe puntare più sul fattore umano o sull’innovazione tecnologica?

AR: Guardi, la situazione di fondo delle istituzioni culturali, ad oggi, è drammatica in termini di tecnologia. Il fatto che l’esperienza culturale si fa solamente dal vivo purtroppo è diventato, negli anni, un pretesto per non aprirsi alle nuove tecnologie, questo è un dato di fatto. Finora la scusa per non investire in nuove tecnologie era quella di dire che sono le persone che fanno il teatro. Vero, verissimo. Nello stesso tempo è necessario adattarsi. Una delle cose emersa nella ricerca è che nessuno era sufficientemente preparato a trasferire il contenuto dal fisico all’online. C’era una specie di avversione, che è motivata se facciamo il ragionamento di prima del concerto dal vivo. Benissimo. Però non devono escludersi. Il problema di fondo è che c’è sempre la questione “l’uno o l’altro”, come per “o il direttore-manager o lo storico dell’arte”. Ma cavolo, ci sarà uno storico dell’arte che è aperto al mercato. La tecnologia serve per facilitare l’avvicinamento, o per favorire l’approfondimento perché uno fisicamente non può arrivare. Ma le due cose non possono essere considerate alternative, devono andare insieme, persone e tecnologie. Se le persone non sono in grado di potersi relazionare col mondo che cambia, sono destinare a fallire, insieme ai teatri e ai musei.

Università Bocconi

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