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“Sancio Panza e Non Chisciotte”: quando l’eroe ama riempirsi la pancia di salsiccia

Articolo. Tage Larsen e Mario Barzaghi immaginano un Sancio gioiosamente ribelle, libero di dire la sua sul suo padrone, sul mondo e perfino sul suo autore. Un piccolo, grande clown, irresistibilmente divertente e surreale, profondamente saggio. Sabato 5 febbraio alle 21 per la rassegna Abboccaperta del Teatro Caverna

Lettura 3 min.
Sancio Panza e Non Chisciotte

“I lettori, gli studiosi, ma soprattutto i critici dicono che io sia un personaggio popolare; dicono che io sia ben radicato… e privo di visioni. Sedentario, che pensa solo al cibo, che ama mangiare anche se sazio. Che non sa che cosa sia la poesia. […] Dicono che io sia l’esatto contrario del mio padrone, Don Chisciotte della Mancia: alto, magro, sproporzionato, etereo e con la testa tra le nuvole, lui; ben radicato e godereccio, io. Beh, signori miei, voglio dimostrare il contrario”.

È così che l’eterna spalla dell’eroe per antonomasia prende la scena e, per una volta, prova a raccontare al pubblico il suo punto di vista. “Sancio Panza e Non Chisciotte” prende il via proprio da Sancio Panza, lo scudiero di Don Chisciotte, che si ritrova di punto in bianco senza il suo padrone, in bilico tra euforia e smarrimento. Cosa fa un personaggio classico quando si ribella al suo autore?

Lo spettacolo, forte di molti anni di vita e svariate rappresentazioni, si avvale della regia di Tage Larsen, attore storico dell’ Odin Teatret , e dell’interpretazione di Mario Barzaghi, co-fondatore, regista e attore di Teatro dell’Albero . Barzaghi porta in scena un personaggio dalle mille iniziative e dalle mille risorse, un Sancio che in parte esprime gioiosamente le sue peculiarità, in parte le supera e si dimostra imprevedibile.

“Questo spettacolo ha 20 anni, ormai; inizialmente era molto diverso: è nato per un festival in Danimarca, un festival del vento”, ricorda Tage Larsen. “C’erano più personaggi, compresa Dulcinea che faceva windsurfing su un lungo palco… Anche il testo era diverso: c’erano brani di Shakespeare, frammenti poetici, estratti di testi che avevano a che fare con il vento. Ma ricordo anche un’altra versione, per un altro festival, in cui una parte di scena avveniva su un grande carro. Mario faceva una parte di tiptap, all’epoca”.

“Nel corso del tempo, poi, ci è venuta l’idea di costruire tutto lo spettacolo attorno alla figura di Sancio Panza, con solo Mario in scena”, continua Larsen. “Sancio è stato lasciato da Don Chisciotte, dopo la sua morte, e a questo punto che succede? Non sa precisamente che fare, se la prende con il suo padrone e con l’autore”.

Investito della responsabilità di essere, finalmente, la voce narrante, Sancio rivive le vicende con l’hidalgo, le anticipa, le racconta alla sua maniera; rivendica, protesta e contesta, si lancia in perorazioni che si costruiscono sull’arte del gioco di parole, in una captatio benevolentiae del pubblico in cui la figura di Sancio non può che usare le sue arti buffonesche. D’altra parte, la sua ricerca infruttuosa di risposte lo fa indispettire e arrabbiare: “Ad un certo punto, si chiede animatamente dove sia la famosa isola promessa da Cervantes, impossibile da trovare; poi, sfoggiando la sua capacità di trovare soluzioni imprevedibili, ha l’idea di costruirla con le pagine di un libro”, racconta ancora il regista.

La figura di Sancio è infatti quella di un personaggio inventivo, fiero di sé, sempre pronto a trovare una soluzione, ma anche preoccupato di quello che può lasciare per il futuro: “Così come Gustave Eiffel ha lasciato la torre, Don Chisciotte ha lasciato lui e questo rappresenta una missione importante, a cui deve fare onore”. Un po’ ingenuo, un po’ coraggioso, Sancio affronta il mondo, con gli strumenti a sua disposizione.

La sua elocuzione è un elemento fondamentale: un fiume di parole, motteggi, versi e lazzi che fanno del linguaggio un elemento portante dello spettacolo. “Sancio parla molto, cita Don Chisciotte, lo interpella e lo imita, ma lo fa coscientemente”, commenta Larsen. Ha deciso che ora vuole farsi ascoltare, ma dimostra una benevolenza e un’estrema lucidità nei confronti del suo padrone. “Alla fine dei conti, Sancio e Don Chisciotte sono due facce della stessa medaglia, o meglio due facce della stessa maschera: entrambi sono clown, uno il dritto e uno il rovescio”, commenta ancora Larsen. E i clown, si sa, sono anche uno specchio di verità scomode, curiosi testimoni dell’animo umano. La stessa lucidità che ha nei confronti di Don Chisciotte, Sancio la dimostra per la realtà che lo circonda, che è senza tempo e senza luogo, in un indistinto passato che strizza l’occhio al presente.

Con la sua spiazzante, indispettita schiettezza, lo scudiero si va portavoce di una critica nei confronti della società: “Volevamo che il discorso fosse anche molta politico, soprattutto sulla società italiana, anche senza dire chiaramente i nomi; certo, c’è dell’assurdo, del comico surreale, ma è sempre presente un appiglio alla realtà. D’altra parte, quando ho iniziato a ideare questo spettacolo volevo che rispecchiasse il mio sguardo sull’Italia e sugli italiani, che conosco da molti anni. Sempre molto gentilmente, ovviamente. Sancio, d’altronde, è un personaggio positivo, mai maligno: è lui, sul palco, profondamente. Infatti piace molto ai bambini”.

È sicuramente gentile, divertente e divertito, il modo in cui Sancio sfrutta al massimo i pochissimi elementi scenici a sua disposizione – pochi fogli, stracci, un bastone, la lancia ereditata da Don Chisciotte – oltre, ovviamente, alla straordinaria espressione corporea e vocale di Mario Barzaghi, per esplorare e interrogare con arguzia il mondo intorno a sé, comprese le visioni eteree create dalla mente e dalla poesia.

“Con Mario è stato semplice, abbiamo avuto una bellissima intesa”, rievoca Larsen. Attore e regista hanno sempre saputo cogliere al volo le idee l’uno dell’altro, in un processo creativo basato su spunti inventivi. Giochi di linguaggio, una corporeità materica e una gestualità clownesca si intrecciano in un tessuto narrativo umoristico in cui tutto è collegato, ma lascia spazio a infinite possibilità:

“Abbiamo lavorato in sala soprattutto all’inizio, ma poi, col tempo, il tutto è emerso spontaneamente sulla base di scambi di mail, di suggerimenti dati a distanza. Alla fine lo spettacolo non è frutto tanto di un lavoro di prove e ricerca, quanto di un processo di visualizzazione con la fantasia. Mario è stato strepitoso a concretizzare le mie idee: è un artista molto presente, ed è stato da subito al gioco. Non c’era alcun limite a quello che potevamo realizzare”. E l’impressione è davvero quella di veder emergere una narrazione potenzialmente infinita da pochi oggetti, un sapiente corpo espressivo e dalla magia dell’arte affabulatoria.

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