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Spettatori come ospiti di riguardo: al Teatro Sociale, una Cenerentola moderna

Intervista. La stagione di lirica e concerti del Donizetti presenta un’opera per famiglie, che mescola la potenza delle musiche rossiniane all’atmosfera onirica e fiabesca di un Grand Hotel coloratissimo, che strizza l’occhio un po’ ad Alice, un po’ a “Grand Budapest Hotel” di Wes Anderson

Lettura 4 min.
La Cenerentola. Grand Hotel dei Sogni (Alessia Santambrogio)

Quello di domenica 6 marzo sarà un pomeriggio intenso per le famiglie che assisteranno alla rappresentazione de “La Cenerentola. Grand Hotel dei Sogni” al Teatro Sociale di Città Alta: non si tratta, infatti, soltanto di accomodarsi sulla poltroncina e godersi l’opera (alle 18). Gli spettatori sono invitati ad un incontro pre-spettacolo Family Lab, alle 16, per preparare alcune attività, schiarire la voce e sgranchire braccia e gambe in vista della loro partecipazione. La Cenerentola, infatti, non sarà solo un sogno ad occhi aperti, ma anche un’opera interattiva.

Con la presentazione del capolavoro rossiniano, in co-produzione con Théâtre des Champs Elysées e Opéra de Rouen, AsLiCo (Associazione Lirica e Concertistica italiana) con la piattaforma Opera Education promuove un progetto di ampio respiro, che coniuga la forza dell’opera classica all’intento educativo. La celebre opera di Rossini, con libretto e drammaturgia riadattati da AsLiCo, viene portata in scena per i più piccoli, con un cast giovane e un allestimento fiabesco. A curare la regia, Daniele Menghini, che ci racconta come si è messo nei panni del pubblico “in miniatura” e come è approdato alla regia d’opera, vincendo il bando promosso da AsLiCo a febbraio 2020: “È la mia prima esperienza di regia d’opera; mi sono diplomato alla Paolo Grassi nel 2019 e ho iniziato come assistente di Graham Vick con la Zaide di Mozart al Teatro dell’Opera di Roma e al Sociale di Como. Quando mi sono candidato per il bando di questo progetto sapevo che si trattava di un progetto didattico e sono partito da subito a cercare alcune linee didattiche da poter sviluppare”.

(Foto Alessia Santambrogio)

LD: Da dove sei partito per arrivare alla tua “Cenerentola”?

DM: Sicuramente una prima, grande sfida è stata quella di ricavare una riduzione dell’opera, passando dalle tre ore di Rossini all’ora e dieci massimo che richiedeva il bando. Le prime idee mi sono venute subito, ascoltando l’opera di Rossini: pensando al personaggio di Don Magnifico, sul lastrico, che costringe la figlia a fare la serva, ho pensato che non sarebbe stato così improbabile che decidesse di trasformare il suo palazzo in un Grand Hotel. È stata l’intuizione di un momento, legata anche all’immaginario contemporaneo: al giorno d’oggi, tra Airbnb e altri, darsi al business dell’ospitalità è molto facile. Nella mia versione, quindi, Cenerentola è una cameriera ai piani e suo padre la sfrutta per far vivere le altre due figlie tra gli agi. L’incontro con il principe avviene in un corridoio e il Gran Ballo sarà al Salone delle delizie dell’hotel. Dopo l’immagine iniziale dell’hotel, ho iniziato a delineare le tematiche dell’opera: il viaggio, l’incontro, il melting pot…

LD: Come hai sviluppato l’idea del melting pot?

DM: Ho pensato che non avesse molto senso essere didascalici. Era qualcosa su cui volevo lavorare sin dall’inizio, da quando ho chiesto al teatro se fosse possibile avere un cast internazionale. Era possibile, e così in scena abbiamo un mix di molti paesi: Nicaragua, Giappone, Russia, Germania, Cina, Italia. Questa diversità è già sufficiente a raccontare nazionalità, paesi, culture. Accanto a un’estetica molto fiabesca, che evoca il sogno, appare così l’incontro culturale, direttamente dalle facce di chi è in scena. Trovo sia un’immagine molto forte.

(Foto Alessia Santambrogio)

LD: Quando hai avuto il tuo primo approccio con l’opera?

DM: Ho sempre amato l’opera, sin dai miei primi tempi a Milano, quando andavo da spettatore alle prove generali degli spettacoli della Scala, dove ho poi avuto l’opportunità di lavorare come assistente alla regia con Davide Livermore, per le sue produzioni “Tamerlano” di Händel e “Don Pasquale” di Donizetti. L’idea di portare il lavoro che solitamente si fa in prosa con il supporto della bellezza della musica mi intrigava moltissimo. Quando ho vinto questo bando non vedevo l’ora di entrare in sala prove, di verificare la forza della musica in scena, insieme ai cantanti. Ed è stato davvero uno spasso! Mi sono concentrato sui modi di costruire immagini con la musica, di legare toni di voce, pause, accenti ed elementi scenici.

LD: Come hai conciliato l’immaginario dell’opera con l’universo dei bambini?

DM: L’idea è che si creasse un’atmosfera fiabesca e sognante, che colpisse e trascinasse il pubblico, sia adulti sia bambini, e io ho capito di dover assecondare l’estetica rossiniana. “La Cenerentola” è un’opera estremamente evocativa, ho voluto accogliere interamente questo materiale. L’ho sempre trovata una musica visiva, che si ascolta con gli occhi. Ad esempio, ho cercato di far emergere dall’ascolto dei colori, che ricompaiono poi nell’allestimento. Quando poi ho dovuto scegliere le musiche da cantare insieme ai bambini durante il laboratorio, non ho esitato granché: ho pensato che da piccolo avrei sicuramente voluto cantare “Questo è il nodo avviluppato”! È stato un lavoro complesso, musicalmente parlando, ma lo trovo perfetto da cantare con i bambini.

(Foto Alessia Santambrogio)

LD: Un progetto del genere coinvolge una moltitudine di persone, dai cantanti ai drammaturghi, dallo staff educativo ai musicisti. Come si è sviluppato questo lavoro sinergico?

DM: Dalla prima intuizione dell’hotel, il lavoro si è sviluppato a cascata. In una prima fase io e i miei collaboratori, Davide Signorini, Nika Campisi e Martin Verdross, ci siamo chiesti come rendere questa ambientazione. Volevamo creare un allestimento snello e flessibile, che potesse essere adattato sui palcoscenici di dimensioni molto diverse che vedremo durante la tournée italiana, ma che al tempo stesso rendesse vari ambienti dell’hotel. Così abbiamo immaginato la cucina, la cantina e altre stanze, oltre a creare un gioco tra interno ed esterno, con l’ascensore come elemento di collegamento. C’è poi stato un lavoro molto approfondito con Opera Education, per sviluppare l’approccio educativo del progetto. La prima domanda che ci siamo posti è stata quale dimensione adottare per i bambini e chi sono i bambini rispetto alla scena: spettatori, partecipanti, curiosi… Abbiamo pensato di mettere i bambini nell’ottica di viaggiare attraverso le arie che cantano. Assumono così vari ruoli ed entrano come ospiti speciali dell’hotel, giocano a guardare la storia da punti di vista diversi.

(Foto Alessia Santambrogio)

LD: Qual è la stata la vostra più grande soddisfazione?

DM: È stato un vero e proprio lavoro di squadra, siamo riusciti a sintonizzarci molto bene, nonostante, ad esempio, non avessimo un coro e quindi cantanti e musicisti abbiano dovuto adattarsi a lavorare e coprirne le parti. Sono stati tutti molto disponibili, considerato che questa versione de “La Cenerentola” esce dai canoni rigidi dell’opera, benché lo sia, a tutti gli effetti. Una delle soddisfazioni più belle, parlando di sintonia e affiatamento con tutto il cast, è stato vedere una Clorinda cinese recitare in italiano i vari recitativi – che sono diventati dialoghi nello spettacolo – con una spontaneità totale, la stessa con cui ci salutavamo a fine prove. Abbiamo raggiunto una condivisione totale, una specie di magia: viaggiavamo tutti verso lo stesso obiettivo.

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