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Anch’io come tutti ho il mio tallone d’Achille, però sono i tendini

Articolo. #disabilità / Oggi vi racconto di quando ho smesso di camminare sulle punte per poi capire che con i talloni poggiati per terra potevo ancora avere il diritto di sognare

Lettura 5 min.

In verità non lo so quando sono diventata così. Cioè cinica e sarcastica, ma ad un certo punto ho sentito il bisogno di proteggermi.
Da bambina, la frase che mi sentivo ripetere più spesso era “Non correre che cadi”. Ma io me ne fregavo, scappavo e per non deluderli, finivo sull’asfalto dopo mezzo metro.

Mani e ginocchia sbucciate, lividi, tagli mi accompagnavano per settimane. Però non piangevo mai e odiavo quando succedeva ai miei cugini che ogni volta attaccavano una lagna, aspettando di essere rimessi in sesto dai genitori. Lo trovavo stupido, dall’alto dei miei cinque anni.

Posso dire che durante tutta la mia infanzia ho sviluppato una sorta di abitudine per cui il mio corpo sembrava aver imparato come cadere per attenuare i danni. E soprattutto ancora adesso, che continuo a cadere, devo alzarmi da sola, perché gli altri, più che aiutarmi, finiscono per aumentare il mio disagio.

Ho iniziato a parlare quando avevo otto mesi e a camminare che avevo più di due anni. Un prodigio nella scansione delle parole, forse per compensare il malfunzionamento di quella zona cerebrale che manda impulsi a intermittenza ai muscoli, trasformando anche i tragitti più brevi in pellegrinaggi a Medjugorje.

Una danza tremolante, è così che immagino funzionare la mia materia grigia. Non lo so con precisione cosa succede dentro la mia testa, non ho mai voluto saperlo. Per questo ho sempre evitato di cercare informazioni su Internet. Non volevo che mi condizionassero e non voglio che siano gli altri a dirmi cosa mi riserva il futuro. Perciò ho imparato le definizioni mediche, ho letto cartelle cliniche e i referti come dei mantra, senza mai pensare che quel linguaggio così debilitante potesse descrivermi davvero.

Le sirene non esistono

Cosa stiamo aspettando?! Dobbiamo operare il prima possibile”. Furono le parole che disse il medico che seguiva il mio caso a Reggio Calabria. Ogni visita di controllo equivaleva ad una vera e propria gita fuori porta. Interminabili viaggi di due ore e mezza, durante i quali mio zio voleva convincermi che in quel mare che si scorgeva ai lati della strada c’erano le sirene. E se non riuscivo a vederle era perché proprio in quel momento mi ero distratta, mi ero addormentata o non avevo aguzzato bene gli occhi.

Avevo sei anni ma intuii subito che da quel momento la mia vita sarebbe cambiata per sempre.

Correzione del piede equino”. Quattro parole restano sulla carta di quel calvario che si sarebbe materializzato nei mesi successivi. Quattro parole e due cicatrici dietro ai talloni, lunghe poco più di dieci centimetri.

Dieci centimetri è la misura del mio dolore, ma soprattutto del taglio che sarebbe servito ad allungare i miei tendini. Di quel periodo sulle punte ricordo che mi mancava la libertà di poter scorrazzare coi miei amici d’infanzia, sentire il mio passo leggero, così come mi sembrava guardando le loro gambe che si muovevano felici. Mentre io li osservavo uscire dall’aula, seduta sulla mia sediolina di legno provvista di braccioli e di un cuscino rosa, dolcemente ricamato a mano dalla mia maestra. Servivano per farmi stare più comoda e per evitare che l’assenza di sostegni laterali facilitasse il contatto ravvicinato col suolo.

Trieste, la Bora, le mozzarelle e altre fantastiche bugie

L’intervento si sarebbe svolto a Trieste, nell’ospedale pediatrico di cui il mio medico era primario. Perché era più sicuro, all’avanguardia e perché, si sa, gli ospedali del nord funzionano meglio.
Era ottobre e a Trieste era previsto l’arrivo della Bora. Quindi via con un armamento di canotte e vestiti pesanti.
Sarebbe stato anche il mio primo viaggio fuori dalla Calabria, a cui sarebbero seguiti il mio primo aereo, la mia prima anestesia e la mia prima ingessatura.

Ricordo ancora la sera prima della partenza. Andammo a salutare i parenti e io mentre aspettavo che i miei uscissero da casa di mia nonna, ho pianificato la mia ultima corsa. Un po’ imitando il protagonista del romanzo di Italo Svevo, Zeno e la sua “ultima sigaretta”. Per non farmi preoccupare, dissero che mi avrebbero addormentata e al termine dell’anestesia avrei potuto finalmente poggiare i piedi per terra. Quella promessa non mi rasserenava, sentivo che mentivano perché mi sembrava una spiegazione troppo frettolosa e priva di dettagli per una come me che già allora aveva sempre fame di delucidazioni.

Così dalla discesa sotto casa presi la rincorsa e iniziai a correre. Vedere le figure dei passanti allungarsi e diventare poco nitide, sentire il vento che mi soffiava sulla faccia era un atto di disobbedienza e di libertà, di una bambina a cui la vita stava già chiedendo di diventare grande.

A Trieste non c’era ancora la Bora e con il clima primaverile non mi mancavano solo dei vestiti leggeri ma anche andare a scuola. Per questo portavo sempre con me un quadernino su cui mi esercitavo scrivendo delle frasi.

Quando vennero a prendermi per l’intervento ricordo di aver avuto molta paura. Il camice verde, la frenesia dei medici e degli infermieri, una sensazione di freddo, mia madre che piangeva mentre entravo in sala operatoria e mio padre che mi teneva la mano. Mi fecero scegliere un pupazzetto da una scatola di giochi e in quel momento decisi di attuare il mio piano sovversivo: avrei resistito all’anestesia e non mi sarei addormentata. E poi ancora l’ago che entra nella canula, la coscienza che si affievolisce, i ricordi che svaniscono e si tingono inesorabilmente di bianco. Insomma non ho resistito all’anestesia

Bianco fu anche il mio risveglio, il soffitto della stanza del post-operatorio, il camice dell’infermiere a cui dissi che le ingessature che mi avvolgevano le gambe fino all’inguine mi facevano troppo male.

Il cibo era pessimo e non solo perché mi trovavo in un ospedale. Mi rifiutavo di mangiare qualsiasi cosa che avesse il sapore di niente. Così la caposala venne ad annunciarmi che mi avrebbero portato delle mozzarelle. Ne addentai una e scoprii il sapore acidulo. Subito mi si avvicinò ridendo il padre di una bambina siciliana nella stanza con me, che, notando la mia faccia contrariata, mi disse ridendo: “pensavi che queste sono come quelle che mangi in Calabria? Queste sono di bufala”.

I giorni seguenti furono difficili, soprattutto perché ogni volta che qualcuno si avvicinava per farmi una flebo avevo il terrore che mi addormentassero di nuovo. Quindi, anche se mi sentivo morire di stanchezza, resistere al sonno era l’unica parvenza di controllo che mi era rimasta.
Ero in seconda elementare e avevo già imparato che non esistono le bugie a fin di bene e che se il paradiso ha un colore, sicuramente non è il bianco.

Quello che resta

Del ritorno a casa ricordo una valanga d’amore. Una festa a sorpresa organizzata dalla mia classe, con uno scatolone pieno di regali e la voglia di tornare presto sui banchi.

Ma il momento più traumatico di tutto quel periodo fu quando con la sostituzione delle ingessature con altre che mi avrebbero consentito di camminare, rividi nuovamente le mie gambe. Mi misi a urlare per quanto erano magre ma urlai anche di rabbia, perché ero sdraiata a pancia in giù su un lettino e in quella posizione non riuscivo vedere ciò che stava succedendo. Forse fu quello l’unico momento in cui mi sentii davvero persa.

Mi sono sempre chiesta quale fosse la ragione della mia proverbiale insicurezza, del perché ho bisogno di analizzare meticolosamente ogni causa e mi rendo conto che le parole sono sempre state la mia cura, il sedativo per la mia anima.

A volte immagino di aprire le mie cicatrici per poterci guardare dentro. Una sorta di esorcismo, nel quale non ci sono sangue, muscoli o articolazioni ma il monito scritto ancora a mano, che anticipa ogni percezione di senso: sei più forte di qualsiasi dolore.

Della riabilitazione, dei massaggi estenuanti per cicatrizzare le ferite, degli intorpidimenti, dei crampi, della frustrazione di quei giorni, resta un unico, inequivocabile verdetto: “L’intervento è perfettamente riuscito”.

(illustrazioni di HappyAprilBoy)

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