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Cosa significa essere freelance durante un’epidemia

Articolo. La condizione intrinseca e senza tempo di un “libero” professionista a partita Iva è esattamente quella che ognuno di noi sta sperimentando sulla propria pelle oggi, a causa dell’epidemia: l’incertezza

Lettura 4 min.

L’altra sera facevo zapping alla tv. Seppur in uno stato di assopita semi-coscienza, ricordo soprattutto un terribile bombardamento di pubblicità motivazionali cucite sul presente. Tra uno zap e l’altro il pollice si è fermato sul primo “Jurassic Park”. Passava la scena in cui tutta l’allegra combriccola visita per la prima volta il laboratorio e apprende come tutto sia stato possibile: la zanzara, il DNA, il rospo, eccetera. Il gruppo scopre poi che gli esemplari lasciati liberi nel parco non possono riprodursi in autonomia poiché l’intervento sui cromosomi permette agli scienziati di definirne il sesso: nel Jurassic Park i dinosauri sono tutte femmine, apparentemente non v’è rischio di riproduzione incontrollata, e quindi di degenerazione del sistema. Il matematico Ian Malcolm (Jeff Goldblum) si rivolge a John Hammond (Richard Attenborough), il padrone del parco, in questi termini:

Il controllo che state facendo non è possibile... Se c’è una cosa che la storia dell’evoluzione ci ha insegnato è che la vita non ti permette di ostacolarla, la vita si libera, espande i suoi territori, abbatte tutte le barriere, dolorosamente magari pericolosamente, ma... Dico semplicemente che la vita vince sempre”.

Nella versione originale, Ian Malcolm dice un più evocativo life finds a way. In quel limbo semi-onirico in cui mi trovavo, per uno strano meccanismo di libera associazione, la parola vita veniva sostituita dalla parola lavoro , e un senso di ottimismo mi pervadeva, una specie di crisi iperglicemica indotta dalla quantità di zuccheri somministrati dal martellante marketing di cui sopra. Era come se qualcuno mi parlasse, una voce senza corpo, con la pronuncia di Urbano Cairo, ma non posso dirlo con certezza. Diceva:

Ma certo, un modo si troverà, si chiude una porta ma si apre un portone, ti sembrerà di non sapere come ma succederà, tutto si risolverà, non preoccuparti caro amico, non preoccupatevi voi, cari freelance a partita Iva , cari lavoratori della cultura, dello spettacolo, dell’arte e dell’ingegno, sarà solo un brutto ricordo questo presente scosso dall’epidemia, dove potreste aver perso un lavoro in cui, pur di avere l’illusione della stabilità, accettavate di comportarvi da dipendenti, naturalmente senza uno straccio di tutela; certo ci sono perdite di commesse, sospensioni, contratti annullati, ricontrattazioni sulla scorta del “c’è sempre qualcuno che può farmelo a un prezzo più basso” o del “ce n’è sempre un altro che aspetta fuori dalla porta”. Insomma, cari freelance, non fate caso ai ritornelli del vecchio tormentone È il libero mercato baby, you’d better get use to it. Non è il canto del cigno!

Vi hanno detto Le tutele sul lavoro sono un forma mentis o Tanto hai i 600 euro del governo , ma sarà solo un brutto ricordo. Ebbene, dovete pensare che il futuro è lì ad aspettare chi se lo va a prendere, te lo devi magnà come dicono i miei amici romani, convincervi che il presente è solo un momento di crisi, che per definizione è temporanea, e che tutto si risolverà, un modo si troverà . Hai sentito Jeff Goldblum? Le barriere si abbattono, nulla sarà più come prima, non sarete costretti a trovarvi di nuovo in casa – quando tutti torneranno sul posto di lavoro, lì dove l’hanno lasciato, se ancora ce l’hanno – in casa, dicevo, piegati sui computer a distribuire curriculum, lettere di presentazione, proposte, mail che non troveranno risposta, o a rimbalzare da un posto all’altro per stringere quante più mani possibili, fino a consumarvele, nella speranza di conoscere qualcuno che conosca qualcuno che possa farvi lavorare (perché funziona soprattutto così, vero?); o qualcuno che almeno possa raccomandarvi per un progetto, per qualsiasi attività che vi aiuti a sfangare il mese e finalmente aggiungere un pezzo a quel puzzle disordinato e perennemente in assemblaggio che è il vostro stipendio, quel maledetto Frankenstein, ascesso gotico-neoliberista. Non preoccuparti, non preoccupatevi: passerà tutto, la storia è con voi, la vita si libera, il lavoro vince sempre, tutto troverà un modo per essere , per rinascere”.

Poi mi ha svegliato il volume esageratamente alto della pubblicità. Mi sono alzato dal divano, ho legato il guinzaglio al cane e sono uscito. L’aria era fresca e immobile e il silenzio tale al punto che si sentiva il fiume Brembo scorrere in lontananza. Gli angoli più scuri dei giardini erano illuminati dal chiarore della luna. Ho ripensato alle parole di un amico, diceva: “Perlomeno con questa emergenza molte situazioni orrende ma implicite sono costrette a strisciare all’aria aperta”. Vero.

Rientrato in casa, mi sono seduto al pc e ho aperto il file dell’articolo in produzione. La consegna, semplice e complicatissima, aveva anche questa suggestione: “difficoltà e vantaggi rispetto un dipendente”. Per aiutarmi a razionalizzare avevo diviso una parte del foglio in due colonne. Nello spazio dei vantaggi non ero riuscito a scrivere altro che questo: “gestione autonoma del tempo”. Forse a causa della fatica, che immagino attanagli un po’ tutti quanti, nel dare una prospettiva alla sospensione del tempo, della vita, del lavoro; come una specie di spleen che perturba ogni aspetto della quotidianità, perfino l’esercizio di semplici abitudini come la scrittura, la lettura, la visione di un film, l’ascolto di un disco, il lavoro, l’interazione col vicino.

Forse la realtà è troppo ingombrante ora, e provare a raccontarsi standoci dentro è più complicato del previsto. Non vi sembra sia già terribilmente difficile anche solo rispondere alla più naturale delle domande – come stai? – senza ricorrere all’automatismo, a risposte laconiche, preincartate? O quanto sia complicato gettare lo sguardo in avanti e sforzarsi di comporre un’immagine qualsiasi del futuro? C’è un senso di straniamento, come quando si ripete una parola, ancora e ancora, e piano piano quella perde di significato, finché non la si riconosce più. Poi tutto torna ad avere senso, se per un po’ te ne dimentichi e sciogli il nodo che ti si è formato nella mente.

Ho chiuso il file dell’articolo con una sensazione di ritrovato pessimismo, come nell’epilogo de “La classe operaia va in Paradiso”, dove neanche nel mondo dei sogni la riscossa è una riscossa – in tv passava anche quel film. E le parole di Jeff Goldblum continuavano a riecheggiare:

...La vita non ti permette di ostacolarla, la vita si libera, espande i suoi territori, abbatte tutte le barriere, dolorosamente magari pericolosamente, ma... Dico semplicemente che la vita vince sempre”.

E in uno stato di ritrovata lucidità, per uno strano meccanismo di libera associazione, la parola vita veniva sostituita dalla parola capitalismo. E l’eco del mantra ne usciremo migliorati, con un sistema più consapevole, più sostenibile, tutelare, sociale, umano si allontanava nel nulla, così com’era arrivato, come il grido di un’ambulanza. Gli angoli dei giardini tornavano scuri, torbidi. Sembrava restare spazio solo per la sensazione amara che quando tutto sarà finito, nulla sarà finito, ma solo ricominciato, come in una rivoluzione, un eterno ritorno in cui tutto sarà cambiato perché nulla cambiasse davvero. E riprenderemo a vivere alla giornata, a navigare a vista con l’orizzonte di qualche mese o poco più. Riprenderemo a non riuscire a immaginare un futuro. Proprio come oggi.

(Illustrazioni di Orla)

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