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Dialogo sulla fraternità con Alessandra Sardoni, “secchiona solidale”

Intervista. Industria, economia, politica e fraternità. La giornalista di La7 ne parlerà a Bergamo Festival il 2 luglio, intervistando Innocenzo Cipolletta, Carlo Cottarelli e Paola De Micheli in dialogo con il Vescovo Francesco Beschi. Ne abbiamo approfittato per ribaltare la situazione e farle noi qualche domanda

Lettura 4 min.
Alessandra Sardoni ospite a Piazzapulita a La7

Alessandra Sardoni modererà “Il Terzo Paradigma - La fraternità come criterio di un nuovo modello sociale?”, incontro di Bergamo Festival in programma il 2 luglio ad Astino, in cui Innocenzo Cipolletta, Carlo Cottarelli e Paola De Micheli dialogheranno con Monsignor Francesco Beschi, Vescovo di Bergamo.

L’enciclica “Fratelli tutti” di Papa Francesco mette al centro il tema della fratellanza e formula la necessaria comparsa di una società più solidale e non antagonistica, anche nelle sue strutture economiche. La giornalista di La7 avrà il compito di mettere al confronto sull’argomento persone direttamente legate al mondo della politica, dell’economia, dell’industria.

Cronista parlamentare dal 1994, Sardoni è ora una degli inviati di punta del telegiornale di La7, dove conduce anche il programma di informazione Omnibus. È una dei protagonisti indiscussi delle “maratone”, le interminabili dirette del direttore Enrico Mentana in occasione di elezioni o crisi politiche, durante le quali, come inviata, racconta gli ingranaggi politici, le indiscrezioni e le regole del gioco. Una competenza raggiunta in anni di gavetta e studio, da “secchiona solidale”, come si definisce.

Alessandra Sardoni conduce Omnibus su La7

MM: La fraternità è un tema inconsueto, almeno per chi come lei si occupa di politica e cronaca parlamentare. Oppure in qualche modo riesce a farsene ispirare?

AS: È un tema attuale, in realtà. Riflettere sulla fraternità intesa come amore per il prossimo dovrebbe ispirarci nella vita civile e sociale. A dispetto della lezione della pandemia, credo che non siamo diventato migliori né più solidali. Pensiamo ai vaccini, sempre visti come un atto individuale e non collettivo. Sia nella fase iniziale, con i “furbetti saltafila” che non volevano aspettare il loro turno, sia adesso che mancano all’appello 3 milioni di over 60. Si vede che molti non ritengono un dovere sociale vaccinarsi. È un esempio forse banale, ma per me indicativo di fratellanza.

MM: Lei è una delle poche giornaliste che credo sia elogiata bipartisan, apprezzata per chiarezza e competenza. È difficile metterci sempre la faccia? Ci sono critiche che la feriscono?

AS: Ci sono critiche che tendono a colpire per l’aspetto fisico e mi feriscono, ma non importa: succede a tutti quanti vanno in tv. Mi dispiace quando la mia posizione non viene per niente capita e se ipotizzano una mia malafede. Mi piace che mi venga riconosciuto di essere chiara, lo considero un dovere. Faccio un lavoro bellissimo e, stando in tv, metto in conto sia chi mi critica sia chi mi mette su un piedistallo. Sono una contrattualista: se fai questo lavoro sai che nelle regole di ingaggio ci sono vantaggi e svantaggi.

MM: È più maschilista il mondo del giornalismo o della politica?

AS: Quello della politica, perché la selezione delle donne è affidata agli uomini.

MM: Com’è cambiato il mondo della politica da quando lo segue, è diventato più superficiale?

AS: In parte sì, perché i politici hanno ora grande facilità nell’esternare le proprie opinioni, attraverso i social, il web e tremila trasmissioni. C’è annacquamento e superficialità.

MM: Come cavare contenuti interessanti da politici, quindi?

AS: Attiene alla nostra capacità professionale. Non sempre ci riusciamo, ma va cercata la notizia. Bisogna cercarla, approfondirla o dare argomenti contrari. Un approccio sui contenuti.

MM: Difficile se l’interlocutore non vuole prendersi le sue responsabilità. Quanto ha scritto nel suo libro “Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza” (Rizzoli 2017) è ancora attuale?

AS: Quando oltre agli onori ci sono gli oneri c’è uno scarico di responsabilità, lo abbiamo visto anche di recente nella gestione della pandemia. Il libro è costruito su tante storie diverse che raccontavano altrettante modalità di fuga dalle responsabilità. Dalla delega, al consociativismo, al capro espiatorio, come accaduto con Elsa Fornero. Di pari passo alla personalizzazione della politica dovrebbe esserci l’assunzione di responsabilità, ma non è così.

MM: È più complicato prepararsi per condurre Omnibus al mattino o fare l’inviata degli speciali di La7 con Mentana?

AS: È esattamente lo stesso lavoro. Omnibus è un approfondimento su fatti già avvenuti, ma è comunque una diretta. In ogni caso ci si prepara prima con un background di cose da dire, per spiegare la cornice e capire cosa sta cambiando.

MM: Lei ha detto che, in un format come quello delle maratone di Mentana, ognuno dei partecipanti è una maschera. Qual è la sua?

AS: Quella della secchiona.

MM: Lo era anche a scuola?

AS: Sicuramente studiavo, ma non ero di quelli che sapevano il latino meglio del professore. Ero solidale, di quelle che passano i compiti.

Il direttore del telegiornale di La7 Enrico Mentana
(Foto INFOPHOTORAVAGLI)

MM: Liceo classico e poi all’università Filosofia del linguaggio. Cosa si porta in televisione dei suoi studi?

AS: Un metodo e l’idea di sapere sempre molto poco. Credo che gli studi classici insegnino soprattutto il senso del limite.

MM: Qual è l’ospite che vorrebbe avere in trasmissione? L’intervista impossibile che vorrebbe fare?

AS: Adesso Mario Draghi, visto che ancora non ha fatto interviste televisive.

MM: Qual è il segreto per finire a tardissima sera una diretta da Montecitorio ed essere poi di primo mattino al timone di una trasmissione?

AS: Per fortuna esiste l’adrenalina. Sicuramente ho una grande passione: voglio capire fino in fondo cosa sta succedendo ed essere la prima a sapere come vanno le cose, soprattutto negli eventi come le maratone. Adrenalina e curiosità sono le mie molle.

MM: Qual è la paura più grande durante una diretta?

AS: Quella di dire stupidaggini e che mi abbandoni la voce. Mi capita di avere momenti di raucedine in cui la voce trema e sembra che stia soffocando.

Una delle pagine Facebook dedicate ad Alessandra Sardoni

MM: Sa che è diventata una giornalista di culto in rete? Ha un fan club, pagine dedicate. Come gestisce il rapporto con la popolarità?

AS: Penso che vada gestito non credendoci troppo. Le pagine sui social mi divertono, sono manifestazioni affettuose. Si può ridere di sé stessi, ma bisogna sempre stare attenti alla tv, che è una sirena potente e un vettore di narcisismo. Tutte ne siamo sensibili, ma dobbiamo con convinzione evitare di essere narcisisti.

MM: Il dovere della chiarezza, di offrire contenuti di spessore, di essere preparata, di non coltivare il narcisismo. Possiamo leggere anche questo suo modo di intendere la professione come una forma di attenzione al prossimo?

AS: Ho forte l’idea che le cose dovrebbero essere in un certo modo. È un richiamo che faccio anche e soprattutto a me stessa.

Sito Bergamo Festival

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