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Don Alessandro Deho’, “abbiamo bisogno di persone che sanno morire”

Intervista. “Sono prete dal 2006. La Parola di Dio è mia compagna di viaggio, la leggo e la condivido da innamorato. Da un po’ di tempo vivo in Lunigiana, in una casa in un bosco, vicino a un eremo. Prego, cammino, accolgo, ascolto, celebro, vivo. Scrivo”. Con lui abbiamo fatto alcune riflessioni in prossimità della Pasqua

Lettura 8 min.
Ferro SP, Alberto Burri, 1961 Roma, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea

Quelle fra virgolette nel sottotitolo sono le parole che si trovano sul sito di don Alessandro Deho’, il sacerdote che nel 2019 ha deciso di lasciare la comunità di Arcene per andare a vivere nella località Crocetta, in Lunigiana. Una sorta di eremitaggio nel quale don Alessandro porta avanti la sua visione di Cristianesimo, il suo “semplicemente vivere” (come diceva Adriana Zarri) fra lavoro nell’orto, preghiera, ascolto, scrittura (ha pubblicato alcuni libri e scrive regolarmente articoli sul suo sito) e lettura.

A lui in questa Pasqua abbiamo mandato via mail alcune domande, spunti di riflessione legati a parole come fede, perdono, tradimento, fratellanza e resurrezione. Di fondo una domanda: che cosa è oggi la fede cristiana, soprattutto per i più giovani?

Don Alessandro Deho’

LB: Dalla tv ai videogame, passando per i social e gli altri media che si rivolgono ai giovani, adolescenti in primis, sembra che i messaggi che vengono trasmessi (soldi, successo, violenza, discriminazione etc.) siano lontani dal messaggio cristiano. Lei che ne pensa? E quali parole usa per parlare di Dio?

AD: Soldi, successo, violenza e discriminazione… Non vedo niente di nuovo, francamente non mi stupisce. Quella che mi hai descritto è la linfa che nutre ogni sistema di potere, l’impressione è che i giovani e gli adolescenti siano più sinceri, da adulti quegli stessi valori non cambiano, spesso peggiorano, solo che per furbizia li nascondiamo. Non si migliora diventando adulti, ci si fa più furbi. Quando intendo “sistema di potere” intendo tutti i sistemi di potere, anche quelli che pensano di difendere quello che voi nella domanda definite “messaggio valoriale cristiano”. Soldi, successo, violenza e discriminazione… le sembrano così lontane anche dal mondo Chiesa? I giovani non sono stupidi.

LB: Certo, i giovani non sono stupidi, ma forse qualcosa manca…

AD: L’unica salvezza è una critica radicale a ogni tipo di sistema, servono parole profetiche pronunciate da veri profeti. E i veri profeti pagano di persona l’esclusione dal sistema che denunciano. Gesù non era un veicolo di valori buoni per la chiesa del suo tempo ma un profeta che ha pagato con la vita l’adesione totale alla verità, un profeta che ha rinunciato davvero e non per facciata a soldi, successo, violenza e discriminazione... i giovani devono stare attenti ai falsi profeti, a chi è seduttivo.

LB: A tal proposito le chiedo di rispondere a questa e alle prossime domande come se dovesse parlare a un giovane: che cosa è oggi la fede?

AD: Comprendere che siamo in Esodo e che l’Esodo finirà solo con la nostra Pasqua che sarà lo smettere di morire per, finalmente, nascere. Avere fede in tempo di Esodo significa imparare che la libertà dal faraone è poca cosa, bisogna liberarsi dalla paura che ci portiamo dentro, quella che l’avventura umana sia una grande drammatica truffa che finisce sempre in morte. Avere fede in Esodo è comprendere che siamo in cammino con un popolo per comprendere che la vera libertà è scoprirci capaci di cura e bisognosi d’amore perché nel deserto si sopravvive solo avendo fede nell’altro, in colui che cammina al mio fianco. Avere fede in Esodo è comprendere che siamo solo un seme in attesa di frutto, che se il seme non muore rimane solo e sterile e marcisce. Siamo in cammino verso una Terra Promessa. Senza la promessa della terra la vita che viviamo sarebbe privata del suo senso. Perché amare e soffrire, mettere al mondo figli se il destino è quello di annullarsi nella morte? A cosa servirebbe tutto questo spreco d’amore? E le lacrime? Siamo gente in cammino, nomadi, pellegrini, viandanti.

(Foto Aaron Burden)

LB: Gesù disse: “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati” (Marco 11,25). Che significato hanno oggi queste parole? Che cosa è il perdono? E a cosa serve?

AD: Sento il perdono come un atto di grande liberazione. Un atto coraggioso verso sé stessi. È il non voler essere risucchiati dal risentimento. Non me la sento però di parlare di “perdono” in generale, penso a Gesù in croce, quando perdona i suoi carnefici, solo lui può perdonare, solo la vittima può perdonare e quindi mi dà fastidio quando qualcuno, preti compresi, insistono sul dovere generico di perdono. Il perdono è un miracolo, è un atto di resistenza, è il tentativo di non vivere il resto dei propri giorni nel rancore e nella sete di vendetta. La domanda vera è se noi siamo intimi a noi stessi, se conosciamo il nostro cuore e se, soprattutto, manteniamo memoria di quando siamo stati perdonati. Se ci pensiamo bene l’atto del perdono è stato un atto di fede nei nostri confronti, una resurrezione, un atto di fiducia di un fratello che ci ha riabilitato alla vita. Avere fede in un’idea astratta di Dio non è difficile, il Vangelo viene a chiedere all’uomo di aver fede nell’uomo come il Padre ha fede nei suoi figli. Il perdono è un atto di fede nell’uomo nei confronti dell’uomo.

LB: Gesù finisce in croce anche a causa del tradimento di Giuda Iscariota. Si legge nel Vangelo di Giovanni: “colui che mangia il mio pane, ha levato contro di me il suo calcagno” (Giovanni 13,18). Che valore ha il tradimento nel presente?

AD: C’è un solo tradimento che mi preoccupa, quello verso se stessi. Che nella vita si infrangano promesse o non si trovi il coraggio di rimanere fedeli o per mille motivi si venga meno a un patto lo credo inevitabile purtroppo. C’è però un tradimento verso sé stessi che è più subdolo e che ci è scippato, nel campo della fede, da un malinteso rispetto all’obbedienza. Un giorno un gesuita guardandomi negli occhi mi disse “vuoi smetterla di impegnare tutte le tue forze per tentare di essere un bravo prete? Inizia invece a chiederti cosa desideri davvero”. Essere fedeli al desiderio profondo che abita il proprio cuore. Sai che a volte per essere fedeli a quel desiderio bisogna tradire le aspettative, i giudizi, le morali? Per non tradirsi bisogna perdere la faccia.

LB: La fratellanza universale è uno dei temi centrali dell’ultima enciclica di papa Francesco, “Fratelli Tutti”. Nei vangeli di Marco, Matteo e Luca viene specificato che fratellanza non è quella famigliare o tribale. Ma è un sentimento interumano che coinvolge l’Altro, sia esso vicino a noi, o distante. Gli amici come gli immigrati dall’altra parte del mare.

AD: Parto dalla fine della tua domanda… gli immigrati. Sai, anche qui, sono stanco di sentir parlare per “categorie”, mi sembra un modo logoro per non dire la verità, che a tutti fa comodo tenere aperto il problema e non risolverlo mai. Immigrati, giovani, preti, omosessuali, disoccupati… sempre categorie, ed è chiaro che le cose reggono fino a quando tutto rimane una categoria. E la politica può continuare a polarizzarsi. Da una parte il sacrosanto diritto alla multicultura, all’accoglienza, alla prossimità con le minoranze. Dall’altra parte il legittimo diritto all’identità, alla sicurezza… insomma io sono stanco, è un gioco molto politico che non mi interessa più. Mi interessano i volti delle persone che incontro che sono tutti immigrati nel mio mondo. A volte li accolgo e a volte li respingo. A volte posso essere per loro porto sicuro altre volte sono così stanco che è meglio che stiano alla larga. Credo insomma nell’incontro personale, nella compromissione in prima persona, il Vangelo mi pare chieda questo, di certo non dovrebbe essere mai usato per fini politici, e parlo alle destre come alle sinistre, questa è la vera blasfemia, usare il Vangelo per legittimare la propria posizione.

(Foto Bruno van der Kraan)

LB: “Mi interessano i volti delle persone che incontro che sono tutti immigrati nel mio mondo”. Quindi cosa è per lei la fraternità?

AD: Sai invece cosa interessa molto a me rispetto al tema della fraternità? Il coraggio scandaloso del Vangelo che mi dice non solo che sono fratello dell’immigrato ma anche del mercante di schiavi. Del mafioso che si arricchisce. Del politico della parte avversaria che odio con tutto me stesso. Fratello della vittima ma anche del carnefice. Amare i propri nemici. Lo scandalo è riconoscere che sono fratello cioè costituito della stessa pasta di chi con troppa facilità condanno. Significa avere il coraggio di esporsi ad un discorso sul Male. Avere il coraggio di riconoscersi abisso di luce ma anche di buio. Ecco, a mio avviso al cristianesimo di oggi manca il coraggio delle grandi domande. Del confronto sui grandi temi, è tutto un noioso ripetersi di opinioni contrapposte e mai veramente dialoganti.

LB: E poi c’è la risurrezione. Scrive San Paolo ai Corinzi: “Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede…” (1 Cor 15,14). È il centro della fede cristiana…

AD: La resurrezione non si può spiegare. Io parlo spesso di tre sguardi che mi hanno cambiato la vita. Il primo lo incrocio una notte, ero infermiere ai Riuniti, reparto Ematologia, suona il campanello è la stanza di una nonna che, guarita dalla leucemia, doveva essere dimessa il giorno successivo, doveva andare a conoscere il nipotino appena nato, la trovo piegata sul lavandino in un lago di sangue, mi guarda, è cosciente e terrorizzata, capisce che sta morendo e mi chiede “cosa sta succedendo?”, sviene. La raccolgo e la porto nel suo letto. Muore così. Il secondo sguardo è quello di un amico che mi ha cambiato la vita, era un prete somasco l’ultima volta che ho incrociato il suo sguardo era da dietro un vetro d’ospedale, il giorno prima che morisse, sfigurato, anche lui di leucemia, aveva poco più di trent’anni. Il terzo sguardo è quello di mio padre, marzo 2020, da sotto il casco vedo due occhi che non dimenticherò mai più, pochi giorni dopo sarebbe morto di Covid. Io in questi tre sguardi ho sperimentato l’impotenza totale. Non potevo nulla come infermiere, nulla come amico, nulla come figlio. Solo pochi gesti di cura, il tenere per mano. Se avessi fede solo nel quasi niente che rappresentavo in quel momento io preferirei morire, ero un uomo travolto dalla morte, impotente e sconfitto. Credere nella resurrezione è pregare ogni giorno per credere che quei gesti che in quei momenti ho messo in atto erano simbolici, cioè che nel mio esserci io sono stato strumento dell’abbraccio del Risorto. Che io ho assistito al dramma di tre chicchi di grano che perdevano la loro forma ma per nascere definitivamente. Resurrezione è credere che ogni segno d’amore è simbolo dell’Amore che incontreremo pienamente quando la parete del chicco che siamo si schiuderà. Siamo in Esodo, possiamo solo qualche gesto che balbetti, che anticipi la Terra Promessa.

LB: Le ho chiesto della fede, del perdono, del tradimento, della risurrezione e della fratellanza. Ma quali sono le parole di cui hanno bisogno i giovani oggi? Speranza? Protezione?

AD: Ho già accennato nelle risposte precedenti, credo che i giovani (e gli adulti) abbiano bisogno di parole profetiche dette da persone capaci di testimoniare la transitorietà della vita. Gente innamorata dell’uomo e capace di parole poetiche, evocative, sacramentali, simboliche. Capaci di descrivere in modo così profondo il visibile da mostrare che l’essenza qui e ora è narrazione visibile di ciò che sarà. Il profeta in fondo è colui che ricorda al Sistema che non ha bisogno di palazzi e di potere ma di tende e di coraggio. Abbiamo bisogno di persone che sanno morire. Non si impara a morire l’ultimo giorno della nostra vita, si impara tutti i giorni lasciando andare e mostrando di non essere indispensabili. I giovani hanno bisogno di vecchi con il coraggio di lasciarsi andare, di consegnarsi all’abbraccio del Padre. Non sono i giovani a non avere fede, sono i vecchi che non sanno morire, creare vuoto, affidarsi.

(Foto Alex Rodriguez)

LB: Per concludere, che cosa può dare loro questa Pasqua?

AD: Io non vedo i giovani, quando ero un giovane prete ho costruito dei modelli parrocchiali perfetti per i miei giovani… per fortuna quei modelli sono crollati, son stati fatti crollare, così mi sono svegliato e ho smesso di credere di vedere i giovani, ho iniziato a guardare le persone una alla volta. Mi piacerebbe dire loro di cercare sguardi liberi e profetici, occhi che sappiano riconoscere la loro singolarità, perché Cristo, il Risorto, il Vivente qui ci chiama per nome, con il nostro nome, quello che solo lui può svelarci. Cercate le persone che sanno essere riflesso di quella paternità che ci lascia liberi di essere fedeli al desiderio di vita profondo e unico che abita ognuno.

Sito Don Alessandro Deho’

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