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Forse non riuscire a stare in piedi è solo un altro modo di danzare

Articolo. La deambulazione diventa difficile, l’equilibrio è un vago ricordo, la coordinazione scompare. E ti ritrovi a dove reimparare a reggerti sulle gambe. Allora cominci a pensare che, magari, stai danzando. Il racconto della mia vita nelle ultime settimane

Lettura 6 min.

Non so se vi è mai capitato di avere le gambe bloccate. Nel senso che ti alzi un mattino, provi a muoverle, e senti fitte talmente forti che è difficile – per non dire impossibile – fare qualsiasi movimento. A me è capitato il primo sabato di gennaio: già il giorno prima, al lavoro, avevo avuto qualche avvisaglia ma non ci avevo fatto caso più di tanto. Non sono mai stato uno sportivo (ho appeso la racchetta al chiodo quando avevo 13 anni, gli scarpini ancor prima). Lavorare 8-9 ore davanti ad un pc non è certamente ideale per il proprio fisico (schiena e gambe in primis). Una certa pinguedine nel camminare ciabattando ce l’ho da un bel po’ di anni, tanto che mi si sente arrivare.

Aggiungiamo che ho imparato ad andare in bicicletta autonomamente a undici anni perché non riuscivo a mantenere l’equilibrio. E che l’estate scorsa ho compiuto una delle più rovinose cadute che si ricordino in una delle piazze centrali di Assisi e altre cadute in questi mesi le ho avute nel parcheggio (tipo sacco vuoto, per cedimento della gamba destra), in bagno (vedersi avvicinare le sagomature del calorifero ma per fortuna riuscire a fermarsi prima, quando si dice mettere le mani avanti) e non da ultima la caduta tragicomica in salotto, tentando di aggrapparmi alla libreria, o meglio ai libri, che ovviamente sono caduti insieme a me.

Insomma qualcosa c’era, bastava collegare i fatti. Se poi associamo a questi mesi i miei ormai storici acufeni e la doppia lesione alla materia bianca del cervello (in gergo tecnico leucoencefalopatia) il calcolo è presto fatto: le gambe non mi facevano male a caso, il dolore di quel sabato di gennaio – che poi iniziò ad attenuarsi la domenica e a scomparire il lunedì lasciandomi una piacevole sorpresa, che fra poco vi racconto – il dolore, dicevo, non era casuale. Era sempre lui, il mio cervello malandato, che si faceva sentire.

La sorpresa era che avevo perso anche la capacità di camminare ad un ritmo sostenuto. Di muovere le dita dei piedi (in soldoni: non riuscivo più a saltare e a state sulle punte, addio danza classica). Non avevo più l’equilibrio (trasformandomi di punto in bianco in una specie di ubriaco perenne). E la coordinazione se n’era andata come quando lei esce a comprare le sigarette e non torna più.

(Che poi, fra le altre cose, perdere la coordinazione significa non riuscire più a scrivere al pc senza fare una marea di errori. Vi risparmio l’esempio della persona che perde la coordinazione; vi dico solo che da quel giorno quando il mio cervello ordinava alle mie dita di scrivere il mio nome, magari in fondo a una mail, il miglior risultato (tre su quattro) era Luxa, non più Luca)

Dunque neurologa, risonanza magnetica (uno dei posti migliori per pensare, a detta del sottoscritto), esito: le mie due fenditure si sono allargate e infiammate. Nuova cura, pastiglie, gocce, fisioterapia e due visite all’Istituto Neurologico “Carlo Besta” di Milano, a detta di tutti il meglio del meglio almeno qui nel Nord Italia. Ad oggi sto aspettando dal Besta una convocazione per una settimana di esami di approfondimento della mia condizione. Intanto però dovevo, anzi devo, vivere.

Qui però non vi voglio parlare di come la reazione farmacologica per ora, fortunatamente, abbia funzionato. Qui vi voglio raccontare di come ho fatto i conti con questa cosa delle gambe, che rende la vita molto difficile (e il proprio umore molto nero), facendoti sentire una specie di invalido da un giorno all’altro.

È successo tutto durante la prima seduta di fisioterapia. Giulia, la mia fisioterapista, mi ha chiesto di alzare il braccio sinistro nel vuoto, in linea con la mia spalla, allungando le dita e chiudendo gli occhi. Ora, non so se vi è mai capitato di farlo. Probabilmente no, se nella nostra vita non praticate la danza contemporanea o il teatro-danza che dir si voglia. Tuttavia questo piccolo gesto ha un valore inestimabile.

Sarà che il mio corpo si è ribellato a me, sarà che quando una parte del corpo fa molto male si tende ad “allontanarsi” da essa (anche voi vorreste staccarvi la testa quando avete l’emicrania o la cefalea?), sta di fatto che quel gesto – lo ripeto: alzare il braccio sinistro nel vuoto, in linea con la mia spalla, allungando le dita e chiudendo gli occhi – la prima volta è stato bellissimo. E anche la seconda, a casa. E la terza, e così via.

Non ha nulla a che fare con lo yoga o la mindfulness, stavo facendo fisioterapia. So che in sé alzare un braccio è un’azione banale, ma provate a farla: scoprirete la densità commuovente del vostro corpo, di voi, nello spazio. Sentirete la vostra presenza nell’aria, il vostro semplice ma inevitabile esserci. Se poi con il vostro corpo avete qualche problema, quello è un gesto che per qualche secondo vi fa riconciliare con esso. Ed è una riflessione emotiva, immediata e spiazzante sull’importanza dello spazio e del nostro esistere.

Come lo è sedersi e alzarsi; girare la testa a sinistra, destra, sopra e sotto; o alzare un bastone con due mani o spostarlo dinanzi a sé. Insomma, gli esercizi che abitualmente si fanno in una fisioterapia, che in qualche modo però sembra filosofia. Questi esercizi sono stancanti ma rilassanti. E per quanto mi riguarda sono diventati da subito la percezione che muovendomi, in palestra o a casa, per quanto il mio corpo lo concede, stavo danzando.

Non voglio mancare di rispetto a chi da anni studia, si allena, riflette per danzare. Lo so bene che cosa significa veramente danzare. A Bergamo abbiamo un festival, il Bergamo Danza Estate, che da sempre porta degli artisti straordinari che praticano, ognuno secondo il proprio percorso culturale e spirituale, la danza contemporanea. Alcuni di essi, l’ho visto con i miei stessi occhi, fanno un qualcosa che è molto simile alla poesia: allargano la loro e la nostra prospettiva emotiva; rassettano il linguaggio (nel loro caso il gesto) tenendolo pulito e bello; dicono del nostro tempo con la massima intensità; lavorando sul dolore, la gioia, l’amore e la morte; cercano, magari con il massimo sforzo fisico e intellettuale, un significato di questo nostro stare al mondo.

Devo ammettere che da quando non posso più andare a teatro perché non sento nulla, mi è venuto il pallino della danza. Forse perché, grazie all’amico Paolo Cattaneo, ho cominciato bene: con “Isolotto” di Virgilio Sieni al Teatro Grande di Brescia. Da quel giorno Sieni, danzatore, coreografo ma soprattutto intellettuale, è diventato un riferimento. Ho letto il libro “Virgilio Sieni: archeologia di un pensiero coreografico” di Rossella Mazzaglia, che racconta la sua vita e quella del suo pensiero. La pandemia non mi ha permesso di vedere altri spettacoli ma mi sono rifatto con Youtube e RaiPlay. La scorsa estate poi la GAMeC ha avuto la brillante idea di invitarlo, per una performance live (era il periodo di tregua estiva dal lockdown, diciamo così) intitolata “Enciclopedia del gesto profondo” – è stata l’occasione per intervistarlo e poi assistere alla performance nella quale Sieni ha riflettuto sul gesto partendo da due quadri, una “Pietà” di Giovanni Bellini (1460, Pinacoteca di Brera, Milano) e “Cristo in pietà e un angelo” di Antonello da Messina (1476-78, Museo del Prado, Madrid).

Per farla breve: se non avessi incontrato Virgilio Sieni e la sua poetica, forse oggi sarei una persona diversa e avrei affrontato i miei problemi di deambulazione, equilibrio e coordinazione in maniera differente e peggiore. Invece ho cominciato a pensare che forse non riuscire a stare in piedi è un altro modo di danzare. Dove il corpo diventa un’entità pericolosa ma dialogante, gli oggetti sono più importanti del loro essere oggetti poiché sanno salvare e proteggere e questa difficoltà di reggersi sulle gambe (che per fortuna, grazie alla fisioterapia, sta migliorando) è il mio spettacolo quotidiano che si intitola “Luxa – Spheniscidae”, ovvero il mio nome scoordinato e quello scientifico del pinguino. Non lo metterò mai in scena pubblicamente – perché sul palco devono andare solo quelli che negli anni se lo sono meritato – ma qui in casa danzo quotidianamente la mia coreografia non voluta e improvvisata da un corpo squilibrato. E ogni volta che lui “mi tradisce” io, in realtà, ho scoperto qualcosa di nuovo.

Ps: con questo articolo-racconto non voglio dire che il dolore è una via di scoperta: lo è nella misura in cui consente di scoprire (a volte le situazioni sono così gravi che il dolore è solo dolore e nient’altro), ma in ogni caso non è la soluzione. È solo un modo per dare un senso a ciò che accade. La prima reazione di una persona che sperimenta ciò che mi sta succedendo è preoccupazione, rabbia, disperazione e via dicendo. Se c’è una cosa che insegna a tutti, credenti e non, il Cristo sulla croce è in quella frase “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Tutti almeno una volta ci siamo sentiti abbandonati. Eppure con la sofferenza, che è sempre un preannuncio della morte, bisogna fare i conti. E nella croce può esserci una riposta: ognuno regola i propri conti con gli strumenti e le risorse che ha a disposizione. È come in quel dialogo di “True Detective”:

Martin: “Perché hai una croce nel tuo appartamento?”
Rust: “È una forma di meditazione”
Martin: “In che senso?”
Rust: “Contemplo il momento nel giardino (si riferisce al Getsemani, ndr). L’idea di permettere la tua stessa crocifissione”.

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