Ogni secondo un camion di vestiti finisce in discarica. È il ritmo folle della fast fashion , la moda veloce, che produce abiti a ritmi industriali per inseguire tendenze che durano pochissime settimane. Il problema è che molti di questi vestiti non vengono mai indossati: le grandi catene di abbigliamento, pur di svuotare i magazzini e far spazio alla collezione successiva, preferiscono distruggere l’invenduto piuttosto che riciclarlo. A tal proposito, solo pochi giorni fa, la Commissione europea ha annunciato una nuova stretta contro lo spreco nel settore tessile, introducendo nuove disposizioni attuative del regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR), con l’obiettivo di fermare la distruzione sistematica di abiti, accessori e calzature rimasti invenduti. Il pacchetto di misure punta a favorire il riuso e il riciclo, riducendo l’impatto ambientale e assicurando regole uniformi per le imprese che operano nel mercato unico.
L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di transizione verso un’economia circolare, accelerando l’adozione di modelli produttivi più responsabili nel comparto moda. Il settore tessile, tra i più esposti alle critiche per l’elevato impatto ambientale, è chiamato ora a compiere un salto di qualità in termini di sostenibilità e gestione delle eccedenze. Le nuove disposizioni precisano le condizioni in cui la distruzione dei prodotti potrà essere ancora ammessa, ad esempio per motivi legati alla sicurezza o nel caso di articoli danneggiati, e inseriscono un sistema di rendicontazione standardizzato. Le aziende dovranno comunicare in modo chiaro e semplificato i quantitativi di beni invenduti eliminati, senza che ciò comporti ulteriori appesantimenti burocratici.
I numeri, forniti sempre dalla Commissione Europea, fotografano un fenomeno tutt’altro che marginale: ogni anno nell’Unione europea tra il 4% e il 9% dei prodotti tessili invenduti viene smaltito prima ancora di essere utilizzato. Una pratica che genera circa 5.6 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, un livello vicino alle emissioni nette complessive prodotte dalla Svezia nel 2021. La stretta normativa risponde anche alle crescenti preoccupazioni dei consumatori verso gli effetti ambientali e sociali del modello fast fashion. Il divieto di distruzione entrerà in vigore per le grandi imprese dal 19 luglio 2026, mentre le aziende di medie dimensioni avranno tempo fino al luglio 2030 per adeguarsi. Gli obblighi di comunicazione, già operativi per le grandi imprese, saranno estesi alle medie a partire dal 2030.
Il lato oscuro dei resi e degli invenduti
Ma cosa succede, quindi, ai vestiti che non vogliamo più? Una piccola parte viene esportata al di fuori dell’Unione Europea, ma la stragrande maggioranza – l’87 per cento secondo le stime del Parlamento Europeo – viene incenerita o portata in discarica. Gli abiti che non vengono acquistati a fine stagione seguono un percorso spesso invisibile: passano per stocchisti e outlet, per poi finire in circuiti in Paesi più poveri del mondo. Qui, dopo aver viaggiato di mercato in mercato, la merce in eccesso resta invenduta, trasformandosi definitivamente in rifiuti che alimentano sterminate discariche a cielo aperto.
Particolarmente importante e significativo è anche il report «Environmental justice index - Una mappa globale della Giustizia Ambientale», realizzato da Mani Tese ETS in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, il Politecnico di Milano, eNextGen e realizzato con il contributo Fondazione Cariplo. « McKinsey – si legge sul report che analizza la situazione globale – stima che nel 2024 tra il 20-30% dei capi acquistati online e il 20% di quelli comprati in negozio siano stati restituiti. Sanare e riconfezionare i prodotti restituiti ha un costo tale (vanno pagati addetti in genere impiegati in Paesi Occidentali, che prendono stipendi più alti di chi quei capi li ha prodotti) per cui la via più economica è scartarli, e l’invenduto segue la stessa logica. Produrre per poi gettare ha un costo finanziario ma anche ambientale e sociale». «È interessante notare – continua l’analisi – come dietro a questi processi di riuso si nascondano altre ombre: alcuni brand, pur di non svalutare il marchio facendolo passare per il second-hand, hanno preferito bruciare e distruggere i capi. Fortunatamente ad oggi vigono leggi europee che impediscono tale processo, ma il risultato è che molti privano i capi di etichetta e logo e li spediscono segretamente dall’altra parte del mondo. Gli esempi più lampanti di questo tipo di politiche di riciclo sono la discarica di vestiti nel deserto di Atacama in Cile e il mercato di Kantamanto in Ghana».
Un disastro ambientale che continuiamo ad alimentare: «dagli studi effettuati – precisa ancora il report – risulta che il settore tessile produce tra il 2-8 per cento di emissioni di gas serra, consuma 215 trilioni di litri d’acqua all’anno, produce il 9 per cento delle microfibre che inquinano gli oceani ogni anno110, è responsabile di 4 milioni di tonnellate di CO2 immesse e, a causa della tintura dei tessuti, è seconda causa dell’inquinamento delle acque».
Ma l’impatto più amaro è in molti casi lo sfruttamento umano. In Bangladesh, Cina e Vietnam migliaia di lavoratori e lavoratrici stanno pagando con la propria salute e dignità. «La filiera del tessile si presenta come un sistema complesso che, in molti casi, comporta gravi conseguenze per l’ambiente e per le persone coinvolte. Questo impatto negativo è in gran parte alimentato dai governi locali e da un sistema economico e finanziario che privilegia il profitto a discapito della sostenibilità. Donne, bambini, lavoratori in generale e il pianeta stesso risultano così profondamente compromessi in un mercato che, nonostante alcuni segnali di cambiamento, continua a progredire troppo lentamente verso una trasformazione significativa e necessaria».
Come agire?
In attesa del divieto di distruzione che si applicherà alle grandi imprese a partire dal 19 luglio 2026, anche noi singoli cittadini e cittadine possiamo agire. Per farci un’idea di come fare, potremmo pensare a come si acquistavano i vestiti qualche decennio fa, quando un cappotto doveva durare dieci anni. Non si tratta di tornare al passato, ma di recuperare il buon senso che il mercato frenetico di oggi ci ha fatto dimenticare.
Guardate l’armadio come se fosse una dispensa: fate un inventario di ciò che vi serve. Scegliere meno ma meglio significa avere un armadio più vuoto, ma più efficiente. Chiedetevi sempre: «Con cosa lo abbino tra le cose che ho già?» Un ottimo stratagemma per portare a termine solo acquisti che vi faranno battere il cuore anche tra due, tre, cinque anni.
Diventate esperte ed esperti delle vostre misure, e non fidatevi delle taglie standard (S, M, L), perché ogni marca ha le sue. Una «42» di un marchio può corrispondere a una «44» di un altro. Per gli acquisti online misurate una vostra camicia o un paio di pantaloni che vi vestono a pennello e confrontate le misure (larghezza spalle, giro vita, lunghezza maniche) con la tabella delle taglie che ogni sito dovrebbe mettere a disposizione. È l’unico modo per non sbagliare. Diffidate dagli acquisti dettati dalle emozioni: i grandi centri commerciali e i siti online giocano abilmente con la nostra urgenza di comprare. Ci fanno credere che se non compriamo adesso, perderemo l’occasione della vita. Se vedete qualcosa che vi piace, aspettate 24 ore. Spesso il desiderio sparisce. Comprare meno significa anche smettere di usare lo shopping come passatempo. Meglio una passeggiata in Città Alta o un caffè con una persona cara. Scegliere di uscire dal circolo vizioso degli acquisti impulsivi e dei resi non vuol dire essere all’antica, ma significa tornare a essere padroni dei propri acquisti. Un buon capo di abbigliamento, che ci vesta a puntino, comprato in un negozio che rispetta i lavoratori, è un investimento sia per il nostro presente sia per il futuro che lasceremo ai nostri figli e nipoti.
