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Tra sante, streghe e belle dame ci sono donne che hanno saputo alzare la loro voce. E ci sono anche io

Articolo. Per celebrare le donne, occorre prima di tutto raccontarle. Il videoracconto andato in onda su Bergamo Tv sabato scorso narra storie di donne virtuose di ieri e di oggi

Lettura 5 min.
Francesca Toselli interpreta Christine de Pizan (Marin Forcella)

Un suono spettrale ci accompagna all’interno di un negozio. Sedute, in piedi o affacciate da un camerino, ci sono ben otto donne vestite di bianco completamente immobili. Poi, all’improvviso, una di loro si rivolge al pubblico. “Signori cari, guardatevi dalle donne se vi premono i vostri corpi e le vostre anime”. È come un ciak, che dà il via allo spettacolo. La macchina da presa inquadra, una dopo l’altra, altre donne che si mettono il rossetto. Sulle note dei “Carmina Burana” lo schermo s’infiamma.

Davanti al computer, nella mia piccola camera all’ottavo piano di un palazzo da cui vi scrivo, qui a Londra, sono sobbalzata per la sorpresa. Comincia così, senza alcuna esitazione, il videoracconto “Ballata per sante, streghe e belle dame”, ideato da Silvia Barbieri e Daniela Taiocchi (con la regia della stessa Barbieri e di Maurizio Corriga). Un’opera polifonica, che raccoglie i contributi di circa settanta donne da tutta la Lombardia e ne racconta altrettante. Tutte figure virtuose, di ieri e di oggi.

Si parte dal passato. La prima donna che incontriamo è Christine de Pizan, nata a Venezia nel 1365, ma cresciuta presso la corte del re Carlo V. Il padre le permette di studiare e Christine non si lascia sfuggire l’occasione. Si aggira nella biblioteca regale, legge, impara, compone ballate. A venticinque anni, si ritrova vedova con tre figli a carico. Vorrebbe, allora, essere un uomo. Ma non potendolo essere per ovvi motivi, in un certo senso lo diventa. Si inventa miniaturista, imprenditrice, editrice di sé stessa. Diviene la prima storica laica e la prima ad aver fatto della scrittura una professione. Femminista prima ancora che il termine femminismo venisse alla luce, Christine impugna la penna a difesa del gentil sesso, ritenuto dai più “portatore di vizio”.

Le piccole streghe della ballata
(Foto Marin Forcella)

Una donna affascinante? La sua opera lo è ancora di più. Nel suo trattato “La Città delle Dame”, filo conduttore di tutta la “ballata”, Christine tratta il tema della considerazione della donna e immagina un mondo tutto al femminile, dove regnano rettitudine e giustizia. Un mondo popolato da donne che hanno fatto la storia, come Saffo, Didone, Semiramide, Griselda. Un mondo, insomma, di donne virtuose, di cui Francesca Toselli, che interpreta Christine nel videoracconto, ci regala qualche assaggio.

La figura di Christine mi conquista fin da subito. Da piccola, come ogni bambina, mi piaceva immaginarmi principessa. Una principessa un po’ particolare. Il mio castello avrebbe dovuto contenere una biblioteca immensa. Un po’ come quella che illumina gli occhi a Belle ne “La Bella e la Bestia”. Io, da principessa, avrei governato sul mio regno. Non avrei aspettato il principe azzurro. Mi sarei servita solo dei miei libri.

Il mio mondo non è stato la corte di Christine, né sono diventata una principessa saggia. La mia realtà è stata ed è tuttora quella che, nella “Ballata per sante, streghe e belle dame”, viene raccontata dalla sales operator Claudia Passanante. Non sono una dama, ma una studentessa fuorisede che, negli anni, ha riempito l’agenda di ripetizioni e di lavoretti per potersi pagare l’università. Sono una delle tante ragazze che studiano fino a tardi la sera, si svegliano la mattina presto e non si accontentano se prendono meno del massimo. “Ma guai a chiamarle secchione. È una questione che, se le cose le sai, non è sbagliato volere di più”.

Francesca Pesapane aggiunge parole più amare: “Le ragazze italiane vanno meglio a scuola. Eppure poi qualcosa si inceppa. A cinque anni dal titolo accademico hanno una busta paga molto più leggera rispetto a quella dei colleghi con pari mansioni”.

A settembre ho lasciato Bergamo per trasferirmi a Londra, con una valigia piena di sogni nonostante un mondo in piena pandemia. L’obiettivo? Studiare Giornalismo Internazionale. Ricordo ancora il primissimo articolo che mi è stato assegnato: un’inchiesta sul Gender Gap. La realtà inglese, ho scoperto, non è poi tanto diversa da quella italiana. Di donne giornaliste ce ne sono poche. E guai a programmare gravidanze se si vuole anche solo immaginare una carriera.

Questi sono i fatti, queste le affermazioni. Chi ha detto, però, che una donna non possa cambiare le regole? Le narratrici della ballata sanno che consigli elargire. Mi appunto sul mio quaderno il decalogo per “Ragazze Toste”, scritto dalla CEO di Pomellato Sabina Belli, una delle rarissime (solo il 5%) donne CEO in Italia. Numero uno: prevedere e anticipare, numero due: usare le buone maniere, tre: pensare in grande, quattro: prendersi cura di sé.

E qui mi fermo. Prendermi cura di me non è una cosa che mi viene molto bene. E ci mancava pure il Coronavirus. La mia quarantena in Italia e il mio (secondo!) lockdown inglese mi hanno vista sfoderare dai cassetti collezioni di tute e pigiami. Ho abbandonato i trucchi nella trousse sulla mensola. Raccolgo i capelli in una coda la mattina senza nemmeno pettinarli. Non parliamo del movimento fisico… Alle parole “Prendetevi cura di voi stesse: sarà utile. E anche piacevole”, ho lasciato il computer e ho ripescato il mio lucidalabbra. Ho sorriso, anche se nessuno mi stava guardando. Un sorriso di soddisfazione.

Tra i consigli di Sabina Belli, ce n’è uno che occupa un posto speciale nel videoracconto: pensare in grande. Tra le donne che hanno pensato in grande ci sono Christine de Pizan, imprenditrice ante-litteram. C’è Ildegarda Von Bingen, mistica, studiosa, prima compositrice della storia, interpretata nello spettacolo da Anna Sartori. Ma c’è anche Camelia Boban, creatrice del progetto “WikiDonne”, mirato ad arricchire Wikipedia con tutte le biografie di grandi donne che vengono dimenticate.

(Foto Marin Forcella)

La ballata ricorda anche Francesca Colavita, Concetta Castilletti e Maria Rosaria Capobianchi, le tre ricercatrici dello Spallanzani che per prime hanno isolato il Coronavirus. Un tempo, queste tre donne sarebbero state considerate streghe.

Il termine “strega” evoca in me fantasie positive. Forse perché, a carnevale, ho sempre preferito travestirmi da strega che da fatina. O perché, quando ero piccola, chiamavo affettuosamente “strega” la mia babysitter. Sapeva leggermi nella mente. Conosceva i segreti che nascondevo persino a mia mamma, i pensieri che scrivevo furtivamente nel diario. E il suo tiramisù era pura magia.

Nel Medioevo, alla parola strega si associava un significato diverso. Essere chiamata strega bastava, a una donna, per essere condannata a morte. Benedetta Colleoni lo grida con forza nel videoracconto: “Sono strega perché sono me stessa, sono unica, sono fuori dalle righe. Sono strega perché so usare la testa. Perché dico sempre ciò che penso”. Ai giorni nostri, almeno in Occidente, noi donne non veniamo messe al rogo se diciamo ciò che pensiamo. Eppure, la nostra voce viene spesso messa a tacere dagli uomini.

Tra i testi che vengono letti nel corso dello spettacolo c’è una testimonianza di Rebecca Solnit, scrittrice e femminista statunitense. Rebecca racconta di come, nel corso di una festa in Colorado, sia stata intrattenuta dall’imponente, ricchissimo, padrone di casa. Alla domanda “Quali libri ha scritto?”, l’autrice ha citato la sua ultima opera: “River of shadows: Eadweard Muybridge and the technological wild west”. L’interlocutore (non proprio una volpe…) ha capito solo “Muybridge” e ha cominciato a parlare di un libro importantissimo appena uscito a questi dedicato. A nulla sono valsi gli interventi di Rebecca e dell’amica che la accompagnava. Quel libro molto importante era proprio “River of shadows”. E, prevedibilmente, quel tizio non lo aveva nemmeno letto.

(Foto Marin Forcella)

Il viaggio potrebbe interrompersi qua. Ma ci sono ancora tante altre donne da raccontare. Tra una testimonianza e l’altra, si leva alto il canto di Paola Milzani. Come prima canzone, l’interprete bresciana sceglie “Danza” di Mia Martini. Una scelta non casuale. Mia Martini, donna dal talento innato e dalla vita a dir poco travagliata, ha saputo cantare il femminismo autentico: “Io donna, io persona / Avvilita come un oggetto / Come bambola da letto / Io non voglio essere schiava / E neppure esser padrona / Voglio essere soltanto /Una donna, una persona”.

Mi piace pensare che la battaglia contro il patriarcato e la misoginia possa dare i suoi risultati, prima o poi. Di certo, le settanta donne del videoracconto sanno che armi impugnare. Partono dalla lingua e si chiamano “avvocata” e “medica”. “Preferisco dire direttora che direttrice” dichiara la fumettista Pat Carra. “Quando voi mi avete chiesto il patrocinio, vi abbiamo risposto: vi daremo il matrocinio”.

Quello lanciata dalle donne dello spettacolo è un vero e proprio invito a combattere, un invito a confidare nel valore femminile e a pensare in grande. Tra il castello di Valverde e le officine Piazzalunga, tra gli autosaloni Porsche e la pasticceria di Krizia, fra i boschi e le montagne di plastica pronte per essere riciclate di Montello SpA.

Le donne della ballata non rinunciano al rossetto, proprio quel rossetto che nel 1946 venne proibito perché – non sia mai – avrebbe potuto macchiare la scheda elettorale e rendere nullo il primo voto femminile della storia italiana. Le donne della ballata si truccano come piace a loro quando vanno a votare.

Voglio scrivere un’ultima volta il titolo dello spettacolo: “Ballata per sante streghe e belle dame”, questa volta senza virgola tra sante e streghe. Perché non c’è poi così tanta differenza. Quelle che nel Medioevo avremmo chiamato streghe oggi sono donne che, semplicemente, sanno pensare e creare con la propria testa. E a volte fanno qualcosa di talmente grande, di talmente bello, da meritare l’appellativo di sante.

Tra sante streghe e belle dame ci sono le mille sfumature dell’essere donna. E mi ci sono ritrovata anch’io.

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