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Tullia Franzi, l’insegnante di Alzano che seguì D’Annunzio a Fiume

Articolo. Storicamente passate sotto silenzio, o, nel migliore dei casi, oscurate dalla controparte maschile, all’impresa dannunziana parteciparono anche 289 legionarie. Tra di loro, una bergamasca di 34 anni, single, laureata e capace di emergere nel primo Novecento italiano per coraggio e spirito di iniziativa

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(Tullia Franzi e Gabriele D’Annunzio)

È il 21 febbraio 1920. La città di Fiume, l’attuale Rijeka croata, è da cinque mesi occupata da dissidenti dell’esercito italiano e volontari, i “legionari”, giunti in massa sulla carismatica scia di Gabriele D’Annunzio, qui il Comandante. Reclamano Fiume come italiana, in barba ad accordi internazionali, direttive governative, composizione demografica e convenienza finanziaria. La invocano come pegno per la vittoria in guerra.

La situazione economica in quel momento sfiora il collasso, tant’è che il Comando legionario pensa di affidare temporaneamente i bambini fiumani più colpiti dalla povertà ad alcune famiglie della borghesia italiana settentrionale. Una commissione si reca a Fiume per accompagnare i bambini verso le famiglie di destinazione. Di questa commissione fa parte anche Tullia Franzi, originaria di Alzano Lombardo, insegnante di Lettere e Storia dell’arte. Qualcosa, una volta lì, la attrae magneticamente. Tullia, orfana di padre, non sposata, da sempre devota al lavoro e alla divulgazione, trova tra i legionari una nuova famiglia. Si sente finalmente a casa. E decide di rimanere.

Nonostante la crisi economica, la vita quotidiana a Fiume è un turbinio di svago e spensieratezza: le passeggiate lungo il corso, il vociare nei caffè, le cene, le feste, le adunate, le relazioni amorose sfuggenti e l’uso di droghe sono all’ordine del giorno. Il clima è di festa e trasgressione, diretta eredità dello stato di allerta costante a cui gli ex combattenti erano sottoposti in guerra. Un trauma collettivo che rimane in loro come necessità di continui stimoli e di rinnovamento radicale rispetto alla società e alla politica tradizionali. Fiume si costituisce pian piano come una controsocietà, dal carattere rivoluzionario e sperimentale, che attira un’ampia varietà di soggetti sui generis: poeti, musicisti, scrittori, disertori, studenti, politici di ogni fazione.

Sono tante anche le donne: notissime le signore e signorine amanti del lunatico Comandante Gabriele D’Annunzio (una su tutte, la pianista Luisa Baccara), così come le cedevoli donne fiumane ammaliate dai soldati italiani, le infermiere che accudiscono i legionari feriti, le sarte che rattoppano le loro divise, le madri che li accolgono in casa.

Gabriele D’Annunzio e i legionari della IX fanteria, 1920

Ma tutto non si riduce a personaggi femminili di secondo piano, anzi. Le protagoniste che hanno conquistato il titolo ufficiale di legionarie sono centinaia. Come dimenticare la marchesa Margherita Incisa di Camerana, che sfoggia con orgoglio la divisa degli arditi e il pugnale legionario? Accanto a lei, ma anche accanto a tanti legionari uomini, non sfigura di certo la nostra Tullia, che viene nominata capitano assimilato del Battaglione Regina, nella Brigata Bianca del San Michele, e, grazie al coraggio dimostrato in occasione degli scontri del Natale di sangue (lo sgombero armato della città da parte dell’esercito italiano), riceve un encomio solenne da parte del Comandante del Battaglione.

Senza lasciarsi intimidire neppure dalle mitragliatrici, Tullia raggiunge infatti il fronte avversario per cercare di convincere gli assalitori a desistere, e, senza mai perdersi d’animo, assiste alla morte di molti compagni legionari. D’Annunzio ad un certo punto si ritrova al suo fianco, le appoggia una mano sulla spalla e, facendo riferimento alle sue origini bergamasche, sentenzia “Buon sangue non mente”.

L’intraprendenza di Tullia non si limita però all’azione militare. La sua opera più significativa, nella Fiume occupata, è la Scuola dei Legionari. Ideata allo scopo di riscattare l’immagine dell’impresa dannunziana in Italia e all’estero, la Scuola ha l’obiettivo di riportare i legionari sui banchi di scuola e accompagnarli fino al diploma: molti, già al momento di partire per la guerra, avevano abbandonato gli studi e avrebbero presumibilmente incontrato molte difficoltà a reinserirsi nella vita civile. Nel giro di pochi mesi lo staff didattico, composto da volenterosi diplomati e laureati, trasforma un’ex caserma militare, dai muri scrostati e dai locali spogli, nella sede di sette diversi corsi di studi superiori.

Il 12 aprile 1920 la Scuola apre i battenti: gli iscritti sono 450, di cui quasi la metà riuscirà ad ottenere il diploma già nella prima sessione di esami, tra giugno e luglio. Tullia è professoressa di Lettere latine e greche. Il suo costante impegno nella Scuola le vale due riconoscimenti al merito: la medaglia di Ronchi, in onore della marcia che ha portato i legionari nella città, e la Stella d’oro di Fiume. Le parole di D’Annunzio, nella motivazione per quest’ultima, vibrano di orgoglio: “In breve tempo la sua sagacità e la sua costanza fecero della scuola un vivacissimo focolare di cultura. Ella non si diede mai riposo nello sforzo di superare impedimenti senza numero. Il più puro e il più alto spirito di italianità la illuminò sempre nel suo insegnamento. Qui le rinnovo, non senza italiano orgoglio, la mia riconoscenza e quella di tutti i Legionari”.

Dedica di Gabriele D’Annunzio

Tullia, però, non è tipo da dormire sugli allori. È una donna d’azione, che non sa stare con le mani in mano. Per tutta la durata della sua permanenza a Fiume, si lascia coinvolgere in un progetto dopo l’altro. Visita regolarmente il carcere militare, dove tiene compagnia ai detenuti, si adopera per la loro istruzione e contribuisce personalmente all’erezione di una biblioteca: il direttore del carcere la contatta personalmente per ringraziarla. E lei, tutta orgogliosa, scrive alla madre: “Sono proclamata ’patronessa’ delle Carceri militari. Ti piaccio fra i delinquenti? Si sta meglio, sai, che non tra la così detta gente per bene. O sono un po’ delinquente anch’io!”.

Quando a Fiume scoppia un’epidemia di peste, inoltre, fa prontamente domanda per potersi dedicare all’assistenza dei malati. La domanda viene rifiutata, ma Tullia non si lascia ostacolare e si reca regolarmente al Lazzaretto per vegliare i contagiati. E, infine, l’iniziativa forse più pionieristica di tutte: il nido d’infanzia “Luisa D’Annunzio”, ideato come supporto alle mamme lavoratrici di Fiume, che osserva gli stessi orari delle fabbriche in cui molte di loro lavorano. Il nido si propone di diffondere tra le giovani madri fiumane la conoscenza delle modalità appropriate di nutrizione e crescita dei bambini e diminuire così il preoccupante tasso di mortalità infantile nella città.

La vita di Tullia a Fiume non è priva di un certo brivido dell’azione: il 6 maggio 1920 si trova nel bel mezzo degli scontri tra carabinieri e legionari a Cantrida, uno degli sbarramenti del blocco governativo che grava sulla città. I carabinieri, guidati dal capitano Rocco Vadalà, stanno per lasciare Fiume in segno di protesta per la recente deriva antilegalitaria e repubblicana del Comando. Allo sbarramento di Cantrida trovano l’esercito legionario, che cerca di ostacolarli. Il clima è teso, ma lo scontro esplode solo quando quattro donne intervengono per reclamare i gagliardetti dei carabinieri: sono stati donati dalle donne fiumane e a Fiume devono rimanere. Una di loro si getta sulla colonna in marcia, viene respinta da due carabinieri e dà occasione ai legionari di aprire il fuoco. Tullia confessa alla madre di aver preso parte allo scontro, “ma il povero papà mi ha protetta – la rassicura – non pensiamoci più”.

Tullia torna in Italia nel gennaio 1921. Fiume sarà sempre, per lei, il ricordo di un momento vissuto più intensamente di tutti gli altri, la massima espressione della sua esistenza, già di per sé poco ordinaria, di donna single, laureata, attivissima nella ricerca e nel sociale nel primo Novecento italiano. Una dedica di D’Annunzio del 1922 le rende così onore: “a Tullia Franzi, che sa come la vera luce sorga sempre da noi stessi: splendor ex se”.

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