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#workinprogress: per cercare lavoro occorre strategia (e un bel po’ di consapevolezza)

Articolo. Non serve citare chissà quale articolo di giornale per sapere che uno dei temi ricorrenti in queste settimane – a parte la guerra e un po’ meno la pandemia – sia il lavoro. O meglio la questione salari (dal salario minimo agli stipendi fra i più bassi d’Europa) e quella occupazionale. Perché se è vero che il lavoro non c’è, è altrettanto vero che lavoratori potenziali e imprese non riescono sempre a parlarsi, sulle competenze e sulla retribuzione. Per questo chi cerca un’occupazione è meglio che sia il più consapevole possibile del contesto in cui lo fa

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Illustrazione eamesBot

Stiamo parlando di un fenomeno che c’era già vent’anni fa e anche di più. Ma che con l’accelerazione tecnologica (e la rincorsa affannata della scuola), nonché con la ricerca di competenze sempre più specifiche, è stato acuito non poco. E oggi è una questione centrale del tema lavoro nel nostro tempo: il cosiddetto mismatch . Ovvero la difficoltà di fare coincidere il percorso scolastico con le richieste del mondo del lavoro. Oggi un fenomeno chiaro, di cui si parla parecchio. Un’incongruenza molto importante per le sorti di chi, dopo un percorso scolastico di soddisfazioni ma anche di fatiche, si «affaccia» sul mercato del lavoro. Ma «affacciarsi» vuol dire osservare, e osservare significa capire certi fenomeni e criticità, numeri alla mano.

In questo senso ci viene in soccorso uno studio commissionato da Intesa Sanpaolo alla società specialista in ricerche di mercato e sondaggi IPSOS. In altre parole, qualcuno di competente che si «affaccia» con voi, che magari state cercando lavoro o volete cambiarlo. Si affaccia, sì, ma dove? Potremmo usare la metafora di un dirupo, in cui da una parte ci sono i potenziali lavoratori (donne e uomini, con gradi d’istruzione diversa e diverse fasce d’età) e dall’altra le aziende, di tantissimi tipi diversi ma con problematiche in parte simili e in parte differenti a seconda dei settori d’appartenenza.

L’obiettivo è costruire un ponte solido – quindi non un tibetano, anch’esso solido, ma decisamente più traballante – fra le due parti. Per fare in modo che nelle due direzioni (lavoratore-azienda; azienda-lavoratore) ad una domanda corrisponda una risposta. E il dialogo fra i due poli non sia fra sordi, o quasi. IPSOS – che ha effettuato questa ricerca nel dicembre 2021, quindi qualche mese fa, ma le questioni, come dicevamo, sono ancora all’ordine del giorno – ha intervistato 700 persone fra donne e uomini, di fasce d’età diverse (18-30 anni; 31-40 anni), con vari gradi di scolarizzazione, sparse in tutta Italia fra piccoli centri e grandi città, con un target diviso in tre categorie: persone in cerca di lavoro, lavoratori che stanno tentando di cambiare, NEET («Not engaged in Education, Employment or Training», cioè «Non attive in istruzione, in lavoro o in formazione»). Sul versante aziende, poi, IPSOS ha intervistato 200 imprese in cerca di lavoratori.

Passioni o competenze

Che cosa è emerso? La ricerca è molto approfondita, quindi sono emerse molte cose. Cerchiamo di isolarne alcune e provare a fare qualche breve riflessione. La prima: muoversi nel mercato del lavoro significa muoversi in un campo decisamente importante per la propria vita. Che però non è tutta la nostra vita, ma sa influenzarla significativamente. Da qui un primo discrimine: quando si attraversa il famoso «ponte» lo si può fare seguendo le proprie passioni o provando a intercettare le richieste delle aziende.

Da ciò consegue la scelta degli studi, di quanto e come continuarli e di sapere cosa chiede il mercato (cioè le aziende) e se siamo interessati a questa domanda. È qui che sta il mismatch: spesso si intraprende un percorso scolastico lontano dal mondo del lavoro (per scelta, o per inconsapevolezza), caratterizzato dal grande vulnus della scuola italiana, che non riesce ad avvicinare al meglio gli studenti agli studi tecnici e STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), i più facilitanti dal punto di vista occupazionale.

Chi non segue questi studi lo fa perché non si sente portato (57%) o perché le materie STEM non piacciono (40%) – nulla di male se si preferisce il campo umanistico, basta sapere che, in generale, in prospettiva lavorativa è uno svantaggio. In particolare le donne attribuiscono meno peso alle opportunità lavorative offerte dal percorso di studi scelto e più alle loro passioni, ma poi si pentono e quasi la metà – dice la ricerca – farebbe scelte diverse.

«Guidati» verso il lavoro ideale

Cercare lavoro, e ancor prima scegliere il proprio percorso di studi, significa anche essere «guidati». Il 64% degli intervistati avrebbe voluto essere «guidato» sia dai docenti che dal mondo delle imprese (perché non è solo colpa della scuola, diventata negli ultimi anni capro espiatorio di ogni male del mondo). Ma al contempo solo il 32% dei protagonisti dello studio IPSOS si è informato sulle opportunità lavorative offerte nello scegliere il percorso di studi. Un po’ poco, se pensiamo che ne va della nostra vita.

E il lavoro ideale qual è? Dalla ricerca viene fuori questo ritratto: per il 66% il lavoro ideale è da dipendente, a tempo pieno (60%), nei servizi (66%). Tuttavia il lavoro nel settore pubblico riluce ancora di un forte appeal (soprattutto per donne e diplomati). Una sorta di scialuppa di salvataggio per la maggiore stabilità e garanzia rispetto al privato. Privato che negli anni ha approfittato sempre di più delle possibilità legislative indirizzate verso il lavoro precario. Citando Repubblica di qualche mese fa: «La crescita sul 2020 è forte al punto da agganciare e per alcune durate sprint anche superare il 2019. Se solo 13 contratti su 100 durano tra sei mesi e un anno, a colpire rispetto al pre-crisi è la percentuale dei contratti sopra l’anno: dal già esiguo 2,6% siamo precipitati allo 0,9%».

Cercare lavori che non ci sono (nella giungla)

Per quanto riguarda le reciproche richieste lavoratori-aziende, le domande si differenziano, e non di poco. È proprio una questione di settori differenti: le imprese cercano in ambito produzione (37%) e IT (25%), le persone nei settori marketing/vendite/commerciale (15%) e assistenza clienti (12%). È chiaro che nel secondo caso vengono richieste meno competenze rispetto al primo e che quindi per essere “forti” nel mercato del lavoro bisogna indirizzare la propria preparazione (scolastica e oltre) verso la richiesta delle imprese.

Ciò a parte, sempre più spesso si sente dire che «cercare lavoro è di per sé un lavoro» e non siamo tanto lontani dalla realtà: nella giungla di siti internet specializzati in offerte di lavoro (utilizzati dal 53% del campione), Linkedin (40%), passaparola / conoscenze / bacheche (38%), siti internet di aziende (38%), società di ricerca per il lavoro, anche interinale (36%), social network in generale / gruppi di cerco-offro (34%), centri per l’impiego (23%) e via dicendo chi vuole cercare lavoro deve fare una buona dose di fatica, che varia anche a seconda del titolo di studio (ad esempio il 58% di chi ha un titolo alto si rivolge a Linkedin; il 47% di chi ha un titolo basso «pesca a strascico» nel mondo social). Un po’ a sorpresa, le imprese negli anni Venti si affidano ancora nella ricerca di candidati al passaparola (35%), seguito per fortuna da Linkedin (31%) e dai siti specializzati (30%).

Maledetto stipendio

Come dicevamo all’inizio, quello dello stipendio è un nodo non da poco nel dialogo da ricalibrare fra lavoratori e aziende. Chi cerca lavoro denuncia di trovarsi spesso di fronte a retribuzioni troppo basse (43%) e posizioni troppo qualificate (38%), mentre, a specchio, le imprese lamentano difficoltà a trovare lavoratori competenti (47%) e con esperienza (40%). Il tema stipendio emerge anche dal lato imprese: stipendi inadeguati, mansioni inferiori alle aspettative e scarsa mobilità dei lavoratori sono le principali risposte negative alle proposte di lavoro secondo le imprese.

Donne e lavoro

Un focus specifico lo merita la questione donne. La disuguaglianza in rapporto agli uomini rispetto al lavoro ha radici culturali profonde che influiscono sempre meno – ma c’è ancora tanto da fare. Tuttavia, al di là di questo tema complesso che meriterebbe di certo più spazio, ci sono cause contingenti che tengono fuori dal mercato del lavoro le donne. In primis la cura dei figli (48%).

Ma se guardiamo ai 5 aspetti maggiormente presi in considerazione nella valutazione di un posto di lavoro, per le donne sono: tipologia di contratto offerto, stabilità, vicinanza e fiducia nell’azienda (i casi di cui a volte si sente parlare: «sei fidanzata? Non ti assumo perché potresti rimanere incinta»); mentre per gli uomini sono: stabilità, crescita professionale, trattamento economico, working life balance (cioè la capacità di equilibrare la sfera lavorativa e quella privata) e interesse per l’attività. Una differenza di priorità che suggerisce una diversità di prospettive, sicuramente più «costrette» per le donne.

Non solo lavorare, ma come lavorare

Quello del working life balance è un aspetto da sempre presente nel rapporto fra lavoratore e azienda, che però è diventato più importante dopo la pandemia. La quale ha messo sul piatto un modo diverso di vivere, più attento alle relazioni personali e in parte anche all’ambiente. Ad esempio è importante sapere che per gli under 30 la possibilità di lavorare da remoto, ma anche la notorietà dell’azienda, sono due aspetti influenti nella scelta del lavoro; mentre per gli over 30 la vicinanza da casa è rilevante, come il trattamento economico. La parola chiave delle due tendenze è «casa»: il luogo degli affetti, che diventa anche luogo di lavoro.

Insomma, nel panorama lavoratore-azienda che vi abbiamo presentato non sono poche le criticità da una parte e dall’altra. Disegnare una «strategia di vita», per chi vuole fare del lavoro una parte importante della propria esistenza, è fondamentale. Al contempo le aziende devono prendere atto di un cambiamento in corso per quanto riguarda la sensibilità nei confronti del lavoro. Il lavoratore desidera che le competenze siano ripagate il giusto e laddove non avviene quell’«incastro» fra formazione e lavoro (il già citato mismatch) non è possibile affidare solo alla scuola, e scaricare su di essa tutte le colpe, il compito di allineare gli studenti al mercato del lavoro. Di fatto è un dialogo a due, ed entrambi devono collaborare. Ne va del futuro del nostro Paese.

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