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#workinprogress: l’«etica del lavoro» bergamasca, il precariato e l’amore

Articolo. La nostra provincia è da sempre conosciuta come una terra di «gran lavoratori», in cui il lavoro è stato un aspetto molto importante a livello esistenziale, come una forte motivazione di senso della vita. Poi è arrivato l’individualismo, il precariato e l’instabilità delle vite di una generazione (oggi trenta-quarantenne) che per prima ha vissuto questa sorta di terremoto. E allora cosa è rimasto? Che fine ha fatto l’«etica del lavoro»? E da dove possiamo ricominciare?

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Un falegname al lavoro

Qualche giorno fa la Cgil ha pubblicato una stima della Fondazione Di Vittorio che indica il valore della disoccupazione «sostanziale» nel nostro Paese per il 2021 al 16% e un tasso di disoccupazione «ufficiale» del 9,5%. Quale sia la differenza fra la disoccupazione «sostanziale» e quella «ufficiale» è presto detto: la disoccupazione «ufficiale» include coloro che non hanno un lavoro e chi ha dichiarato di averne cercato uno invano, secondo i criteri dell’Istat – gli stessi criteri che considerano occupati coloro che hanno lavorato almeno un’ora nella settimana di rilevazione; la disoccupazione «sostanziale» somma ai disoccupati «ufficiali» chi è costretto a fare i conti con forme di precariato e contratti a termine di poche ore, magari non sufficienti a garantire un adeguato sostentamento, e chi non cerca lavoro perché scoraggiato dai troppi invii di curricula finiti nel nulla – fra questi ci sono anche i famosi NEET, che né studiano né lavorano – o per finire in cassa integrazione. Questo metodo di conteggio, inedito in Italia, è lo stesso usato dalla Banca Centrale Europea, una realtà ben diversa da un sindacato.

In numeri significa che nel 2021 in Italia i disoccupati «ufficiali» sono stati 2,3 milioni, mentre quelli «sostanziali» hanno raggiunto la cifra impressionante di 9,1 milioni di persone, di cui circa 4,3 definibili sottoccupati, ovvero persone che lavorano meno ore di quelle che avrebbero voluto e potuto fare. Il numero potrebbe essere scomposto per criteri di genere, età e geografia (e allora troveremmo svantaggiati le donne, gli under 25, il Sud e le Isole). Un profondo fenomeno sociale, a cui la politica dovrebbe dare risposte, che è però anche un fenomeno esistenziale da racchiudere sotto la definizione di «disagio lavorativo», che è più ampia e sfaccettata del “solo” problema disoccupazione, perché raccoglie anche i casi di quei lavoratori che ad esempio, pur con un’ottima posizione lavorativa, subiscono azioni di mobbing o sono vittime di burnout.

Un rider per la consegna del cibo
(Foto Yuri Colleoni)

Ma a cosa ci riferiamo quando parliamo di lavoro come fenomeno esistenziale? Guido Ceronetti ha scritto che «quel che si dice “il posto di lavoro” è un problema di anima: il posto di lavoro non è tanto un posto quanto un bisogno di essere». La connessione fra lavoro e anima oggi non è sufficientemente presa in considerazione, nonostante gli studi degli psicologi trabocchino di persone che si rivolgono a quest’ultimi per problemi di precariato lavorativo che diventa precariato esistenziale, ovvero uno squilibrio del proprio stare al mondo fortemente connesso con il lavoro, soprattutto quando è insoddisfacente o proprio frustrante.

Bergamo vive da sempre il luogo comune di essere una provincia di «gran lavoratori». È un pregiudizio che, come raramente accade, è sostanzialmente vero. Se la figura del bergamasco sporco di calce che costruisce i muri (il cosiddetto magutto) è il risultato di una retorica che nasconde tutta la complessità di quella forte «etica del lavoro» tutta bergamasca, dall’altro questa stessa etica – che ha caratterizzato per decenni il nostro territorio – si è presentata per molto tempo, a livello esistenziale, come una forte motivazione di senso della vita. Una spinta essenziale quasi “religiosa”, che in molti casi veniva prima di tutto (gli affetti, la famiglia, addirittura la salute) e ritrovava nella religione – quella vera, cristiana e cattolica – una sorta di corrispondenza.

Una corrispondenza che in parte aveva a che fare con quell’etica protestante di cui tratta Max Weber nel famoso «L’etica protestante e lo spirito del capitalismo», ma che a differenza di quest’ultima non era caratterizzata da un individualismo spinto, da quella morale del self-made man di stampo americano, che anche da noi successivamente si sarebbe diffusa. Quando? Poniamo un limite di comodo – perché sarebbe troppo complesso approfondire qui questo aspetto – negli anni ’80 di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher, che nel suo terzo mandato come primo ministro pronunciò una frase diventata ormai archetipo: «la società non esiste. Esistono gli individui, gli uomini e le donne, ed esistono le famiglie».

Operai della Dalmine negli anni Cinquanta
(Foto fonte Storylab)

A Bergamo (e in Italia) non era proprio così. La nostra provincia ha vissuto uno dei più veloci e squassanti boom economici post-guerra che la Storia ricordi: tanti paesi erano soprattutto agglomerati di cascine abitate da persone dedite all’agricoltura e all’allevamento. In men che non si dica gli ormai ex contadini si trovarono in fabbrica. Con tutti gli effetti di benessere (la tv, la lavatrice etc.) e malessere (un lavoro non più all’aria aperta, senza tutte quelle precauzioni riguardanti la salute e la sicurezza che fortunatamente esistono oggi) che la rivoluzione industriale si portava dietro. Ma non era un lavoro individualista: era un lavoro di classe, di comunità, e soprattutto solido, sicuro.

L’«etica del lavoro» bergamasca era la vita di persone che per quaranta e più anni lavoravano nella stessa azienda, facendo lavori manuali o, come si diceva una volta, «di concetto». Oppure di persone che, costrette ad abbandonare il proprio lavoro, ne trovavano subito un altro. Il lavoro semplicemente non era un problema. Ma c’era del disagio in tutto questo? Sì, c’era il disagio della fatica portata allo stremo, della stanchezza serale del corpo, del travolgimento di tutto quello che non era lavoro, ovviamente in nome del lavoro (c’era però anche la comprensione, in famiglia in primis, perché appunto tautologicamente il lavoro è il lavoro). Tuttavia il lavoro dava un significato radicale al proprio essere umani, dava certezza, e anche contentezza. Lo scriveva Mario Rigoni Stern: «Lavorare bisogna. Lavorare se si vuole essere contenti nella vita».

Il vero problema semmai era il dopo. La pensione non era solamente il punto di arrivo felice in fondo a una vita di lavoro. Poteva – e può – diventare abisso , crogiuolo in una profonda nullafacenza, che facilmente diviene tristezza, financo depressione. Ho conosciuto persone che hanno passato i primi anni della loro pensione, dopo una vita di lavoro, sul divano, la coperta sino al collo, a guardare la tv. Altre che si aggiravano trepidanti in casa alla ricerca di qualcosa da fare. Quanto bene ha fatto il volontariato, così diffuso in bergamasca, a queste persone? Quanto è riuscito a dare un senso il patchwork o altre attività manuali (oggi si dice handmade ) a persone rimaste letteralmente con le mani in mano? Chi ha cominciato a dare il proprio contributo di aiuto ai malati grazie all’Auser, chi ha deciso di dare una mano nell’oratorio del proprio paese, chi ha provato con successo a mettere la propria fantasia al servizio di stoffe, bottoni, lane.

Una campagna benefica di Auser

Poi tutto, o quasi, è cambiato. Appartengo ad una generazione, sono nato nel 1983, che è stata tra le prime a vivere la precarietà. Poi sono arrivate quelle dopo di me. Da bambini, i grandi ci avevano promesso le più «magnifiche e progressive», per citare Leopardi, e invece ci siamo ritrovati a essere qualcosa di simile – permettetemi la battuta – a ciò che il recanatese descrive ne «La ginestra». Anzi, a qualcosa di più debole, precario: il lavoro, e quindi l’esistenza.

Ma dove è finita allora quell’«etica del lavoro» bergamasca che ho visto con i miei occhi e vissuto nella fatica lavorativa di mio padre e di mia madre? C’è ancora, ma va sgretolandosi. Perché quella solidità e quella sicurezza che un tempo erano certe oggi sono incerte. E al disagio di allora si è sostituito un disagio che non si accompagna a quel significato radicale del proprio essere umani. Allora quel significato va cercato altrove. E questo altrove è grande e va (ri)scoperto. Ne va delle nostre vite. Questo altrove può chiamarsi Dio, arte, musica, letteratura, amicizia. Amore. Sì, può sembrare naif quanto volete in una realtà che di cinismo ne ha a sufficienza, ma io dico «amore».

E allora mi viene in mente una canzone de Lo Stato Sociale che dice «Lavori per non pensare a che lavoro fai». E una frase di Simone Weil, dura come sapeva essere dura lei: «Il lavoro non viene più eseguito con la coscienza orgogliosa di essere utile, ma con il sentimento umiliante e angosciante di possedere un privilegio concesso da un favore passeggero della sorte, un privilegio dal quale si escludono parecchi esseri umani per il fatto stesso di goderne, in breve un posto».

Marc Chagall, «Sopra la città»

Il lavoro come privilegio. E se fosse tutto il resto il privilegio? Se il lavoro fosse importante, sì, ma come una-cosa-sola della nostra vita. Se fosse l’amore il privilegio? L’amore per una ragazza, un ragazzo, per ogni essere vivente e non vivente che abbiamo intorno. Questa cosa difficile e bellissima che ci ritroviamo addosso. E allora in questa cascata di parole che mi vengono in mente, arriva una canzone di Jacques Brel, «Quand on n’a que l’amour», che Giulio Casale ha tradotto come « Se non hai che l’amore ». E aggiunge strofa a strofa partendo da questa frase così apparentemente vuota e così incredibilmente piena: «Se non hai che l’amore / Per vestire di meraviglia / Ogni battito delle ciglia / Aperte a un sole che non muore // Se non hai che l’amore / Come sola ragione / Come sola canzone / E come solo dottore». Per poi concludere quasi come una preghiera: «Allora tu non hai nient’altro / Che la forza d’amare / Ma forse misteriosamente / La vita è in te». Ecco, mentre tutto sembra franare e sembra che anche noi franiamo, potremmo ricominciare ad esempio da qui.

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