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L’affido è una danza ubriaca e sono i bambini a dettare il ritmo

Articolo. Un videoracconto in tredici puntate e uno speciale tutto natalizio in onda domani alle 19.50 su Bergamo TV: “Un cuore di casa” raccoglie le storie di persone che hanno accettato di allargare per un periodo di tempo la loro famiglia, e della comunità che le sostiene

Lettura 4 min.
La famiglia Di Filippo al Parco Cittadini

La aspettano con l’occhio puntato sul videocitofono. Ma la piccola Erika non arriva nemmeno al campanello. Per non parlare di Precious: Antonella è già nonna, ma per una bimba di venti giorni occorre reinventarsi “mamma latte”.

Prendere un bambino in affido è un po’ come fare un salto nel buio, col risultato che poi la casa si riempie di luce. Me lo rivelano le mamme e i papà che nelle scorse settimane hanno accettato di rivivere la loro storia davanti a una telecamera. Lidia, Alessandro, Antonella, Rosanna, Paolo, Manuela, Elena hanno prestato la loro voce a “Un cuore di casa”, un programma diretto e condotto da Silvia Barbieri. Il videoracconto, interamente dedicato al tema dell’affido, debutterà domani alle ore 19.50 su Bergamo TV con uno speciale natalizio di una trentina di minuti (in replica il 28 dicembre alle ore 20), a cui seguiranno altri tredici episodi più brevi, in onda ogni domenica alle 19.10 a partire dal 9 gennaio.

Storie di chi si affida e di chi si fida

Di solito non lavoro con le videocamere, ma con le parole. Per questo, quando incontro Lidia Santoro e Alessandro Di Filippo davanti al Parco Cittadini di Bergamo, tengo con me un quaderno. Poi lo metto via, perché con Lidia e Alessandro ci sono tre bambini che esigono che giochi con loro. La famiglia Di Filippo è numerosa: tre figli biologici, una bimba in adozione e una in affido. L’anno scorso, la coppia ha vissuto anche un’esperienza di pronto intervento e ora sta aspettando di adottare il sesto figlio. “Tante volte ci chiedono il motivo di questa accoglienza. Ma quelli fortunati siamo noi, che siamo stati accolti da tanti figli”. La prima cosa che mi spiega Lidia, quando i giochi cessano, è che l’affido è uno scambio. La scelta di fidarsi e di affidarsi coinvolge i bambini quanto i genitori.

In un mondo in cui ci è chiesto di fare tutto subito, l’affido ti mette alla prova. Perché ha tempi e spazi tutti i suoi. “Si dice che l’affido è una danza ubriaca, dove i passi non sono sincroni, ti pesti i piedi, il tuo bambino ti impone di rallentare e tu invece vorresti accelerare. Magari vorresti sentire il tuo bambino chiamarti subito mamma, invece lui aspetta, non si fida. Il giorno in cui lo farà senti il cuore che ti batte come quando vai a fare la prima ecografia… quello è il giorno in cui ti scopri madre”. Gli occhi di Lidia brillano, come a rivivere quel momento. “Tante volte, a noi non resta che stare”, aggiunge Alessandro. “Perché il bambino spesso ti chiede di stare, di non andare via. In tanti fino a quel momento sono andati via”.

Ogni puntata di “Un cuore di casa” comincia con un ingresso. L’ingresso in una “casa di cuore”, come quella di Lidia e Alessandro o di Rosanna e Paolo, che hanno trasformato la loro Erika in una sciatrice provetta. Ci sono anche case un po’ più vuote, come quella di Antonella e Gustavo, che hanno accolto una neonata pensando che se ne sarebbero presi cura per pochi mesi e poi l’hanno accompagnata per due anni, fino al rientro nella sua famiglia d’origine.

Perché l’affido non è il “per sempre”. Tra le sue caratteristiche, ci sono innanzitutto la temporaneità, il mantenimento dei rapporti tra il minore e la famiglia di origine e la previsione del rientro del bambino nel suo nucleo familiare. Alcuni affidi durano pochi mesi, altri un paio d’anni. Chiedono la capacità di lasciare andare. “Con l’adozione ti misuri con qualcosa di lungo, che puoi conoscere nel tempo”, racconta ancora Lidia Santoro, “con l’affido invece sperimentiamo la fatica, ma anche la bellezza, di camminare come su un ponte che unisce la famiglia affidataria e quella di origine”.

La rete di chi si prende cura

“Un cuore di casa” raccoglie le testimonianze di alcuni degli assistenti sociali, dei consulenti familiari, degli psicologi e dei referenti pedagogici dell’Ambito di Bergamo, un territorio che unisce la Città di Bergamo ai Comuni di Sorisole, Ponteranica, Torre Boldone, Gorle e Orio al Serio, e che nel 2020 ha preso in carico ben 1.636 minori.

A introdurre lo spettatore tra le maglie della rete di figure professionali che opera perché l’affido sia un intervento giusto per il tempo giusto è Sara Modora, coordinatrice del Servizio Affidi e Accoglienza Familiare dell’Ambito. “Il mio lavoro è quello di spiegare cosa significa concretamente accogliere un bambino a casa. Ci sono anche dei presupposti giuridici, ed è importante conoscerci. La nostra équipe accompagna le persone nel capire: ‘Sono pronto a fare questo?’”

Sara allarga le mani, descrive l’affido come un viaggio, per cui servono valigie. “Noi chiediamo alla famiglia, alla coppia, al single di aprire la loro valigia e di raccontare la loro storia. Con i bambini e i loro genitori d’origine facciamo la stessa cosa. La sfida qual è? Quella di fare incontrare, trovare il giusto abbinamento. Siccome le storie sono tante, più possibilità si hanno a disposizione, più riusciamo ad accompagnare chi è in difficoltà”.

Alle voci degli operatori e degli educatori professionali se ne aggiungono molte altre. Quelle, acute e appassionate, dei bambini del corso di teatro dell’Academia Capoeira di Bergamo. Quelle dei librai e dei bibliotecari della nostra provincia, prodighi di consigli di lettura per chi desidera approcciarsi al tema dell’affido con un libro. Qualche esempio? Fiabe per bambini e per adolescenti, come “Cercando Juno” di Gary D. Schmidt (Il Battello a Vapore, 2017) che Arturo Rossetti della Biblioteca Tiraboschi mi ha già convinto a prendere in prestito, e libri per adulti, come “Una frescura al centro del petto” di Silvia Vecchini (Topipittori, 2019), vera e propria guida a quel tumulto di emozioni che ogni bambino può trovarsi ad affrontare, mentre disfa la valigia in una casa che non ha mai visto.

Il villaggio che educa

Quella che vi ho raccontato oggi è solo un piccolo pezzo del puzzle. La trasmissione si inserisce in un progetto più ampio, ideato da Sara Modora e Silvia Barbieri e sostenuto dall’Ambito Territoriale di Bergamo. Il percorso mira a sensibilizzare la cittadinanza ai valori della solidarietà e dell’accoglienza, prevedendo laboratori teatrali, sessioni di scrittura autobiografica rivolte ai genitori di origine e ai genitori affidatari, agli educatori, ai fratelli e ai bambini affidati, e anche una raccolta di fiabe aperta a tutti.

“Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio” recita un proverbio africano. E se il villaggio di cui facciamo parte non è adeguato a questo compito, occorre costruirselo da sé. Come fa Laura Salvi nel logo che ha disegnato per il progetto: case cucite insieme, case così salde da poter curare, come pezze, ogni ferita.

Illustrazione di Laura Salvi

“L’educazione è un atto generativo. Vuol dire portare fuori le esigenze e i sogni dei bambini e delle bambine. Per fare questo abbiamo bisogno che i cittadini capiscano quanto è importante il loro contributo” anticipa nello speciale natalizio Marcella Messina, assessore alle Politiche Sociali del Comune di Bergamo.

Tutti possono inserirsi all’interno di un progetto globale di intervento che vede coinvolti il minore, la famiglia d’origine, i servizi e la famiglia affidataria. Perché per diventare una casa di cuore ci vuole poco. Basta anche passare dalla Capanna di Natale de L’Eco di Bergamo e lasciare una piccola donazione nella cassetta-salvadanaio blu. Tutte le offerte verranno devolute ai progetti di affidamento e sostegno dei bambini di Casa Sofia, il rifugio per donne sole e mamme coordinato da Sara Modora. “Abbiamo bisogno del sostegno degli amici, della nostra comunità. Questi bimbi – ne è convinta Lidia Santoro – hanno un potere magico: quello di tirare dentro tutti in questa danza ubriaca, che diventa un bellissimo ballo di gruppo”.

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