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Bergamo è una “città media” e il virus è diventato un urbanista

Articolo. La pandemia ha mutato profondamente il nostro rapporto con la città e con la natura. Cambiano le esigenze e di conseguenza i significati dei luoghi molto affollati, come le metropoli, e di quelli poco popolati, come i piccoli paesi. A “Tierra!” il 19 novembre ne parla l’urbanista Elena Granata

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Rio de Janeiro

Granata da anni si occupa di progetti urbani e di cambiamenti sociali, di imprese, città e ambiente: a lei abbiamo chiesto cosa riserva idealmente il futuro, per Bergamo e la sua provincia.
Siamo infatti di fronte a un’occasione per cambiare il nostro modello di abitabilità degli spazi, sia privati sia cittadini. L’Italia, Paese dei mille borghi, ha una chance enorme di divenire modello per gli altri. Le nuove generazioni sono già predisposte a riannodare quel legame con il territorio tipico delle generazioni più anziane. Dobbiamo solo rendercene conto. Di questo è convinta Elena Granata che durante l’incontro “Biodivercity” in streaming sul canale YouTube della manifestazione ragionerà sulle città contemporanee proponendo esempi concreti di cambiamento ecologico, ma anche culturale e sociale (appuntamento il 19 novembre alle 21.30).

Partirò da esempi delle città della dismisura – spiega Granata – perché è facile imparare da chi è virtuoso mia forse più utile capire come hanno affrontato macro problemi le realtà più difficili come Bogotà, Rio de Janeiro e altri centri dell’America Latina che hanno ottenuto performance di qualità di vita inimmaginabili”. Ma ci sarà spazio anche per parlare di locale e di come questo 2020, con la sua pandemia e le sue crisi di sistema stia rivoluzionando in pochissimo tempo modelli e abitudini.

Elena Granata

Il virus urbanista ci ha costretto a fare esperienza

La storia cambia in fretta e da un mese con l’altro ci siamo ritrovati fra le mani un mondo in miniatura, che sta riscoprendo una dimensione locale non astratta”. Parte da questo pensiero Elena Granata, spostando necessariamente il focus verso la realtà rumorosa che stiamo vivendo in questi giorni, fatta di contagi, distanze, crisi e collegamenti virtuali. “Lo capiamo tutti, perché siamo costretti in casa senza poter viaggiare, e siamo costretti anche nelle quattro mura fisiche: questa condizione ha risvegliato in maniera molto forte il bisogno di contatto con la natura. Ecco perché appena possono le persone vanno in un parco e riscoprono il turismo locale, le gite fuori porta e le vacanze di prossimità. Questo bisogno della riscoperta della natura vicino a casa è diventata una domanda. Nel mio ambiente si dice che il virus è diventato l’urbanista, costringendo a usare meglio e di più lo spazio pubblico e lo spazio aperto. Lo abbiamo visto anche con i tavoli dei bar e dei ristoranti spostati sulla strada, abbiamo fatto esperienze e questa credo sia la parola chiave: esperienza. Lo abbiamo provato direttamente ed è la miglior forza per il cambiamento”.

Ora abbiamo capito cosa possiamo fare

C’è un elemento di apprendimento importante in tutto ciò che abbiamo vissuto. Nel precedente lockdown guardavamo con una certa invidia i paesi nordici, la Germania, l’Olanda, dove non si è mai impedito alle persone di andare nei parchi e nei boschi e nemmeno per strada. Un conto è impedire alle persone relazioni di prossimità o sovraffollamento, altro è impedirgli di andare in una spiaggia in solitaria. Certamente le regole molto rigide di quel periodo sono state pensate per ottenere comportamenti univoci, ma adesso la gente ha capito che nello spazio naturale e aperto ha la propria salute. Non c’è nessun impedimento razionale ad andare a passeggiare da soli in un bosco con nostro figlio, questo lo abbiamo capito tutti”.

E abbiamo appreso irreversibilmente come e dove possiamo vivere

L’errore è pensare che il dilemma sia vivere tra la grande metropoli o il piccolo borgo in cima alla montagna, ma in mezzo ci sono le città medie. Realtà come Bergamo, Brescia, Lodi, Mantova che sono sempre stati centri dove si vive bene, ma in cui mancano le opportunità e quindi ‘Poi se devi lavorare vai a Milano’”. Oggi forse questa narrazione è veramente finita e le città medie che hanno una buona amministrazione, un buon rapporto con il paesaggio e una buona qualità di vita, sono quelle con più chance, soprattutto se investono in salute e servizi. È il momento perfetto per tutte quelle realtà che in Italia sono sempre state viste come lo studente bravo, ma non eccellente, di diventare eccellenti.

Per ora sta accadendo attraverso forme di mobilitazione individuale. Ci sono dei processi spontanei, non aiutati dalla politica. Le persone capiscono che possono in qualche modo andare ad abitare dove vogliono e che si è interrotto quel legame fra luogo di vita e luogo di lavoro e questo è uno degli effetti dello smart working. Questa enfasi racconta processi veri, vedi le Valli bergamasche che si riempiono di affitti per i lavoratori a distanza che vogliono contornarsi di bellezza e natura, ma sta avvenendo anche in Toscana e in altri territori italiani”.

Bergamo

E poi aggiunge: “Il passaggio è stato epocale e veramente da un mese con l’altro si è stati autorizzati a vivere diversamente, non solo in un altro luogo ma con ritmi diversi e secondo me, questo, è un passaggio irreversibile”.

C’è un anno di tempo per cambiare le cose e non tornare a essere quelli di prima

Un anno, non di più, per trasformare una permanenza lunga in un desiderio più strutturale e tornare ad animare borghi, paesi, luoghi di montagna e di collina oggi spopolati. “Ma sono necessari i servizi e qui entrano in gioco gli amministratori. Il ragionamento latente nella testa di chi ora si sta spostando è ‘sono disponibile a stare in montagna perché in fondo so che fra sei mesi torno a casa, oppure sto in montagna perché sarei disposto a stare lì per sempre?’. Chi gestisce i piccoli comuni deve attivarsi affinchè la risposta a questo quesito sia positiva. Perché se mi rendo conto che in un luogo, pur bello, non ho i servizi primari, non c’è offerta culturale, l’infrastruttura di rete non è buona, questa ‘vacanza lunga’ non può continuare”.

Nel frattempo la grande città da cui si scappa nel weekend non la vuole più nessuno

Le grandi città – e in questo Milano è emblematica così come la sua amministrazione – non hanno capito che quello che sta succedendo alle grandi metropoli è un processo irreversibile. Quella Milano che abbiamo conosciuto fatta di accumulazione, capitali, persone, architetture, densità, non sarà più così, ma gli amministratori, anziché accettare che le città abbiano dei cambi repentini cercano di conservarle, non capendo che è la cosa più sbagliata da fare”.

Milano

Tuttavia non è una questione solo italiana: “Negli ultimi anni Milano, ma anche altre città come Parigi, erano delle specie di calamite che oggi perdono la loro carica. Tutti abbiamo visto la fuga dalle grandi città all’annuncio della chiusura e questo è emblematico. A Milano ci sono grattacieli non ancora conclusi e inaugurati che sono espressione di un modello di sviluppo già morto. La metropoli ora ha davanti a sé la grandissima opportunità di dare tempi e spazi di vita più a misura d’uomo, ma lo potrebbe fare solo con una nuova generazione di amministratori ”.

E intanto cresce la domanda di bellezza

Abbiamo molte più aspettative sui luoghi di vita e sugli spazi domestici. Pensiamo a cos’era la compensazione tipica dei milanesi: lavoro in un luogo brutto e inquinato tutta la settimana e nel weekend scappo al lago o in montagna. Adesso invece le persone iniziano a pretendere di vivere tutta la settimana in un posto che gli corrisponde. Ciò che chiediamo allo spazio interno della casa lo pretendiamo anche dai nostri spazi urbani. Il rischio è di dimenticarcene appena saremo fuori dalla pandemia e ci lasceremo tentare dal vecchio modello di vita. Non dobbiamo dimenticare la sofferenza e la fatica provata”.

Sito Tierra!

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