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Da Bergamo uno studio per ridurre l’inquinamento da usura dei freni

Articolo. Il progetto «Re-Breath» («REduction of Brake weaR Emissions in the Transport sector») si è aggiudicato importanti fondi europei per studiare un modo per ridurre l’inquinamento da PM10. E ci ricorda che l’inquinamento atmosferico urbano non è fatto solo di emissioni da scarico

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A pochi giorni dall’inizio dell’anno che vedrà Bergamo e Brescia capitali della cultura, sono altri i (tristi) primati che tornano alla mente. Come quello che ha visto le due città definite come «super focolai» di diffusione del contagio da Covid-19. Oppure quello che le ha poste sul podio per mortalità da inquinamento di polveri sottili. Era stato uno studio su Lancet Planetary Health a calcolare le morti provocate ogni anno dall’inquinamento atmosferico in quasi mille città europee e a individuare in Bergamo e Brescia la più alta mortalità dovuta alle polveri sottili (PM2,5) e al nitrossido d’azoto.

Il problema, seppur legato a fattori per lo più sistemici e di difficile risoluzione, non è stato fatto passare inosservato. E un tentativo di risoluzione parte proprio da Bergamo. È di quest’anno il lancio del progetto di ricerca congiunta « Re-Breath » (acronimo di «REduction of Brake weaR Emissions in the Transport sector»), incentrato sulla mobilità urbana sostenibile e che si è aggiudicato un finanziamento europeo dal programma «LIFE2021» della Commissione Europea dedicato all’ambiente e alla natura.

A capo del progetto, Brembo, leader mondiale nello sviluppo e nella produzione di sistemi frenanti, con il supporto del Comune di Bergamo, del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), di Arriva Italia S.r.l. e di Arriva Slovakia a.s. Un concerto di enti pubblici e privati coordinato per agire su più fronti. Come spiega Stefano Zenoni, Assessore all’ambiente e alla mobilità del Comune di Bergamo, il ruolo dell’ente locale è di «referente per le attività di mitigazione»: «contribuiremo materialmente allo studio, ma seguiremo anche le attività di comunicazione e ci occuperemo della ricerca e dello studio di specie arboree adatte all’assorbimento del particolato, dell’analisi delle direttrici del verde comunale e del coordinamento degli altri partner».

L’obiettivo dello studio è migliorare la conoscenza delle emissioni di micro particelle non di scarico generate dai sistemi frenanti dalla mobilità del trasporto pubblico locale, valutare il loro impatto sulla qualità di vita delle persone e sull’ambiente e, infine, progettare e sviluppare un sistema frenante per autobus innovativo e più rispettoso dell’ambiente oltre che intervenire, come già spiegato, con opere di mitigazione climatica.

Brembo svilupperà e testerà un nuovo sistema frenante che verrà installato sugli autobus Arriva non solo a Bergamo, ma anche a Bratislava. Il fine è rilevare le emissioni e l’usura del sistema, misurando e dimostrando la riduzione delle emissioni di PM10 relative all’impianto frenante degli autobus alle fermate e in altri hot spot. Parallelamente, «Re-Breath» sosterrà le autorità nazionali nella stima delle emissioni non di scarico, contribuendo alla costruzione di modelli più sostenibili.

«Quando parliamo di inquinamento urbano – continua Zenoni – pensiamo a riscaldamento e industria, che sono comunque fonti rilevanti, ma quando consideriamo il trasporto pensiamo quasi esclusivamente alle emissioni da scarico. In realtà una quota emissiva non indifferente è legata all’usura dei freni e delle gomme. Come Comune di Bergamo, nel 2016 avevamo fatto un’analisi chimica delle polveri sottili in città: la percentuale di queste sorgenti era a doppia cifra (circa il 20-30%). Bisogna lavorarci e non dimenticarsi dell’esistenza di questa fetta di problema».

Ma di cos’è fatto davvero l’inquinamento atmosferico in città?

Iniziamo proprio da qui, dall’inquinamento derivato dall’usura di freni e gomme. Siamo nella categoria del particolato atmosferico : un insieme di particelle, solide e liquide, con una grande varietà di caratteristiche fisiche, chimiche, geometriche e morfologiche. Insomma, un agglomerato di elementi, che può avere diverse origini: naturale (come erosione del suolo) o antropogenico (e qui rientra il traffico veicolare). Inoltre, può appartenere a diverse tipologie: di tipo primario (se immesso in atmosfera direttamente dalla sorgente) o secondario (se si forma in seguito a trasformazioni chimico-fisiche di altre sostanze).

C’è un’ultima classificazione, che è anche quella più nota: quella basata sulle dimensioni del particolato, che lo divide in PM10 e PM2,5. Per ricadere nella prima categoria, almeno il 50% del campione deve avere un diametro aerodinamico di 10 µm. Per ricadere nella seconda, con la stessa logica, il diametro deve rientrare nei 2,5 µm.

Sono entrambi fattori critici nel quadro dell’inquinamento atmosferico bergamasco. La nostra città, come riporta l’edizione autunnale del dossier «Mal’aria 2022» di Legambiente, è già a rischio di superamento dei limiti per i PM10: sono già 23 (su una soglia massima di 35) i giorni di sforamento dei limiti, cioè con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi/metro cubo. Fuori dai limiti consigliati dall’OMS anche i PM2,5.

Da dove proviene questo tipo di inquinamento?

Parlando di particolato primario, secondo i dati INEMAR riferiti alla Lombardia e aggiornati al 2019, la prima sorgente è la combustione non industriale (il riscaldamento domestico, in particolare a legna), che contribuisce per oltre il 40%. Il traffico veicolare o trasporto su strada è la seconda fonte e ammonta a oltre il 20%: qui ritroviamo quanto affermato all’inizio, sul fatto che l’inquinamento legato al traffico veicolare non è fatto solo di emissioni da scarico, ma anche da particolato legato all’usura.

Tutto ciò ha conseguenze dirette sulla nostra salute. Basti pensare che l’inquinamento atmosferico miete più vittime in Italia che nel resto del continente europeo. Secondo le ultime stime dell’EEA (Agenzia europea ambiente), uno su sei morti per inquinamento in Europa è italiano. La tossicità del particolato, che già da solo ha un rilevante impatto ambientale sul clima, sulla visibilità, sulla contaminazione di acqua e suolo, sugli edifici e sulla salute, può essere amplificata dalla capacità di assorbire sostanze gassose come gli IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici) e metalli pesanti, alcuni dei quali sono potenti agenti cancerogeni. Questo significa, nella pratica, più morti premature per malattie cardio-respiratorie e tumori polmonari, più ricoveri ospedalieri e visite urgenti per problematiche respiratore e più casi di bronchiti croniche e aggravamento dell’asma.

L’inquinamento da particolato è solo una delle sfaccettature dell’inquinamento atmosferico urbano, che a Bergamo è legato al destino di tutta la Pianura Padana . Sono in gioco fattori morfologici ben precisi: la Pianura Padana è chiusa su tre lati da catene montuose, con conseguente ridotto ricircolo d’aria. Inoltre, gioca molto il fattore meteorologico: c’è un vasto campo di bassa pressione, che trattiene ancora di più gli inquinanti. Rispetto al resto della Pianura Padana, Bergamo vive una condizione leggermente migliore, perché è situata in fascia pedemontana.

Questi fattori hanno effetto anche sullo smaltimento degli altri tipi di inquinanti, come il biossido di azoto (NO2), che ha come sorgente principale il traffico su strada (46%), principalmente proveniente da veicoli diesel. La seconda fonte è la combustione dell’industria (16%), ma anche il riscaldamento domestico è particolarmente rilevante (10%). Essendo più denso dell’aria, il biossido di azoto tende a rimanere a livello del suolo ed è anch’esso tra gli inquinanti che nelle nostre città spesso sforano i limiti indicati per legge. Infatti, nessuna delle 13 città monitorate nell’ambito della campagna «Clean Cities» di Legambiente, compresa Bergamo, rispetta i valori suggeriti dall’OMS per quanto riguarda l’NO2 (10 microgrammi/metro cubo come media annua). Con conseguenze sulla salute che possono essere sia acute (disfunzionalità respiratoria, reattività bronchiale) che croniche (aumento del rischio di tumori).

L’ultimo tra i principali inquinanti atmosferici urbani è l’ozono, che si forma interamente in atmosfera a partire da ossidi di azoto e composti organici volatili. È legato a fonti diverse: trasporto su strada, uso di solventi e vernici, anche a livello industriale, l’agricoltura, le foreste. Insieme ad altri composti, costituisce il tipico inquinamento estivo detto «smog fotochimico».

Anche l’ozono, similmente ad altri inquinanti, attacca i tessuti dell’apparato respiratorio. E lo fa anche a basse concentrazioni, con effetti subito visibili: irritazione agli occhi e alla gola, tosse, riduzione della funzionalità polmonare. La maggior parte di questi effetti è a breve termine, ma possano verificarsi anche danni derivati da ripetute esposizioni di breve durata, come l’accelerazione del naturale processo di invecchiamento della funzione polmonare.

Le politiche locali in termini di inquinanti possono fare poco o nulla per sganciare Bergamo dal destino strettamente legato al resto della Pianura Padana, ma politica e tecnologia insieme stanno già dimostrando, negli ultimi vent’anni, la possibilità di migliorare nettamente la qualità dell’aria. I due principali campi di intervento, secondo Legambiente, sono il traffico veicolare e il consumo di suolo: rendere il trasporto pubblico competitivo, rallentare l’urbanizzazione, ridurre la pavimentazione del suolo. Solo così potremo allinearci agli obiettivi europei per la neutralità climatica entro il 2050: intervenendo in modo deciso per ridurre le emissioni di gas serra del 55% (rispetto al 2005) entro il 2030.

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