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Di cosa parliamo quando parliamo di Città Verdi (e di bambù)

Articolo. Dal concetto etereo, bianco e perfettamente simmetrico della città ideale rinascimentale abbiamo rotto gli schemi e abbiamo “tinto” tutto di grigio col carbone. Eppure ora ci siamo resi conto che quello di cui abbiamo veramente bisogno è una città verde. Da qui nascono i festival di Bergamo («Maestri del Paesaggio»), Pavia e Como

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La città di Bangkok e il Lumpini park (Lifestyle Travel Photo)

Insomma, è giunto il momento di “dipingere” tutto di verde speranza, partendo dalle piazze delle nostre città. Ma andiamo con ordine e facciamo un breve viaggio nella Storia.

La «Città Ideale»

Il concetto di «città» ideale risuona nella storia dell’umanità dal Rinascimento. Nella sua connotazione originale il progetto di una città perfetta doveva porre al centro dei suoi interessi l’uomo e il suo agire razionale. La città ideale del Rinascimento doveva essere il connubio tra la razionalità umana e la perfezione ultraterrena della biblica «Gerusalemme celeste» di Giovanni.

Questa retorica si concretizza in una serie di tre tavole prospettiche attribuite al celebre architetto Leon Battista Alberti (1404-1472). Queste «Città ideali», oggi conservate a Urbino, Baltimora e Berlino, rappresentano complesse prospettive architettoniche caratterizzate da rigorosi tracciati lineari e edifici marmorei asettici. Per quanto armoniose queste città prive di vita non ci appartengono più, nel bene o nel male, eppure esistono ancora.

Il grigio etereo del marmo e soprattutto del cemento è diventato nel tempo quello cupo e opprimente delle ciminiere. Ora più che mai sentiamo il bisogno colorare il grigio e disordinare le linee rette con le chiome degli alberi che oscillano al vento melodiosamente disordinate.

La Città Verde

L’essere umano adora plasmare con le sue mani e il suo intelletto ciò che lo circonda. Spesso, però, commettiamo l’errore di pensare di poter creare solo con l’inanimato. In realtà come scrive Richard Mabey nel suo libro «La natura come cura» (1996): «La nostra vernacolare relazione con la natura dovrebbe essere presa seriamente in considerazione, almeno quanto quella più ancestrale delle aree meno sviluppate del mondo». Infatti i nostri giardini artificiali aiutano a preservare la biodiversità. Si tratta di luoghi che nel presente condensano la complessità della relazione tra uomo e natura.

Il giardinaggio illustra anche relazioni complesse tra comportamento nel tempo libero ed età, genere e reddito che non possono essere semplicemente associate a differenze di classe “grossolane”. Pertanto, l’uso e il significato dei giardini riflettono, in una certa misura, differenze nelle identità culturali e nazionali. La casa da tè Chaniwa in Giappone e i Rooftop usati come status symbol nelle città di tutto il mondo sono esempi di come il giardino abbia una varietà di significati nelle diverse società contemporanee. Oltre alla visione utilitaristica della natura nel giardino di casa promossa dalle priorità capitaliste e dal consumismo, esistono significati alternativi basati su (ri)connessioni altamente personalizzate con la natura.

I giardini non sono solo spazi privati in cui costruire un nido d’amore. Fin dall’antichità ci sono stati spazi verdi per la vita pubblica, dai giardini pensili di Babilonia ai kepos dell’Accademia di Atene, e più recentemente i giardini di Versailles. Tuttavia, paradossalmente, il concetto di parco urbano nasce proprio con la Rivoluzione Industriale. In questo periodo il tema del rapporto tra uomo e natura riappare in forma fortemente alterata. Il paesaggio era segnato dalla presenza della macchina, ma la nostalgia per la natura era rimasta universalmente. Il problema della natura in città divenne una questione sociale di enorme importanza e segnò anche l’origine dell’urbanistica moderna e dell’idea dello standard, inteso come qualità minima della vita, legata alla presenza della natura.

Perciò possiamo dire che la Città Verde nasce paradossalmente come sentimento nostalgico tipico della Città Grigia. La città-macchina, insomma, entra in crisi ancor prima dei suoi fondamenti di significato, di fronte all’evidenza di fallimenti sociali e ambientali. E ponendo la necessità di un nuovo approccio sistemico. Solo negli ultimi anni il tema della sostenibilità è stato legato a quello delle Città Verdi. Un modello di città – che punta ad un’elevata qualità ambientale, secondo criteri di bellezza, qualità dell’aria, depurazione delle acque e mobilità sostenibile – mira anche a un uso efficiente e responsabile delle risorse attraverso la rigenerazione urbana, la circolarità nella gestione dei rifiuti, la riqualificazione degli edifici e il blocco del nuovo uso del suolo.

Piazze Verdi

Gli antichi greci ci insegnano che il centro della città, nonché la sua anima, è l’agorà, ovvero la piazza. Dunque non c’è manifesto migliore per diffondere una nuova consapevolezza nei cittadini che “dipingere” le piazze delle città di verde. Vedere con i propri occhi come gli imponenti edifici marmorei della città ideale non sono svalutati, ma esaltati con le piante; sentire la fauna ripopolare i centri storci con il canto degli uccellini; condividere momenti all’aperto con la propria famiglia accrescendo il nostro senso di appartenenza alla città sono solo gli antipasti di come potrebbe serena essere la nostra vita, se immersi nel verde.

Le questioni di spazio e denaro, che spesso sembrano barriere insormontabili, possono diventare problemi relativi. Una delle qualità più importati delle piante è quella di essere plasmabili e abili nell’adattarsi agli spazi. Il denaro invece è fruttuoso solo se ottimizzato.

Dunque per raggiungere il nostro punto di ottimo occorre progettare le aree verdi in maniera efficiente, senza manie di onnipotenza e soprattutto mettendo in grassetto sul bilancio le spese di manutenzione. Nel mese di settembre la nostra regione si è data da fare per organizzare questi “manifesti verdi”.

Bergamo da anni combatte in prima linea nella campagna di sensibilizzazione all’importanza del verde. Grazie al festival «I Maestri del Paesaggio» , organizzato dal 2011 dall’organizzazione Arketipos, dal 8 al 25 settembre Città Alta è stata colorata di verde. Precisamente, grazie al progettista Cassian Schmid in collaborazione con l’Università tedesca di Weihenstephan-Triesdorf, Piazza Vecchia, il nostro diamante urbano, ha acquistato le sembianze di un bosco alluvionale, un paesaggio quasi estinto a causa dei cambiamenti climatici. L’ultimo di questi ambienti in Europa si trova nella pianura padana lombarda, nei pressi del fiume Po.

In un certo senso si tratta di un progetto scaramantico per reidratare le nostre città e guardare speranzosamente al futuro. A questo interessante progetto si affianca un denso programma culturale e formativo. Anche Pavia quest’anno ha deciso di mettersi in gioco con la prima edizione di « Horti Aperti » dal 14 settembre al 14 ottobre. Un progetto che intende affrontare i temi dell’ecologia e della qualità della vita in città, indagando le connessioni attraverso approcci e linguaggi alternativi tipici della storicità accademica della città.

Ultimo, ma non per importanza, dal 29 settembre al 2 ottobre a Como nella splendida scenografia di Villa Erba si svolgerà «Orticolario». Un evento autunnale in cui dal 2009 la natura diventa ispirazione del proprio stile di vita. La sua peculiarità è l’anima internazionale che quest’anno ci porta in Asia, precisamente in Giappone. Non c’è miglior testimonianza di come il verde urbano e la globalizzazione non siano antagonisti, ma debbano convivere per creare un ecosistema più costruttivo. Non vi resta che sfruttare gli ultimi giorni di tepore per girare la nostra regione e le sue piazze verdi con lo stupore di un forestiero e la meraviglia dei bambini che giocano nei parchi.

Bambù vagabondo

Il simbolo di «Orticolario» di quest’anno è il bambù. Questa pianta potrebbe essere considerata il centro del nostro nuovo stile di vita verde. Ci svegliamo nella nostra casa moderna e sostenibile: pavimento in bambù, letto in bambù, spazzolino in bambù. Il mondo intorno a noi sembra avere una percentuale più alta di bambù del previsto. Infatti è uno dei materiali sostenibili che gli architetti e gli ingeneri stanno recuperando dalle culture antiche per costruire case a basso impatto ambientale.

A quanto pare anche la natura emigra e si adatta a nuove “culture”, o per essere più precisi ecosistemi. Si tratta di un albero originario dell’Asia che ha crescita prodigiosa, che può arrivare anche ad un metro giornaliero, ma la sua coltivazione richiede tempo e attenzioni. Si sviluppa non solo nella parte visibile, ma anche nell’apparato radicale, che può dare origine ad altri esemplari, rendendoli invasivi.

La storia del bambù ci insegna il valore della perseveranza quando intraprendiamo un percorso di cambiamento, piccolo o grande che sia. Questi vegetali prima di formare immense foreste labirintiche, tessono reti complesse di radici sottoterra. Silenziosamente fanno quello che saremmo tenuti a fare anche noi esseri umani durante l’infanzia: costruire una rete di salvataggio nel terreno in grado di sostenerci. Creare una rete di salvataggio di consapevolezza è il lavoro preparatorio che dobbiamo fare prima di ridipingere il pianeta terra di verde, per fare in modo che il nostro sforzo non sia effimero.

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