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Nel 2786 Bergamo sarà quasi una città di mare e la Bassa verrà sommersa dalle acque

Articolo. “Viaggio nell’Italia dell’Antropocene” (Aboca) di Telmo Pievani e Mauro Varotto immagina l’Italia a mille anni dal tour della Penisola di Goethe e intreccia il racconto con l’analisi dei dati odierni. Un libro provocatorio che induce alla riflessione su quale Paese vogliamo lasciare alle future generazioni

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(OlegRi)

Il filosofo inglese Timothy Morton definisce il riscaldamento globale un iperoggetto. Cioè un’entità talmente grande nel tempo e nello spazio da non poter essere concepita poiché trascende la localizzazione. In parole povere: piova o ci sia il sole noi non diciamo e non percepiamo il riscaldamento globale, perché quello che magari ci sembra normale qui (una giornata di sole) è un evento catastrofico altrove, ad esempio in Bangladesh, dove la pioggia si porta via interi villaggi. Ha sempre funzionato così, ma la correlazione fra eventi climatici, anche distanti nello spazio, si è fatta più stretta man mano che l’uomo incideva sull’ambiente planetario con la propria azione antropica.
Ad esempio la pratica inumana dello schiavismo del 1600 ha modificato sensibilmente il clima, perché gli schiavi venivano usati per le piantagioni, ma ogni piantagione era l’effetto di un vasto incendio che emetteva CO2 nell’atmosfera.

Per capire come vanno le cose servono dati (sulle temperature annue, sulle precipitazioni etc.) e delle previsioni (diventate ormai soprattutto una questione algoritmica). Un libro come “Viaggio nell’Italia dell’Antropocene” (Aboca) di Telmo Pievani, che si occupa di filosofia della scienza, e Mauro Varotto, docente di Geografia, entrambi all’Università di Padova può essere una concretizzazione utile della situazione attuale e futura di un fenomeno – il global warming appunto – che rischia di essere preso meno sul serio di quanto si dovrebbe a causa della sua astrazione (l’iperoggetto di cui sopra).

Antropocene, ormai lo sanno anche i cani ma conviene ribadirlo, è, secondo la Treccani, “l’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di CO2 e CH4 nell’atmosfera”. Da questo concetto Pievani e Varotto partono per un’operazione che intreccia racconto fantascientifico (su loro stessa ammissione: un viaggio in Italia compiuto da tale Milordo nel 2786, mille anni dopo quello di Goethe) e analisi scientifica, dati alla mano, della situazione attuale e di quella da qui a cento anni.

È innegabile che in questo modo il libro abbia un che di attrattivo, se non altro perché il sottoscritto – e scommettiamo anche chi leggerà – ha voluto subito sapere che fine farà la propria città nel 2786. Bergamo, con i suoi 249 metri sul livello del mare attuali, non subirà particolari danni (come invece accadrà a Venezia, che diventerà a quel punto un’attrattiva turistica perché completamente sommersa, o a Padova) ma affronterà i cambiamenti climatici (ci sarà molto più caldo) e diventerà un luogo molto vicino al mare. Per farla breve: niente più trasferta in Liguria (di cui sarà rimasto poco o niente) ma ai Lidi della città marina di Lodi o visita alle palificazioni di Verona, trasformata nel frattempo in una sorta di nuova Venezia.

La Bassa, quella bergamasca e quella padana, saranno sommerse dalle acque, come le città di Cremona, Piacenza e Mantova, mentre il confine marino si chiamerà Riviera lombarda. Causa di tutto ciò, il Mare padano, cioè l’Adriatico, che innalzandosi per lo scioglimento dei ghiacci invaderà gran parte della Pianura padana, trasformandola totalmente (a parole non fa così effetto come osservando le belle tavole illustrate da Francesco Ferrarese).

CO2 nell’aria
(Foto NYC Russ)

Quella del libro è una provocazione che intreccia, come dicevamo, un racconto fantascientifico con un approfondimento sulle cause e gli effetti del riscaldamento globale: con questa operazione i due autori intendono dire che, se non cambiamo passo, prima di tutto sulle emissioni di CO2, il mondo andrà verso la situazione simile a quella immaginata nel 2786, secondo un peggioramento graduale che è già in atto, e che appunto si deve all’antropocene.

C’è una comunanza di pensiero nella comunità scientifica sul riscaldamento globale, meno sulla data d’inizio dell’antropocene. L’homo sapiens ha agito fin dalla sua origine per modificare gli equilibri degli ecosistemi – spesso senza saperne granché – ma nella Storia vi sono state alcune accelerazioni determinanti per la situazione attuale, a partire dal controllo del fuoco e ai relativi incendi appiccati per creare spazi dove coltivare e allevare animali (pratica molto diffusa anche nel 1600); passando per l’addomesticamento e l’allevamento di animali (parallelo all’estinzione dei grandi mammiferi). Fino all’industrializzazione che dal Settecento in poi si è diffusa sempre più su scala planetaria con un aumento spropositato di CO2 immessa nell’atmosfera e l’incremento dell’utilizzo di combustibili fossili (petrolio, gas naturale, carbone) – in verità ci sarebbe anche la questione nucleare, una coltre invisibile di radioattività che circonda il pianeta, ma già così basta.
“I sistemi naturali – scrivono Pievani e Varotto – sono in grado di assorbire solo in parte i gas serra di origine antropica derivanti dalla rimessa in circolazione di riserve e giacimenti di milioni di anni: questa la ragione principale per la concentrazione di CO2 in atmosfera è passata da 280 a 418 parti per milione nel 2020, raggiungendo il livello più alto da almeno 800.000 anni a questa parte”.

È in questo contesto che gli autori compiono il loro viaggio in un Paese futuro “connotato da una spiccata ‘rugosità’: oggi montagna, collina e pianura rappresentano rispettivamente il 35, 42 e 23% del territorio; nel 2786 l’area di pianura residua sarebbe ben poca cosa (meno del 7% della superficie) e il territorio rimanente sarebbe per il 54% collinare e per il 39% montuoso oltre i 600 metri sul nuovo livello del mare, con il Monte Bianco vetta più alta d’Italia declassato a 4745 metri di quota (oggi è 4808,72 metri, ndr)”. E questo è solo uno dei tanti effetti portati dal riscaldamento globale antropocenico, che porterà anche problemi demografici, “ci troveremmo ad avere una densità media di 250 abitanti per chilometro quadrato rispetto ai 200 attuali, ma in condizioni morfologiche e climatiche assai più difficili e precarie”, e climatici, con “l’aumento delle temperature, a cui stiamo assistendo già oggi in maniera evidente” che significa “un incremento di oltre 1,1°C della temperatura media annua in Italia nel trentennio 1981-2010”.

La Presolana
(Foto Davide Bianco Photo)

In altre parole il clima andrà scaldandosi sempre di più se non tiriamo il freno e ai tempi di Milordo sarà umido e caldissimo, cambieranno la flora e la fauna e al sud il sottosuolo diverrà il luogo ideale per vivere, perché la superficie sarà totalmente desertica non meno che in Nord Africa oggi. Sono tanti gli argomenti affrontati in “Viaggio nell’Italia dell’Antropocene”: i ghiacciai estinti (e l’addio allo sci), il calo dell’acqua dolce a favore di quella salata, l’aumento spropositato di seni e fiordi (soprattutto il Molise, nelle Marche e in Abruzzo) che renderanno le coste più frastagliate, Roma con un clima decisamente tropicale invasa dall’acqua e il Papa a Castelgandolfo. Scenari apocalittici? Sì, ma fino ad un certo punto.

In questo gioco distopico ma estremamente serio, dove la realtà di oggi e domani pare annunciare quella del 2786, viene da chiedersi se è questo il Paese (e il Pianeta) che vogliamo lasciare ai nostri figli e alle generazioni che verranno dopo. Una domanda non nuova a cui Pievani e Varotto rispondono con un decalogo “per mitigare il nostro impatto sul clima” . Ma dobbiamo metterlo in pratica tutti, anche per “migliorare la nostra salute, il nostro pianeta e pure il nostro umore”. Perché in fondo occuparsi del luogo dove si vive significa avere cura di chi lo abita.

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