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L’urlo di Matteo Rizzo che ha fatto la storia del pattinaggio

Articolo. L’atleta, cresciuto sul ghiaccio dell’IceLab di Bergamo, ci racconta le emozioni legate al primo bronzo storico per l’Italia nel Team Event

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L’urlo di Matteo Rizzo alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina (Foto Claudio Scaccini - CONI)

L’urlo di Matteo Rizzo sul ghiaccio del Forum di Assago è il manifesto di un’Italia intera, di quel paese che lotta e soffre, «che sogna e che sbaglia», ma soprattutto che crede nell’impossibile. Quell’urlo, accompagnato da una scivolata davanti ai giudici, non rappresenta semplicemente il grido liberatorio di un atleta che ha dovuto combattere per anni prima di salire sul podio olimpico, ma entra nella testa e nel cuore di milioni di tifosi che scoprono che sì, anche l’Italia può essere una potenza del pattinaggio di figura quando fa squadra.

Quel momento iconico – che ha regalato un bronzo storico per l’Italia nel Team Event – ha probabilmente segnato per sempre la carriera del 27enne, nato a Roma e residente a Sesto San Giovanni, cresciuto sul ghiaccio dell’IceLab di Bergamo, sotto la guida attenta di Franca Bianconi e grazie alla consulenza di un team composto tra gli altri da Deborah Sacchi, Ondrej Hotarek e dal papà Valter. Un percorso difficile, fatto di cadute rovinose e infortuni pesanti, come l’operazione all’anca che ha rischiato di interrompere la corsa ai cinque cerchi casalinghi. Al tempo stesso un cammino fatto di podi preziosi, come il primo bronzo europeo conquistato nel 2019, nel quale ottenne la consacrazione del fuoriclasse spagnolo Javier Fernandez, le due medaglie d’argento ottenute sempre agli Europei e un altro terzo posto a livello continentale. L’apice di questa cavalcata rimane però Assago, con una serata magica che ha regalato per la prima volta all’Italia la medaglia di bronzo nella gara a squadre alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina.

«Questo podio è stata sicuramente un’emozione importante sotto ogni punto di vista. Il lavoro che c’è stato dietro è stato molto importante e averlo condiviso con gli altri ragazzi del team – perché nella gara a squadre c’è un’emozione diversa – è stato qualcosa che ci ha arricchito e che ci legherà per tutta la vita – racconta Rizzo – Il piano era quello di sostituire Daniel Grassl nel programma libero: la gara a squadre offre infatti l’opportunità di fare uno switch a metà gara. Questo passaggio è stato studiato e per questo ero preparato a livello mentale per affrontare solo quella parte».

Entrare a freddo in pista non è mai un passaggio scontato. Eppure il portacolori delle Fiamme Azzurre ha dimostrato che si può riuscire nell’impresa, anche quando il programma libero alza ulteriormente l’asticella rispetto al corto. A pesare, innanzitutto, è la durata, che impone ai pattinatori uno sforzo fisico e mentale più intenso. Il tutto valorizzato dalle suggestive note di «Interstellar», una colonna sonora capace di esaltare ancora di più l’espressività dell’atleta.

«Il programma corto dura due minuti e cinquanta, il libero quattro minuti e dieci: c’è quindi oltre un minuto di differenza, che si riflette anche sul piano tecnico. Nel libero sono previsti sette salti contro i tre del corto. A livello di impatto, però, il corto ha un ritmo più serrato e una tensione più alta: è il primo segmento di gara e gli elementi sono pochi, perciò basta un errore per complicare tutto. Nel libero, invece, l’intensità è leggermente inferiore e c’è la possibilità di rimediare a uno sbaglio, anche se resta un programma decisamente più dispendioso dal punto di vista fisico», aggiunge Rizzo. « Quello presentato alle Olimpiadi è stato un programma particolarmente riuscito: l’ho coreografato insieme a Massimo Scali e costruito in una situazione singolare, dato che lui vive a San Francisco. Abbiamo dovuto trovare il modo di lavorare insieme a distanza, ma ero convinto che fosse una musica adatta a me. È un film che amo molto e nel programma ci sono diversi richiami: è stato apprezzato e mi ha esaltato parecchio in quell’Olimpiade».

Prima del grido liberatorio, Matteo ha dovuto far i conti con la tensione dovuta soprattutto alla rimonta della Georgia che ha rischiato di mettere in pericolo quella medaglia costruita da Charlene Guignard, Marco Fabbri, Sara Conti, Niccolò Macii e Lara Naki Gutmann. Un sogno che ha rischiato improvvisamente di infrangersi a un passo dalla conclusione, ma che Rizzo ha saputo trasformare in realtà grazie a una gestione della tensione praticamente perfetta.

«Di solito gareggiamo a livello individuale; nelle competizioni a squadre, invece, la prima sensazione è quella di una responsabilità condivisa, che coinvolge l’intero team. In questi casi l’obiettivo è dare il massimo per contribuire al risultato comune. Mi sono sempre trovato a mio agio in situazioni del genere, anzi: questo tipo di pressione mi stimola», racconta l’azzurro. « Vedere l’emozione dei ragazzi a bordo pista mentre pattinavo è stato speciale: la loro presenza mi ha aiutato e rasserenato durante l’esibizione – aggiunge, tornando anche sull’esultanza –. Non è un gesto che faccio spesso, ma non era la prima volta: è stata una liberazione, un modo per sciogliere la tensione accumulata nel programma e nel contesto della gara. Poi è stato bellissimo raggiungere i compagni a bordo pista e condividere con loro quel momento».

Matteo non ha ora alcuna voglia di fermarsi e, dopo quest’emozione olimpica, si prepara a un nuovo quadriennio dando l’esempio ai numerosi giovani che si allenano a Bergamo: «È importante avere gli impianti in modo tale che le persone, i bambini soprattutto, sappiano dove avvicinarsi a questo sport. Noi siamo molto fortunati ad avere a Bergamo, con IceLab, un impianto importante che può dare sostegno sia all’avvicinamento allo sport che all’alto livello – conclude Rizzo – In questo momento è importante smaltire tutte le emozioni di questa Olimpiade perché ne abbiamo avuto veramente tante. Dobbiamo resettare tutto in vista del Mondiale di marzo e poi ripartire con un nuovo quadriennio».

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