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Cosa fare perché i dati non restino soltanto numeri

Intervista. La pandemia ha introdotto un uso sempre più massiccio di cifre, valori e comparazioni nel nostro modo di comunicare. Ma senza un equilibrio fra dati, grafici e parole, nemmeno la verità del dato scientifico riesce a trovare chiarezza. Ne abbiamo parlato con Paolo Ciuccarelli, architetto e designer della comunicazione

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Se mettiamo un numero sul piatto di una bilancia e sull’altro posizioniamo la storia che è contenuta dentro quel numero, quale dei due valori risulterà più importante? Sorride Paolo Ciuccarelli, architetto e professore alla Northeastern University di Boston, poi accenna: “Nessuno dei due può primeggiare sull’altro. La buona comprensione di un dato nasce da un buon dato”.

È forse tutto qui il significato dell’incontro “Un dato di fatto” in programma oggi, venerdì 14 maggio, alle 16, all’interno di Bergamo Next Level. Il dibattito, organizzato in streaming, sarà visibile sul sito bergamonextlevel.it e coinvolgerà un protagonista della divulgazione scientifica, come il fisico Massimo Temporelli, uno scienziato esperto di intelligenza artificiale come Luca Antiga, la giurista digitale Fernanda Faini e l’architetto e designer della comunicazione Paolo Ciuccarelli, fondatore di Density Design Lab e direttore del Center for Design al College of Arts, Media and Design della prestigiosa Northeastern University di Boston.

Proprio con lui abbiamo parlato di architettura e design della comunicazione, provando a osservare come la pandemia abbia tracciato un anno zero anche in questo ambito. Numeri, grafici, dati, comparazioni, visualizzazioni di trend sono diventati sempre più parte del linguaggio della notizia, ma questo non significa che il loro utilizzo abbia generato sempre chiarezza e accettazione degli eventi. Ancora di più, la questione comunicativa legata alla diffusione dei dati, non è un problema solo di alcuni Paesi o continenti. Tutto il mondo ha affrontato la pandemia e, allo stesso modo, la sua narrazione, anche scientifica è un tema universale.

Eppen aveva parlato di dati e di come gestirli poco tempo fa. Ora con Ciuccarelli approfondiamo ulteriormente la questione: “Qui al Center for design dove lavoro abbiamo iniziato a creare un archivio che raccoglie tutte le informazioni prodotte in questo periodo particolare. L’intento è quello di studiarle per capire cosa sia successo”.

AS: Appunto, partiamo da qui. Cosa è successo in quest’anno pandemico con la divulgazione dei dati?

PC: È ancora presto per fare una valutazione completa, ma c’è stato un primo periodo di “emergenza” più stretta in cui abbiamo assistito a un’incredibile esposizione di dati. Tante rappresentazioni sono state offerte al pubblico, utilizzando strumenti consueti e tradizionali, soprattutto diagrammi e grafici molto semplici, poco esaustivi, spesso usati per comparazioni assurde, però appunto legati a una produzione emergenziale in cui si doveva, in qualche modo, dar conto immediatamente di ciò che succedeva.

AS: Ora qual è la situazione?

PC: Dopo questa prima fase le testate, soprattutto quelle più importanti, hanno cominciato ad adottare altre modalità di racconto, legate più ad approfondimenti, con racconti settimanali anziché quotidiani. Questo ha permesso di usare meglio gli strumenti e le conoscenze che i media avevano al loro interno per introdurre una comunicazione più dettagliata e curata graficamente. Una linea di lavoro interessante che ne è nata è quella relativa alla visualizzazione geografica dei dati. Sono comparse mappe che riuscivano realmente a mostrare dei trend, espresse a volte con grafiche inedite e una logica nuova. Il dato georeferenziato, possiamo dire, ha avuto tanti buoni esempi, ma in generale alcuni media sono riusciti anche a sviluppare un loro stile nella rappresentazione del dato.

AS: Può farci qualche esempio completo di una buona architettura comunicativa?

PC: Ricordo, per esempio, un paio di copertine del New York Times in cui il grafico dialogava in modo incredibile con la struttura della pagina. Una in particolare, parlando dell’aumento della disoccupazione, mostrava un’integrazione perfetta fra la lunghezza della copertina e la linea grafica con i dati. Altri esempi riguardano grafici di per sé molto essenziali, ma posti in giusto dialogo con la pagina e la notizia.

AS: In sostanza come è cambiato il nostro modo di rappresentare i dati?

PC: Generalizzando possiamo dire che si è passati da un tipico linguaggio decisamente freddo e distaccato a una modalità in cui si cerca di rendere più conto del dato, cercando di trasmettere quello che c’è dietro, spesso usando anche un’ottica positiva.

AS: Non è stato un azzardo usare così tanti numeri? Forse non eravamo pronti…

PC: I tempi per la rappresentazione del dato erano maturi. Abbiamo la possibilità di averli e di avere analisi continue e costanti ma, anche se il dato numerico appartiene a un linguaggio globale, non è detto che debba essere rappresentato ovunque nello stesso modo. Lo sforzo è proprio quello di localizzarlo, trovando forme di esposizione che tengano conto dei significati sociali e culturali della popolazione a cui viene offerto.

AS: Ci si potrebbe ispirare all’arte che è un altro linguaggio universale…

PC: Sì, ed è una cosa che già si fa. Nel campo della visualizzazione dei dati, le soluzioni innovative prendono spesso ispirazione dall’arte o dalla natura. L’arte ha la capacità di creare una connessione con la società, ma la deriva da evitare, in questo caso, è quella di andare verso un effetto estetico fine a se stesso.

Attualmente la comunicazione, soprattutto quella relativa alla pandemia, fatta quindi di andamento dei contagi, vaccini arrivati e inoculati, occupazione delle terapie intensive, morti, provoca una reazione di rigetto in molte persone. I dati, purtroppo, non sono in grado di creare empatia, perciò si è assistito durante questa narrazione a una sorta di rifiuto del valore numerico in sé. Lo abbiamo visto quando, ad un certo punto, non serviva più divulgare i numeri delle ospedalizzazioni per far comprendere cosa stesse succedendo, occorreva piuttosto raccontare le storie di chi quella situazione l’aveva vissuta o la stava vivendo. Calare il singolo dato scientifico nella concretezza della vita delle persone.

Eppure la rappresentazione grafica incarna il modello ideale della velocità della notizia a cui siamo sempre più abituati. Vogliamo sapere cosa succede, ma non abbiamo il tempo per approfondirlo e questo è un altro grande aspetto che riguarda la trattazione del dato come elemento comunicativo. Paolo Ciuccarelli infatti conclude: “La velocità di fruizione a volte è un problema. Le fake news proliferano soprattutto grazie a questa cattiva abitudine, ma in generale sarebbe opportuno reintrodurre momenti di rallentamento, anche attraverso dei veri e propri meccanismi che creano difficoltà, una sorta di inciampo, che permette di prendersi più tempo per capire”.

Sito Bergamo Next Level

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