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Le nuove frontiere del pensiero computazionale, ovvero come l’informatica cambia il nostro cervello

Intervista. Ne parleranno il 29 settembre per Download Innovation Tullio Vardanega e Barbara Arfé. Un incontro streaming per fare chiarezza e dare uno sguardo ai possibili sviluppi futuri

Lettura 3 min.

La “rivoluzione digitale” ci sta aiutando a sviluppare un nuovo modo di pensare che, se esercitato, può migliorare il nostro rapporto con la tecnologia e aprire nuove frontiere dell’apprendimento, soprattutto per i più piccoli. Questo nuovo approccio mentale è ciò che viene chiamato “Pensiero computazionale”: un modello che i pedagogisti e gli informatici guardano con sempre maggior interesse e che sarà presentato durante l’evento gratuito “Percorsi di avviamento al pensiero computazionale” (che sarà possibile seguire in streaming qui).

Uno dei tanti appuntamenti inseriti all’interno della terza edizione del Festival Download Innovation che si terrà mercoledì 29 settembre alle 17.30, nella virtuale “inspiring room”. A parlare di pensiero computazionale saranno due professori dell’Università di Padova: Tullio Vardanega, che è tra i fondatori del corso di dottorato “Brain, mind, and computer science” e Barbara Arfé, che insegna Psicologia dell’educazione e Difficoltà e disturbi dell’apprendimento.

Per arrivare preparati all’appuntamento – senza lasciarsi angosciare dall’idea irrazionale che computer e macchine si stiano impadronendo di noi e possano controllare i nostri pensieri – proviamo a capire cosa sia il pensiero computazionale.

Di fatto è quel meccanismo mentale per cui, di fronte a un problema, il nostro cervello si ferma, lo analizza e definisce i passaggi utili alla sua risoluzione, in maniera tale che gli stessi passaggi possano essere spiegati ed effettuati anche da un altro essere umano, inconsapevole dell’intero processo o – potenzialmente – da una macchina.

Se vogliamo fare un esempio pratico pensiamo all’Ikea: ci vuole un pensiero computazionale per progettare e definire il packaging e la successione di istruzioni e di materiali che permetteranno a chiunque di montare il mobile a casa propria. Ancora meglio, tra i siti che parlano dell’argomento ce n’è uno che consiglia la visione di uno spezzone del film Apollo 13 per afferrare il concetto. Ecco un altro esempio di “pensiero computazionale”.

AS: Professor Vardanega, questi esempi sono calzanti per capire cosa sia il pensiero computazionale?

TV: Direi di sì. In sostanza il pensiero computazionale è una dotazione intellettuale che permette di ordinare le proprie azioni verso uno scopo, usando un principio strutturato e non seguendo, per esempio, l’istinto o le emozioni. Un matematico direbbe “secondo logica”, un informatico userebbe dire “in modo algoritmico”. Di fatto, attraverso un pensiero di tipo computazionale penso a tutta la serie di istruzioni che devo dare a un apparato limitato nelle azioni per compiere qualcosa. Questo porta con sé che nel pensiero computazionale rientrano: valutazione degli effetti, capacità di correzione, pianificazione e tanti altri aspetti formativi che sono sempre appartenuti a una sfera sperimentale e che ora diventano concreti.

AS: È una capacità che avevamo già?

BA: Sì, il pensiero computazionale poggia su dei pilastri della cognizione e fa parte dello sviluppo umano. Quello che sta cambiando è la possibilità di utilizzare questo strumento di pensiero nella formazione, dando una possibilità di apprendimento nuova rispetto all’approccio usato nelle discipline tradizionali. Questo non deve né allarmare, né preoccupare, perché tutte le volte che un bambino impara uno strumento nuovo la sua mente cambia. In questo caso il pensiero computazione ha la capacità di attivare lo sviluppo di funzioni alte: la capacità di pianificazione, per esempio, è una delle più alte espressioni della nostra capacità cognitiva.

AS: Come si impara a pensare computazionalmente?

TV: Tradurre un pensiero in azione non è un’operazione automatica, va esercitata. Il pensiero computazionale rende la logica operazionale, la traduce in passi d’azione e questo processo è un bisogno sempre più necessario. In un mondo che va veloce, il pensiero logico operazionale è una dotazione importantissima.

BA: Ma è vero anche il contrario. Il pensiero computazionale, proprio perché riflette e pianifica, insegna a fermarsi e pensare. Mentre fuori il mondo corre, la mente rallenta per poter elaborare la soluzione più efficace e quindi più veloce. Questo può essere un valore aggiunto importante, soprattutto nella scuola di oggi.

AS: Perché è solo da pochi anni che si parla di pensiero computazionale?

TV: Sta succedendo un fenomeno che era dentro le possibilità informatiche fin dai suoi albori. Arte e scienza, infatti, avevano già intuito che i computer erano solo gli elementi più bassi di una gerarchia. Parafrasando potremmo dire: un bambino impara a leggere e poi legge per imparare, aumentando esponenzialmente la sua conoscenza. Allo stesso modo il computer è lo strumento che serve per leggere, ma una volta che uno è abituato a usare un computer, può fare molte più cose. L’ingegno è partito da queste operazioni basilari e ora sta realizzando azioni più sofisticate.

AS: Tutto questo aumenta ancora di più le differenze fra generazioni? I “nativi digitali” saranno irraggiungibili per delle menti analogiche?

BA: Credo proprio di no. Conosco persone che a 95 anni usano lo smartphone molto bene e non mi preoccuperei di questo. Il termine “nativo digitale” descrive piuttosto ciò che sta accadendo, ovvero che i bambini sono a loro agio con le tecnologie e hanno, con esse, un approccio diverso. Acquisiscono la consapevolezza della tecnologia prima rispetto ad altri, ma questo non significa che sappiano usarla meglio di altri. Il fatto che noi ci confrontiamo con una generazione di nativi digitali non significa che non hanno nulla da imparare. Tutti noi, infatti, corriamo il rischio di esercitare meno le nostre capacità delegando alcune fatiche cognitive alle macchine e alla tecnologia che può svolgere queste funzioni al posto nostro. Per questo è fondamentale mostrare ai bambini come si può lavorare con la tecnologia essendo più attivi. Questo è fondamentale: non è togliendo lo smartphone che si educa all’uso dello strumento, ma è insegnando come lo strumento va usato che si educa.

AS: Cosa ci riserva il futuro? Se il pensiero computazionale nasce dai computer, quando questi cambieranno e arriveranno i famosi computer quantici si svilupperà un’ulteriore forma di pensiero?

TV: Potrebbe… Ciò che descrive e formalizza gli elementi fondanti del pensiero computazionale oggi è come i computer funzionano attualmente. Non è detto che questo sia definitivo. Quando si parla di calcolo quantistico, quello è un modo di fare calcoli totalmente diverso e non è difficile immaginare che sotteso a quel mondo lì ci sia un altro modello di pensiero. Ma oggi non sappiamo se sarà così, lo possiamo solo ipotizzare.

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