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Curiosando in val Sambuzza fra borghi, rifugi, funghi porcini, laghetti e lo splendido scenario delle Orobie

Articolo. Si parte dal borgo di Carona, in alta valle Brembana, per arrivare ben oltre i duemila metri. Un itinerario adatto a escursionisti mediamente allenati che riserva tante magnifiche sorprese

Lettura 4 min.
Laghetto della Val Sambuzza

Il mattino ha l’oro in bocca racconta un famoso proverbio. Mai come sulle nostre Orobie questa frase risuona come monito saggio per l’escursionista. Nelle giornate estive più calde l’azzurro del cielo disegna simpatiche nuvolette bianche che pare vogliano stringere amicizia con le cime dei monti. Molto spesso queste innocue pennellate chiare in poche ore si trasformano in funesti nembi scuri che avvolgono intere montagne per spingersi con veemenza nelle vallate sottostanti. Non facciamo in tempo a pensare ohi ohi! mi sa che prendiamo l’acqua e ci ritroviamo zuppi fradici dalla testa ai piedi. Può capitare, e quando questo accade, ripenso sempre alla frase di Fede, una cara amica che, dopo un’ora di marcia sotto una pioggia battente risponde con queste parole ai continui lamenti di Teo, compagno di escursione: che t’importa, tanto non siamo solubili…! E subito torna il sorriso!

L’itinerario che ora descrivo invita a una partenza di primo mattino, non tanto per la lunghezza del percorso (è adatto a escursionisti mediamente allenati e senza che si incontrino particolari difficoltà), quanto per le numerose varianti godibili se il tempo rimane stabile. Siamo nel borgo di Carona (1110 m), in alta valle Brembana. Tra le tante interpretazioni etimologiche prediligo quella che fa risalire il nome della località a ca-rüna dove rüna (nella lingua arcaica dei popoli a nord delle alpi) significa misterioso, segreto. E confesso che la mia fantasia è molto affascinata dall’immagine di quattro casette segretamente nascoste nelle verdi abetaie brembane…

Superiamo il paese e imbocchiamo la carrareccia che conduce al rifugio Calvi (il frequentatissimo itinerario contrassegnato dal n. 210 del CAI). La salita, anche se percorre un tratto di strada asfaltata, è subito impegnativa; in men che non si dica scorgiamo subito i tetti di ardesia di Pagliari (1314 m), suggestivo nucleo di casette di pietra frutto di apprezzabili opere di restauro, che in estate riprende la vitalità di un tempo.

Cascata della Val Sambuzza

Facciamo rifornimento d’acqua freschissima alla fontana di Pagliari e procediamo lungo la strada che ora diviene sterrata. Saliamo un poco e ben presto siamo accolti dal fragoroso scrosciare della splendida cascata della val Sambuzza. Quale miglior biglietto da visita? E il nome ispira subito simpatia e curiosità. Ancora qualche strappetto per la ripida strada che ora compie due stretti tornanti, superati i quali siamo in località Dosso (1475m). Sulla nostra sinistra, addentrandosi tra splendidi larici e abeti si diparte il sentiero n. 209 che ci conduce nella val Sambuzza. Lasciamo il chiassoso percorso principale e ci ritroviamo presto immersi in un silenzio sorprendente.

Non è raro, per lo sguardo attento, scorgere in questo tratto di bosco, nascosto tra le erbe ai lati del sentiero, qualche superbo esemplare di boletus edulis, il prelibato porcino! Il cammino diviene ora meno faticoso, distratta com’è la mente dal miraggio di un gustoso risottino e dalla meravigliata vista di alcune baite amabilmente curate. Poche decine di minuti e siamo presso la casera della val Sambuzza (1738m) baita ristrutturata a rifugio privato dall’AES (associazione escursionisti di Sforzatica) presso il bivio con il sentiero 208 (sentiero delle Orobie occidentali).

Da qui il tracciato esce dal bosco e compie un lungo traverso alle pendici del monte Pes Gerna; attraversiamo profumati cespugli di rododendro in fiore e, senza troppa fatica, raggiungiamo la baita di Arale bassa (qui il sentiero delle Orobie occidentali cambia percorso attraversando il torrente e risalendo i pendii erbosi del versante opposto della valle) e, poco oltre, ci accoglie una bella conca pascoliva dove incontriamo la baita di Arale alta, custode gentile delle cristalline acque del lago della val Sambuzza (2085m). La sosta diviene ancor più gradevole nel rimirare il lago e le cime che lo circondano. Scorgiamo, da sinistra verso destra, il monte Chierico, il passo del Publino, il monte Zerna e, più appartato, il monte Masoni.

Diga di Publino
(Foto Camillo Fumagalli)

Con rinnovate energie riprendiamo il cammino accompagnati dai fischi delle marmotte, quasi infastidite dal nostro procedere. La vallata diviene ora più ampia ed è facile, alzando lo sguardo, scorgere splendidi esemplari di stambecco ritti come sentinelle a guardia della vallata. Pochi minuti oltre la baita, anziché procedere in direzione del passo del Publino, consiglio di deviare a sinistra per il sentiero 209a.

Come mossi dalla curiosità di scoprire una piacevole sorpresa, risaliamo faticosamente i ripidi pendii erbosi e, ben presto, i nostri sforzi sono ripagati. Dinnanzi a noi si presentano, come fratellini gioiosi, due splendidi laghetti: il primo, il più piccolo, luccicante ai raggi obliqui del sole e, subito appresso, la rassicurante presenza del fratello maggiore, che si mostra, fiero, circondato da sassi e pascoli colorati di una suggestiva fioritura bianca. Sono i laghetti di Caldirolo.

I curiosi fiori bianchi che assomigliano a batuffoli di cotone facendo da contorno alle rive del lago sono splendidi esemplari di erioforo rotondo, fiore montano che gli inglesi, simpaticamente, chiamano cottongrass. Sappiamo che i laghi sono tre e ci guardiamo intorno alla ricerca del terzo, ma non lo scorgiamo. Dopo alcuni tentativi eccolo comparire, in basso, lontano dal sentiero, in una conca sassosa più appartata: è il terzo fratello, più schivo e riservato, forse perché raramente oggetto delle attenzioni dell’escursionista ma non per questo a noi meno attraente.

Lasciamo, quasi dispiaciuti, i tre piccoli gioielli (siamo a quota 2200 m) e continuiamo il cammino lungo il sentiero che, attraversata la conca valliva, procede in direzione del passo del Publino. Poco sotto il passo, a quota 2352m, incontriamo il bivacco Pedrinelli (altra sapiente opera di recupero storico dei volontari dell’AES), ex casermetta di servizio della linea Cadorna, fronte nord italiano realizzato nella prima guerra mondiale per difendere la pianura padana da possibili incursioni austroungariche (fortunatamente mai avvenute). Il bivacco, sempre aperto e accogliente, dispone di otto posti letto ed è un ottimo punto di appoggio per escursioni ad ampio respiro tra Bergamasca e Valtellina. Raggiungiamo ora il passo e la vista spazia dalla sottostante valle del Livrio verso le più nobili cime delle alpi valtellinesi.

Ma dov’è il lago del Publino? Per riuscire a dare una sbirciata al lago dobbiamo salire ancora un poco, lungo il sentiero che percorre la spalla erbosa sopra il passo, in direzione est verso il pizzo Zerna. Guadagnata una sella a quota 2420, il lago appare splendido sotto di noi con le sue limpide acque blu cobalto. E il desiderio di raggiungerlo affascina il nostro animo esploratore. Non oggi, però, alcune nuvolette stanno coprendo le cime più alte, meglio ripiegare! Agli escursionisti più esperti consiglio di guadagnare la vetta del pizzo Zerna (2572m) seguendo la traccia di sentiero che sale passando poco sotto il filo di cresta. In pochi minuti, portando la dovuta attenzione ad alcuni passaggi facili ma un poco esposti, si raggiunge la croce. La vista spazia a 360° tra Bergamasca e Valtellina e diventa divertente provare a riconoscere le cime d’intorno.

Stambecchi vigilano attenti in vetta al Pizzo Zerna
(Foto Sara Rossi)

Torniamo ora sui nostri passi e, giunti nuovamente al bivacco, ci gustiamo il meritatissimo panino mentre progettiamo già il prolungamento della gita sconfinando in terra valtellinese. Il rientro a Carona segue, a ritroso, il sentiero n.209 (senza ripassare dai laghi di Caldirolo) e, a quota 2272 m, facciamo conoscenza con un’altra piccola perla: il laghetto di Varobbio.

P.S. se il meteo non riserva sorprese si può pensare di seguire due varianti più ampie: possiamo percorrere un tratto del sentiero n. 208 (sentiero delle Orobie occidentali), in direzione ovest (all’altezza della baita di Arale bassa), per raggiungere la conca sciistica della val Carisole; oppure, in corrispondenza del rifugio casera AES, percorriamo sempre il sentiero 208 ma in direzione nordest, per arrivare ad intersecare la strada che conduce al rifugio Longo, poco sopra il prato del Lago. In entrambi i casi il rientro a Carona segue una strada carrozzabile (segnavia n. 207 se scendiamo dalla val Carisole, segnavia n. 210 se scendiamo dal prato del Lago).

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