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Il pizzo di Spino e il monte Rabbioso, a cavallo tra la val Brembana e la val Serina

Articolo. La neve continua a farsi desiderare eppure le giornate di questo insolito inverno sono una più bella dell’altra. Rinunciare ai monti? Giammai! Proseguo con grande curiosità nella ricerca di itinerari poco frequentati e, non per questo, meno interessanti

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La linea tagliafuoco con il pizzo di Spino, in secondo piano il profilo del Canto Alto (Camillo Fumagalli)

Oggi ho preso spunto dai suggerimenti di Giovanni, stimatissimo collega nonché artista dalla spiccata sensibilità estetica, che, risiedendo in quel di Ambria, spesso mi decanta il pizzo di Spino e le suggestioni che questa cima riserva ai visitatori.

Il pizzo di Spino rappresenta la prima cima del crinale spartiacque tra la Val Brembana (Zogno-San Pellegrino Terme) e la Val Serina (Bracca). Decidiamo di partire da Tessi, una piccola contrada di Spino al Brembo (frazione di Zogno) che garantisce sole per buona parte della giornata. Scopro con sorpresa che Montem Spini (il monte di Spino) compare già in un documento datato 1168 e che il villaggio di Spino al Brembo ha dato i natali a un’importante famiglia di commercianti, gli Spini (o Spino) che, con ogni probabilità, devono il proprio nome a questo piccolo borgo.

Gli Spini si trasferirono ad Albino nel XV secolo, dove incrementarono le loro redditizie attività, acquisendo nel 1687 il titolo nobiliare della Corona di Spagna. Esponente di spicco del casato fu Pietro Spini (1513-1585), scrittore e poeta, che rivestì importanti incarichi pubblici presso il comune di Bergamo. Oltre che tesoriere fu uno dei riformatori dello statuto della città. Presso l’Accademia Carrara è conservato un dipinto di Giovan Battista Moroni (“Ritratto di vecchio seduto” – databile intorno al 1575) raffigurante quasi certamente Pietro Spini, conterraneo e contemporaneo del famoso ritrattista bergamasco.

Lasciamo l’auto nel piccolo posteggio presso la casa più alta di Tessi (520m) proprio dove termina la strada. Nel prato alle spalle della casa inizia il sentiero che conduce al pizzo di Spino. Dopo pochi minuti si giunge ad un bivio ben segnalato: a sinistra si sale per il sentiero diretto (CAI n° 594), indubbiamente più breve e suggestivo ma piuttosto ripido e con alcuni passaggi, nel tratto finale, un poco esposti che richiedono passo fermo e sicuro. Svoltando invece a destra si può raggiungere più comodamente la vetta passando per la frazione Pregaroldi (sentiero CAI n° 594A) e da qui salire al Pizzo dal versante opposto.

Naturalmente optiamo per la via diretta. Il percorso inizialmente sale in un bosco di frassini, roveri e noccioli fino alla base di alcune roccette calcaree, regno dello stram (erba secca giallastra simile alla paglia). L’ambiente diviene selvaggio e mentre ci inerpichiamo sul sentiero notiamo numerosi pini silvestri a farci compagnia, frutto di piantumazioni studiate per consolidare il terreno e ridurre il pericolo di incendi. Le pendenze sono sostenute e ci ritroviamo a gocciolare di sudore anche in pieno inverno.

Le brevi soste per recuperare il fiato rivelano scorci sempre più ampi e aerei sulla vallata, nonostante la fastidiosa presenza di alcuni tralicci dell’alta tensione. In meno di un’ora guadagniamo i 958m della croce di vetta. L’ampio panorama rivela ai nostri occhi, non avvezzi a queste zone, prospettive nuove sulla val Serina e sulla media valle Brembana. Volgendoci verso Nord rimaniamo incuriositi dall’ampio crinale lungo il quale corre un bellissimo sentiero ricavato su una linea tagliafuoco. Il tracciato punta in direzione di altre piccole invitanti cime. Senza indugiare ripartiamo e dopo una breve discesa ci ritroviamo a camminare lungo la linea tagliafuoco.

Scattiamo foto a ripetizione per gli insoliti scorci che riserva questo tratto di percorso. Con divertenti saliscendi il passo procede spedito. Spesso buttiamo lo sguardo sul versante brembano nella speranza di scorgere qualche esemplare di muflone. Nel 2008 infatti vennero introdotti su questi impervi pendii venti esemplari del suddetto ungulato che qui ha trovato l’habitat ideale. Due escursionisti della zona mi confermano la presenza dei mufloni ma, come tradizione vuole, dei mufloni nemmeno una traccia!

Il sentiero CAI n°594 ora abbandona il crinale e, piegando sul versante della val Serina, prosegue addentrandosi nei boschi soprastanti Bracca. È un tracciato ampio e agevole che lambisce il versante Est della Corna Camozzera, toccando alcuni roccoli molto curati e cascine in posizioni invidiabili, preziosi testimoni della vocazione agreste che questi luoghi rivestivano nel passato. In pochi minuti si raggiungono: l’elegante Ròcol di Ciarek (con una bella dedica degli alpini di Bracca), Cà Fontana Granda (adiacente alla casa si trova una sorgente da cui sgorga acqua abbondante anche in inverni particolarmente asciutti come quello attuale), il Ròcol di Masi (impreziosito da una bella scultura sacra lignea) e la grande cascina in località Fenii.

Proseguiamo ancora qualche minuto lungo il sentiero che scopriamo essere diventato il n°597. Dopo poche centinaia di metri si giunge all’evidente bivio per il pizzo Rabbioso. Mai nome fu più stimolante, così l’istinto avventuroso ci porta a risalire il breve pendio fino all’anticima, un cocuzzolo panoramico a quota 1130 m, dove troviamo una croce formata da due penne d’alpino intrecciate tra loro, opera dell’artista Gianbattista Gritti. La vera vetta, leggermente più alta (1151m), si trova poco oltre e per raggiungerla dobbiamo percorrere un’esile e aerea cresta che richiede prudenza e assenza di vertigini.

Spingendoci in quest’ultimo tratto ci troviamo a procedere con grande attenzione e comprendiamo il perché di tale nome attribuito a una cima apparentemente innocua. La soddisfazione è tanta: ci troviamo in una posizione ideale per ammirare le vette della val Serina e della valle Brembana disposte tutte intorno a noi. Un insolito vociare attira la nostra attenzione: sulla cima della dirimpettaia Corna Maria è un folto gruppo di persone tutte attrezzate con casco e imbragatura che commentano entusiasti la salita per la nuovissima via ferrata (scopriamo poi essere una troupe televisiva alle prese con un servizio di documentazione della via). Lo sguardo vaga per i monti vicini alla ricerca di nuovi possibili itinerari per coronare le prossime uscite: non passano inosservati il monte Giogo e il monte Succhello.

Per il rientro le possibilità sono molteplici, sia sul versante serino che su quello brembano, tutte interessanti ma sicuramente più lunghe. Pertanto consiglio di tornare sui propri passi fino al Ròcol di Ciarek. Da qui, per non tornare verso il Pizzo di Spino, conviene seguire le indicazioni del sentiero CAI n°594A che scende a Pregaroldi (670m), contrada di Bracca. Raggiunte le case di Pregaroldi, rimaniamo sorpresi dal magico silenzio che regna nella contrada. L’esposizione ad Est fa sì che il sole, in queste ore pomeridiane, corra velocemente a nascondersi dietro il pizzo di Spino. Nei pressi di una casa notiamo una insolita fontanella con una scultura bronzea a rappresentare una vipera dalla cui bocca zampilla l’acqua. Ammetto che abbeverarsi a pochi centimetri da una serpe, anche se inanimata, incute un certo timore ma ne vale la pena: l’acqua è fresca e dissetante!

Pochi metri oltre, all’imbocco del sentiero che riconduce a Tessi (e Spino al Brembo), spicca una santella al cui interno risalta una bella scultura di terracotta rappresentante una Madonna con bambino. Rimango incuriosito dalla particolarità di questa opera dai tratti rustici ma intensi. Sorprende anche che tale scultura sia giunta fin quassù, in una contrada solitaria, dove la strada finisce e intorno ci sono solo prati e ripidissimi boschi. “Madonna contadina”, così è riportato in una scritta alla base della santella.

Altri venti minuti di cammino e rientriamo a Tessi per il sentiero che si diparte nei pressi della santella, ma il mio pensiero corre a quella scultura. Così, giunto a casa, interpello Giovanni alla ricerca di informazioni relative alla Madonna contadina di Pregaroldi. Scopro con immensa sorpresa che è opera di un artista belga, Christian Leroy, che negli anni ’70 del secolo scorso, con la moglie Christine, scelse proprio le atmosfere ed i silenzi di Pregaroldi per trascorrere i giorni del riposo estivo. La scultura rappresenta la simbiosi tra quotidianità agreste e sacralità, tra la maternità divina e la semplicità di una contadina che regge sulle ginocchia il proprio bambino, che tanto assomiglia ai bimbi di Pregaroldi.

Per più di trent’anni l’artista soggiornò a Pregaroldi, entrando in perfetta sintonia con la gente del posto al punto da fare dono di alcune sue opere alla comunità. Il 26 giugno del 2007 Cristian Leroy si spegne lasciando di sé un carissimo ricordo tra la gente del luogo.

Consiglio di approfondire la storia della Madonna contadina attraverso le parole dell’amico dell’artista, Enrico Caironi e di leggere l’articolo commemorativo relativo a Christian Leroy.

P.S. l’escursione qui descritta è da affrontare in assenza di neve e ghiaccio (questi giorni sono perfetti). Offre panorami suggestivi e regala emozioni anche se raggiunge cime dalle quote relativamente modeste. Ha uno sviluppo di poco meno di 10 km con un dislivello positivo di circa 700m.

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