La parola passione deriva dal latino passio: ciò che attraversa, che coinvolge, che non si può ignorare. Non nasce come qualcosa da prendere a cuor leggero, ma come un’esperienza che prende e chiede. E, a ben guardare, questo significato non è affatto scomparso. Nelle parole dei giovani bergamaschi – intervistati per il nuovo progetto editoriale sulla parità di genere che indaga, oltre alla passione, i temi della famiglia, del lavoro, casa (martedì 24 aprile) e riferimenti personali (venerdì 27 aprile) – riemerge con una chiarezza quasi inattesa.
Le interviste raccontano passioni diverse – sport, danza, teatro, studio – ma con un tratto comune: non sono attività marginali, sono pratiche che danno forma alle giornate. Il basket giocato ogni giorno, il tennis praticato con costanza, la pallavolo che arriva a motivare un trasferimento. La passione non riempie il tempo libero: lo rende riconoscibile. Accanto a questa dimensione tangibile, emerge una funzione meno visibile ma ugualmente decisiva. La passione è anche ciò che permette di «pensare ad altro» quando i pensieri diventano troppo. Uno spazio di riequilibrio, un modo per attraversare la complessità senza esserne travolti.
Il rapporto con il futuro, poi, è tutt’altro che ingenuo. Alcuni immaginano una possibile trasformazione in lavoro, altri la collocano in uno spazio di libertà. In entrambi i casi, però, la passione resta un orizzonte aperto, mai dato per scontato. Serviranno condizioni, tempo, risorse. I ragazzi lo sanno. Ed è proprio in questo passaggio che la domanda iniziale si fa più interessante. Perché nelle loro parole il tempo non è qualcosa che si aspetta, ma qualcosa che si costruisce. Anche dentro limiti evidenti: il corpo che cambia, il denaro necessario, le opportunità non sempre accessibili.
Eppure, nonostante questa lucidità, la passione non arretra. Si adatta, si immagina «anche a livelli bassi», ma resiste. Non come promessa di successo, ma come forma concreta di presenza che definisce e orienta identità e plasma valori. Forse, allora, la risposta è meno pessimista di quanto si pensi. La Gen Z dalla sua non ha semplicemente «tempo» per le passioni. Ha qualcosa di più: la capacità di riconoscerle, praticarle e difenderle, anche quando non sono garantite. In un tempo spesso descritto come incerto, questi giovani non aspettano di avere tutte le condizioni ideali. Cominciano da ciò che li muove. E da lì costruiscono, passo dopo passo, il proprio posto nel mondo.
