Nei giorni scorsi mi sono imbattuta in una interessante ricerca di qualche tempo fa, fine 2023 per la precisione. Si chiama « Generazione Z: il rapporto con il cibo e la ristorazione. Numeri e tendenze », ed è stata realizzata da Ipsos (azienda che si occupa di ricerche di mercato) su un campione di ragazzi e ragazze tra i 16 e i 26 anni. Da buona rappresentante della generazione Millennials, quella dei nati tra il 1981 e il 1996, sono rimasta colpita da alcuni aspetti, in particolare da come i giovani di oggi vivono il cibo in modo diverso rispetto a come lo vivevo alla loro età. Non migliore, non peggiore. Diverso. Leggo che la Gen Z vuole sapere da dove arriva quello che mangia, che sceglie prodotti sostenibili, che beve meno alcol e che cerca autenticità anche a tavola.
Secondo quanto raccolto dalla ricerca di Ipsos, i giovani tra i 16 e i 26 anni sono infatti particolarmente attenti a quello che mettono nel piatto. La Gen Z è da sempre attenta alle tematiche ambientali, e questa sensibilità si applica anche alle loro scelte alimentari. Tra i giovani di questa generazione c’è un credo assoluto: 9 intervistati su 10 esprimono la necessità di ripensare il modo in cui il cibo viene prodotto e consumato, prediligendo un sistema alimentare più sostenibile, a svantaggio di modelli che accelerano fenomeni di deforestazione, cambiamento climatico e deterioramento della biodiversità. Quasi il 40% degli under 26 cerca prodotti made in Italy, e oltre un quarto degli intervistati vuole alimenti che provengono da allevamenti che rispettano il benessere degli animali. Se ci penso, alla loro età, probabilmente non avevo nemmeno mai sentito l’espressione «benessere alimentare». Non voglio sembrare una boomer, sia mai, ma il mondo è davvero cambiato.
E mentre scorrono statistiche, report e analisi sul rapporto tra i giovani e il cibo, mi rendo conto di una cosa: noi Millennials siamo cresciuti in un modo completamente diverso. Anche qui: non migliore, non peggiore. Diverso. Io, ad esempio, sono cresciuta in una famiglia di ristoratori. E questo ha influenzato tantissimo il mio rapporto con il cibo. A casa si mangiava quello che c’era, spesso velocemente, perché poi si tornava subito al lavoro. Lo stare insieme a tavola era quasi un lusso, riservato ai giorni di festa, quando il locale dei miei genitori era chiuso e ci si trovava tutti dalla nonna. Lì cambiava tutto. C’erano i casoncelli fatti in casa, la polenta, i brasati che cuocevano per ore, i formaggi delle nostre valli. Si stava seduti a lungo, si parlava, si rideva. E poi c’erano quei rituali semplicissimi che oggi sembrano quasi scene da film: le castagne preparate dal nonno sulla stufa in autunno, che sbucciavamo tutti insieme attorno al tavolo, o l’anguria tagliata in estate e condivisa tutti insieme. Forse è proprio nei momenti come questi che la mia generazione ha imparato a vivere il cibo: un modo per stare insieme.
Poi però siamo cresciuti. E con noi sono cambiati il linguaggio e i modi di esprimersi. Sono arrivati i primi social come Facebook, che al liceo utilizzavo per darmi un tono. Io e le mie compagne di classe scrivevamo frasi, pensieri e commenti su quello che stavamo vivendo in classe. Scrivevamo tutto, come su un diario segreto che poi non era così tanto segreto. Il cibo sui social è arrivato dopo, insieme a Instagram. E lì qualcosa è cambiato davvero. Avevo già finito il liceo, avevo iniziato a viaggiare, a vedere cucine diverse, ingredienti nuovi, culture lontane. E il cibo per me era diventato esperienza. Ma anche cultura.
Ricordo perfettamente quel periodo: il mio feed a poco a poco si è fatto ricco di foto di brunch, hamburger giganti, cocktail colorati e cene “instagrammabili”. L’estetica per noi Millenials era importantissima. Così come lo status ottenuto per aver provato un ristorante particolare, una cena stellata o il locale di tendenza che ha lunghe liste d’attesa. Nel 2010 davamo ancora tanto peso alle apparenze, al contrario delle nuove generazioni, paladine di quel movimento chiamato «Body positivity», che va contro gli stereotipi dettati dalle società che li precedono.
Noi Millennials siamo stati probabilmente la generazione dei primi foodie . Abbiamo iniziato a raccontare il cibo online quasi come un’estensione della nostra personalità, con lo stupore delle generazioni che ci hanno preceduto. E forse è anche per questo che oggi mi colpisce tanto il modo in cui la Gen Z vive la tavola. Dai dati Ipsos emerge un’attenzione alla filiera, agli ingredienti e alla salute. I giovani oggi vogliono capire cosa c’è dietro un piatto, non solo fotografarlo. E questa cosa, sinceramente, un po’ la invidio. Quando avevo vent’anni anch’io ero curiosa, certo. Ma la curiosità era soprattutto verso il risultato finale: il piatto bello, il locale nuovo, l’esperienza diversa. Oggi invece vedo ragazzi interessati anche al processo: da dove arriva il prodotto, come viene coltivato, quanto impatta sull’ambiente. Non è per nulla banale, né scontato.
Forse anche le piattaforme sono cambiate. Prima erano una vetrina. Oggi i social media - soprattutto il popolarissimo TikTok - sembrano quasi un motore di ricerca emotivo, dove si cercano autenticità, consigli, esperienze vere. Pensate anche a tutte le serie sul cibo trasmesse negli ultimi anni dai servizi streaming: non voglio suonare come un dinosauro, ma “ai miei tempi” se eri fortunato avevi i canali a pagamento oltre ai classici 6-7 canali della tv nazionale e locale. Una cosa, mi sento di dire, accomuna la mia generazione a quella precedente. Il pasto fuori casa, come dice la ricerca, è un’occasione per mangiare qualcosa di insolito (secondo il 31%), che a casa non ti cucineresti mai o che non ti viene preparato. Ci siamo arrivati anche noi Millenials, solo 10 anni più tardi.
C’è un altro aspetto che trovo interessantissimo: il rapporto con il benessere. Noi Millennials siamo cresciuti nell’epoca degli aperitivi infiniti, delle serate che iniziavano con «solo un drink» e finivano alle due di notte davanti ad un trancio di pizza (che, spoiler, non era manco buono. Ma lo mangiavi perché dovevi riprenderti prima di tornare a casa). La Gen Z invece beve meno, sembra ascoltare di più il proprio corpo, cerca equilibrio.
Io stessa oggi vivo il cibo in modo molto diverso rispetto a dieci anni fa. Cucino soprattutto per me e per il mio compagno, faccio meal prep per i pranzi della settimana in ufficio, scelgo piatti pronti ma sani quando non ho tempo di stare ai fornelli. Dopo un percorso con un nutrizionista ho imparato a mangiare in modo più bilanciato, senza vivere il cibo solo come premio o sfogo. Oggi mangio meglio perché provo a tenere insieme tutto quello che ho imparato negli anni: la curiosità di sperimentare cucine diverse, la voglia di conoscere storie, ingredienti e tradizioni, ma anche la necessità di ascoltare il mio corpo. Perché a un certo punto lo stomaco inizia a presentarti il conto delle tue scelte alimentari, anche quando quelle cose ti piacciono tantissimo. È il tuo corpo che ti dà il benvenuto nei 30.. che poi sono 35 quest’anno, ma questa è un’altra storia.
Eppure, nonostante tutti questi cambiamenti, ci sono abitudini che restano. Per me il cibo continua ad essere soprattutto legato ai momenti condivisi: le chiacchiere al bar davanti a un calice di vino, le cene improvvisate perché nessuno ha voglia di cucinare, le grigliate in giardino quando si riesce ancora a riunire tutti. Forse è proprio questa la differenza più grande tra Millennials e Generazione Z: noi siamo cresciuti con il cibo come momento, loro sembrano viverlo più come scelta. E va benissimo così. Anzi, probabilmente abbiamo qualcosa da imparare gli uni dagli altri. Per esempio io sono apertissima a scoprire nuovi modi di vivere il cibo. Quindi, amici della Gen Z, fatevi avanti e raccontatemi la vostra storia. Ma, vi prego, non portatemi a bere il bubble tea o il matcha… questo proprio no!
